Intervista sull’asessualità

Pubblichiamo con molto piacere l’intervista a Lea, che ringraziamo per la disponibilità, su un argomento di cui, effettivamente, si parla poco, l’asessualità. Speriamo che questa intervista sia solo l’inizio di un discorso, sempre più ricco e approfondito, sul tema. Intanto vi auguriamo buona lettura invitandovi a dirci la vostra.

Cosa significa “Asessuale”?

Una persona asessuale è una persona che non prova attrazione sessuale per nessun*.

Essere asessuale implica un disinteresse totale nei confronti del sesso (anche masturbatorio, ad esempio) o il disinteresse nei confronti di una relazione sessuale con altre persone?

Essere asessuale significa che si prova per tutt* ciò che un uomo etero o una donna lesbica provano verso gli uomini a livello sessuale, o una donna etero o un uomo gay verso le donne. Semplicemente non c’è un trasporto a livello sessuale. Ma non significa necessariamente non avere una libido, anche se alcune persone asessuali non hanno neanche quella e quindi non hanno nessun bisogno fisico.

Il sesso, per alcune persone, è l’elemento che gli/le permette di distingue le relazioni. Ma non è sempre così per tutt@. Tu come differenzi le relazioni nella tua vita?

In realtà molte persone credono che il sesso sia ciò che permette loro di distinguere una relazione romantica da altri tipi di relazioni, ma poi quando si fa loro notare che ci sono spesso rapporti di amicizia che includono il sesso, si rendono conto che non è esattamente l’atto fisico che caratterizza una relazione “speciale”, ma il sentimento che con esso si vuole esprimere. Se si è innamorat* di una persona, l’intimità (sessuale o meno) è percepita in modo diverso. La situazione non cambia per le persone asessuali: se si è innamorat* di qualcun*, lo si capisce dalle proprie emozioni.

Come esprimi la tua affettività?

Sono una persona molto affettuosa se ho confidenza con qualcun*, e mi piacciono molto le coccole. Semplicemente non vedo le coccole come un “aperitivo” per un “pasto più importante”.

Come vivi la tua libido?

Sono una di quelle persone che non ha una libido, quindi non posso rispondere personalmente a questa domanda. In generale, molte persone asessuali hanno una libido, proprio come le persone non-asessuali. Anche tra le persone etero, omo o bisessuali ci sono quelle che hanno una libido più alta, una libido “nella media” o una più bassa, ed è lo stesso per chi è asex. Solo che la libido nel loro caso non è indirizzata verso nessun*, e si preferisce generalmente prendersene cura da sé con la masturbazione, così come farebbero, per esempio, la maggior parte degli uomini etero se fossero eccitati ma in un luogo con solo altri uomini, piuttosto che avere rapporti sessuali con qualcuno da cui non sono attratti.

Continue reading “Intervista sull’asessualità”

Intervista: Silvia Federici e la caccia alle streghe

strega1

Proponiamo qui di seguito la traduzione di un’intervista pubblicata su Numeros Rojos a Silvia Federici sul tema della caccia alle streghe. (Testo di Maite Garrido Courel, traduzione di feminoska, revisione di Pantafika).

Qualche secolo fa, l’avrebbero bruciata sul rogo. Femminista instancabile, la storica e autrice di uno dei libri più scaricati della rete, “Calibano e la Strega. Donne, corpo e accumulazione primitiva”, parla con Numeros Rojos ed espone con rigore le ragioni politiche ed economiche occultate dalla caccia alle streghe. Il suo ultimo libro, “Il punto zero della rivoluzione”, è una collezione di articoli imprescindibili per conoscere la sua traiettoria intellettuale.

Lo sguardo attento, l’italiana Silvia Federici studia da più di 30 anni le vicende storiche che hanno portato allo sfruttamento sociale ed economico delle donne. Nel suo libro “Calibano e la Strega. Donne, corpo e accumulazione primitiva” (Traficantes de sueños, 2010), l’attenzione si concentra sulla transizione violenta dal feudalesimo al capitalismo, nella quale la divisione sessuale del lavoro venne forgiata col fuoco e dove le ceneri dei roghi coprirono di ignoranza e menzogne un capitolo essenziale della storia. Federici parla con Numeros Rojos di streghe, sessualità e capitalismo dal proprio ufficio presso il Dipartimento di Storia della Hofstra University di New York, e auspica di “stimolare nelle generazioni più giovani la memoria di una lunga storia di resistenza che attualmente corre il pericolo di essere cancellata”.

Come è possibile che l’uccisione sistematica delle donne sia stata affrontata come un capitolo aneddotico nei libri di storia? Non ricordo nemmeno di averne sentito parlare a scuola…
Questo è un buon esempio di come la storia venga scritta dai vincitori. A metà del XVIII secolo, quando il potere della classe capitalista si consolidò e la resistenza venne in larga parte sconfitta, gli storici cominciarono a studiare la caccia alle streghe come un semplice esempio di superstizioni rurali e religiose. Di conseguenza, fino a poco tempo fa, pochi furono coloro che indagarono seriamente le ragioni che si celano dietro la persecuzione delle “streghe” e la loro correlazione con la creazione di un nuovo modello economico. Come spiego in ” Calibano e la Strega … ” due secoli di esecuzioni e torture di migliaia di donne, condannate a una morte atroce, sono stati liquidati dalla Storia come il prodotto di ignoranza o relativo al folklore. Una indifferenza che sfiora la complicità, dal momento che la soppressione delle streghe dalle pagine della storia ha contribuito a banalizzare la loro eliminazione fisica sul rogo. Questo fino a quando il Movimento di liberazione delle donne degli anni ’70 espresse un rinnovato interesse per la caccia alle streghe. Le femministe si resero conto di trovarsi di fronte a un fenomeno molto importante che aveva plasmato la posizione delle donne nei secoli successivi, e si identificarono con il destino delle ‘ streghe’, in quanto donne che furono perseguitate in virtù della propria resistenza al potere della Chiesa e dello Stato. Speriamo che alle nuove generazioni di studenti si insegni l’importanza di questa persecuzione.
C’è qualcos’altro che turba profondamente, ed è il fatto che, ad eccezione dei pescatori baschi di Lapurdi, i parenti delle presunte streghe non si armarono in loro difesa, dopo aver combattuto insieme durante le rivolte contadine.
Purtroppo, la maggior parte dei documenti che abbiamo sulla caccia alle streghe sono stati scritti da coloro che detenevano il potere: gli inquisitori , i giudici, i demonologi. Questo significa che ci possono essere stati esempi di solidarietà che non sono stati registrati. Ma bisogna considerare che era molto pericoloso, per le famiglie delle donne accusate di stregoneria, venire loro associati e difenderle. In realtà, la maggior parte degli uomini che sono stati accusati e condannati per stregoneria erano parenti di donne sospettate. Questo, naturalmente, non minimizza le conseguenze della paura e della misoginia, conseguenza diretta della caccia alle streghe che divulgava un immagine della donna orribile, quale assassina di bambini, serva del diavolo, distruttrice di uomini, sedotti e resi simultaneamente impotenti.
Hai individuato due conseguenze evidenti della caccia alle streghe: che è un elemento fondamentale del capitalismo e che segna la nascita della donna sottomessa e addomesticata.
La caccia alle streghe, così come la tratta degli schiavi e la conquista dell’America, fu un elemento fondamentale all’instaurazione del sistema capitalistico moderno, poiché mutò in maniera decisiva le relazioni sociali ed i fondamenti della riproduzione sociale, a partire dalle relazioni tra donne e uomini e donne e Stato. In primo luogo, la caccia alle streghe ha indebolito la resistenza della popolazione ai cambiamenti che hanno accompagnato la nascita del capitalismo in Europa: la distruzione del comune possesso della terra, l’impoverimento di massa, la fame e la nascita, nella popolazione, di un proletariato senza terra, a partire dalle donne più anziane che, non possedendo terra da coltivare, dipendevano dagli aiuti dello Stato per sopravvivere. Ha inoltre ampliato il controllo dello Stato sui corpi delle donne, criminalizzando il controllo da queste esercitato sulla propria capacità riproduttiva e sessualità (ostetriche e donne anziane furono le prime sospettate). Il risultato della caccia alle streghe in Europa fu la nascita di un nuovo modello di femminilità e di una nuova concezione della posizione sociale delle donne, che svalutava il loro lavoro in quanto attività economica indipendente (un processo che era già gradualmente cominciato) e le poneva in una posizione subordinata rispetto agli uomini. Questo è il requisito principale per la riorganizzazione del lavoro riproduttivo necessario al sistema capitalista.
Parli del controllo dei corpi: se nel Medioevo le donne esercitavano il controllo indiscusso sul parto, nella transizione al capitalismo “gli uteri diventano territorio politico controllato dagli uomini e dallo Stato”.
Non vi è dubbio che con l’avvento del capitalismo si comincia ad assistere ad un controllo dello Stato molto più forte sui corpi delle donne, realizzato non solo attraverso la caccia alle streghe, ma anche attraverso l’introduzione di nuove forme di controllo su gravidanza e maternità, e l’istituzione della pena di morte contro l’infanticidio (quando il bambino nasceva morto, o moriva durante il parto, la madre veniva accusata e giustiziata). Nel mio lavoro sostengo che queste nuove politiche, e in generale la distruzione del controllo che le donne, nel Medioevo, avevano esercitato sulla riproduzione, sono indissolubilmente legate alla nuova concezione del lavoro promossa dal capitalismo. Quando il lavoro diventa la principale fonte di ricchezza, il controllo sui corpi delle donne assume un nuovo significato; gli stessi corpi vengono quindi visti come macchine per la produzione di forza lavoro. Penso che questo tipo di politica sia ancora molto importante oggi, perché il lavoro, la forza lavoro, restano fondamentali all’accumulazione del capitale. Questo non significa che i datori di lavoro di tutto il mondo vogliano più lavoratori, ma certamente vogliono controllare la produzione della forza lavoro, quanta ne deve essere prodotta e in quali condizioni.
In Spagna, il ministro della Giustizia vuole riformare la legge sull’aborto, escludendo i casi di malformazione del feto, proprio quando gli aiuti stanziati dalla Ley de Dependencia (legge che regolamenta e sostiene la non-autosufficienza) sono stati cancellati.
Anche gli Stati Uniti stanno cercando di introdurre leggi che penalizzano gravemente le donne e limitano la loro capacità di scegliere se avere o meno figli. Ad esempio, molti stati stanno introducendo leggi che rendono le donne responsabili di ciò che accade al feto durante la gravidanza. C’è stato il caso controverso di una donna accusata di omicidio, perché suo figlio era nato morto e poi venne scoperto che aveva fatto uso di alcune droghe. I medici esclusero che la cocaina fosse la causa della morte del feto, ma invano, l’accusa è rimasta in piedi. Il controllo della capacità riproduttiva delle donne è anche un mezzo per controllare la sessualità e il comportamento in generale delle donne.
Lo dici tu stessa: “perché Marx non ha messo in discussione la procreazione come attività sociale determinata da interessi politici?”
Questa non è una domanda facile a cui rispondere, perché oggi sembra ovvio che la procreazione e la nascita dei figli siano momenti cruciali nella produzione della forza-lavoro, e non a caso sono stati oggetto di una regolamentazione molto dura da parte dello Stato. Credo, tuttavia, che Marx non potesse permettersi il lusso di vedere la procreazione come un momento della produzione capitalistica, perché si identificava con l’industrializzazione, le macchine e l’industria su larga scala, e la procreazione, come il lavoro domestico, sembrava essere l’opposto dell’ attività industriale. La trasformazione del corpo femminile in una macchina per la produzione di lavoro è qualcosa che Marx non poteva riconoscere. Oggi – in America, almeno – anche il parto è diventato un fatto meccanico. In alcuni ospedali, ovviamente non in quelli per persone abbienti, le donne partoriscono in catena di montaggio, con un tempo definito a disposizione per il parto, superato il quale viene chiesto un cesareo.
La sessualità è un altro argomento che tieni in considerazione da un punto di vista ideologico, dal momento che la Chiesa ha promosso con grande violenza un controllo ferreo e la criminalizzazione. Era così forte il potere che conferiva alle donne, da far sì che questo tentativo di controllo permanga tutt’ora?
Penso che la Chiesa si sia opposta alla sessualità (anche se sempre l’hanno praticata in segreto), perché ha paura del potere che esercita nella vita delle persone. E ‘ importante ricordare che, per tutto il Medioevo, la Chiesa è stata coinvolta nella lotta per sradicare la pratica del matrimonio dei preti, che era vista come minaccia alla conservazione del suo patrimonio. In ogni caso, l’attacco della Chiesa alla sessualità è sempre stato un attacco alle donne. La Chiesa ha paura delle donne, e ha cercato di umiliarci in ogni modo possibile, reputandoci la causa del peccato originale e della perversione negli uomini, costringendoci a nascondere i nostri corpi come se fossero contaminati. Nel frattempo, si è cercato di usurpare il potere delle donne, presentando il clero come elargitore di vita e indossando la gonna come indumento.
In un’intervista hai detto che è tuttora in atto una caccia alle streghe. Chi sono gli eretici oggi?
La caccia alle streghe ha avuto luogo per diversi anni in vari paesi africani e in India, Nepal, Papua Nuova Guinea. Migliaia di donne sono state uccise in questo modo, accusate di stregoneria. Ed è chiaro che, proprio come nei secoli XVI e XVII, questa nuova caccia alle streghe è collegata con l’estensione dei rapporti capitalistici in tutto il mondo. Fa molto comodo aizzare i contadini l’uno contro l’altro, mentre in tante parti del mondo stiamo assistendo ad un nuovo processo di privatizzazione delle terre e un enorme saccheggio dei mezzi fondamentali di sussistenza. Esistono anche prove del fatto che la responsabilità di questa nuova caccia alle streghe, che a sua volta si rivolge in particolare a donne anziane, deve essere attribuita allo sforzo delle sette cristiane fondamentaliste, come il movimento pentecostale, che ha riportato nuovamente nel discorso religioso il tema del diavolo, aumentando il clima di sospetto e di paura generato dal deterioramento drammatico delle condizioni economiche.
“Omnia sunt COMMUNIA” , “Tutto è comune”, è stato il grido degli anabattisti la cui lotta e sconfitta, come racconti nel libro, è stata spazzata via dalla storia. E ‘ancora altrettanto sovversivo quel grido?
Lo è certamente, dal momento che viviamo in un tempo in cui ‘Omnia sunt Privata’. Se le tendenze attuali continueranno, presto non ci saranno più marciapiedi, spiagge o mari o acque costiere, o terreni o boschi che possano essere accessibili, senza dover pagare un prezzo. In Italia, alcuni comuni stanno cercando di approvare leggi che vietano alle persone di mettere i propri asciugamani sulle poche spiagge libere rimaste, e questo è solo un piccolo esempio. In Africa, stiamo assistendo al più grande accaparramento di terre nella storia del continente da parte dell’industria mineraria, agro-industriale, agro-combustibile… Il paese africano è in via di privatizzazione e le persone vengono espropriate ad un ritmo che corrisponde a quello dell’epoca coloniale. La conoscenza e l’educazione sono sempre più materie prime a disposizione solo di chi può pagare e anche i nostri corpi sono in corso di brevetto. Per questo ‘omnia sunt communia’ resta un’idea radicale , ma dobbiamo stare attent* a non accettare il modo in cui viene distorto questo ideale, per esempio da parte di organizzazioni come la Banca Mondiale, che con la scusa di ‘preservare la comunità globale’ privatizza terre e foreste dalle quali dipende il sostentamento di intere popolazioni.
Come affrontare la questione dei beni comuni oggi?
Il tema dei beni comuni riguarda il modo di creare un mondo senza sfruttamento, egualitario, dove milioni di persone non muoiano di fame mentre pochi consumano a ritmi osceni, e nel quale l’ambiente non venga distrutto: un mondo nel quale le macchine non aumentino il nostro sfruttamento piuttosto che ridurlo.
Questo credo sia il nostro problema comune e il nostro progetto comune: creare un nuovo mondo.

(n.d.T: egualitario anche per quanto riguarda la presa in carico dello sfruttamento degli animali non umani, come sostiene Yves Bonnardel nel testo a breve in via di pubblicazione “Per farla finita con l’idea di umanità”)

Intervista a Maria Galindo su Evo Morales, educazione sessuale e ribellione femminile in Bolivia.

La femminista radicale boliviana Maria Galindo su Evo Morales, educazione sessuale e ribellione nell’universo femminile.

di Sheryl Green e Peter Lackowski

Articolo pubblicato da upsidedownworld Tradotto in italiano da TheHighPeak, revisionato da Feminoska, H2o e Alice89

ekeka3

La Ekeka verso la libertà. Creazione di Danitza Luna

Mujeres Creando è un’organizzazione femminista radicale che  affronta la struttura patriarcale della società boliviana dagli anni ’80. Abbiamo parlato con una delle sue fondatrici, Maria Galindo, nel ristorante del loro piccolo hotel e centro culturale nella Capitale La Paz, mentre la stazione radio di Mujeres Creando, che trasmette/in onda dalla stanza a fianco, risuonava dagli altoparlanti in sottofondo.Quando Maria ci ha raggiunto era in compagnia di un altro nordamericano, Phillip Berryman, un insegnante e traduttore professionista e ci ha spiegato che poiché anche lui le aveva richiesto un’intervista avrebbe risposto alle nostre domande insieme.

Sheryl Green: La prima grande domanda è sull’amministrazione di Evo Morales: come sono state gestite le questioni specificatamente femminili? Sono stati fatti progressi? Il giornale di oggi dice che l’11% dei punti della Costituzione approvata tre anni fa è stato convertito in legge – che impatto ha questo sulle questioni femminili? Certo, l’obiezione è che tutte le questioni sono questioni femminili. Ma l’aborto ad esempio, e le altre cose che per te riguardano direttamente il benessere delle donne.

Maria Galindo: Allora, in generale il discorso su Evo Morales è molto complesso; in lui c’è stata una sorta di evoluzione. L’Evo Morales di oggi non è l’Evo Morales degli inizi. All’inizio c’erano molta speranza, molta aspettativa sociale e la relazione tra MAS [Movimiento Socialista] e il governo era davvero molto forte. In questo sesto anno invece di svilupparsi in modo positivo ha preso una brutta piega. Per esempio, Evo Morales, intendo il suo governo, dice “dobbiamo avere un grande controllo sulle organizzazioni sociali per rimanere al potere. Per sviluppare questo controllo dobbiamo comprare i capi di queste organizzazioni sociali.” E allora  adesso i/le dirigenti delle organizzazioni sociali sono controllat* dal governo. Ma non le basi. Significa che i/le dirigenti delle organizzazioni sociali hanno preso soldi dal governo e sono stati incaricati dei progetti, ma non significa che vi sia una reale aderenza delle organizzazioni sociali con le loro richieste. È una sorta di teatrino. Qui abbiamo con noi la gente, ma solo gli amici di Evo Morales e amici che ci sono perché ne traggono dei vantaggi. Il che impedisce una trasformazione sociale reale, perché non stanno lavorando sui problemi concreti di ogni parte della società, ma stanno lavorando solo per far pensare e sentire a tutti che Evo Morales sia l’unica soluzione per chiunque in Bolivia. E così abbiamo un processo di “caudillizacion.” Lui è il cambiamento, il cambiamento è lui, lui è tutto, è il difensore, e provoca un degrado nel processo politico e sociale.

SG: Quindi c’è una gerarchia…

MG: Non solo una gerarchia, ma lo dico in spagnolo: è un processo di “caudillizacion” [la creazione di un “caudillo” o leader carismatico]. La figura di Evo Morales è al centro di tutto. Ed è veramente un grosso errore. Per le donne è molto contraddittorio ed è ben mascherato. Perché? La prima legge, che era la più importante, è stato lo stanziamento di una somma di denaro, la “bono Juana Asurdo” (chiamata come un’eroina della rivoluzione contro la Spagna del diciannovesimo secolo.) È un pagamento che viene fatto a ogni donna che fa un figli* – come è stato fatto da ogni governo fascista. Non è molto: mille ottocento boliviani (261 dollari statunitensi). Non ci si fa nulla. Ma d’altra parte, “donne” significa “bambini.” Le donne più povere in Bolivia – magari loro potrebbero aver bisogno di quei soldi. Ma per ottenerli devono andare dal dottore, che ti dà un foglio che dice che avrai un bambino, e poi devi andare in banca per prendere il sussidio dallo stato. Ma le donne boliviane più povere non hanno la carta d’identità da presentare in banca. Quindi è davvero assurdo. Ed è una specie di ritratto del modo di pensare di questo governo.

Dall’altro lato, a partire dagli anni novanta, per una politica delle Nazioni Unite, c’è una sorta di quota di donne in ogni partito politico. È una politica liberale, non socialista, questa politica della “parità.” Quindi ogni partito ha una percentuale di donne, che vengono in certa parte elette come deputate e senatrici. È un processo iniziato negli anni novanta, ed è copiato ovunque in America Latina, non è originariamente boliviano. Il movimento sociale delle donne qui non ha mai chiesto di avere una rappresentazione parlamentare. È venuto dall’ONU. Dagli anni novanta, i partiti, anche di destra, hanno detto “OK, siamo gentiluomini, approveremo questa legge.”

E quindi dagli anni novanta c’è una bassa percentuale di donne in parlamento, donne che vengono elette per rappresentare il partito. Non per rappresentare la società o le donne nella società. E questa percentuale di donne non costituisce mai una voce per le donne. Loro rappresentano una voce femminile per il partito, che fa una bella differenza. È un fenomeno consueto della politica in tutta l’America Latina. Evo Morales ha preso la stessa idea dominante e l’ha messa nella sua politica. Ora c’è una percentuale più alta di donne, credo che sia intorno al 40%, non sono sicura, in realtà non ci faccio molto caso. E la stessa politica si applica ai ministri di governo e ai giudici. Ma con le stesse regole: le donne del nostro partito faranno quello che vogliamo noi. Le donne che hanno responsabilità per la sanità, per molti aspetti non fanno in realtà nulla per le donne. Perché è sufficiente essere lì e dire, “Sono qui, sono una voce per le donne.”

E quindi fanno una selezione accurata delle donne per tenere fuori quelle che sono pericolose, che alzano la voce, che pensano con la loro testa. C’è un sacco di ostilità nei confronti delle donne ribelli nei movimenti sociali oggi in Bolivia. Non è responsabilità di Evo Morales, è semplicemente come stanno le cose in questo momento.

Perciò, quello che dicevi sull’aborto – è come andare con un autobus sulla luna. Siamo molto lontan* da quel punto. Ho intervistato tutte le donne del governo [Maria conduce un programma alla radio, trasmesso da Mujeres Creando], tutte le dirigenti di movimenti per le donne che sono con Evo Morales, Bartolina Sisa (un movimento chiamato come un’eroina Aymara del 1700 che combattè contro gli spagnoli) ho intervistato tutt* quell* che fanno parte di questi movimenti. Ho chiesto loro dell’aborto. Perché l’aborto è un problema di povertà. Le giovani donne bianche, se hanno 400 dollari possono ottenere un aborto. Le indigene, giovani povere che non hanno i soldi, abortiscono con grossi rischi, e muoiono. E sono molto spaventate.

SG: Ci sono dottori nel paese che praticano un aborto sicuro per 400 dollari?

MG: È tutta una questione d’ipocrisia. Prova ad andare al grande cimitero di La Paz – mentre cammini vedrai su entrambi i lati della strada piccole cliniche. E lo sai, una stanza non può essere una clinica. E tu vedi clinica, clinica, clinica, clinica… “Se hai una domanda, vieni qua, clinica femminile”. Tutti quei posti sono per gli aborti. Lo sanno tutti, non è un segreto.

SG: E il governo non interferisce?

MG: No no, non fanno nulla. Ma per esempio, lo scorso dicembre una giovane donna a Santa Cruz ha ucciso il suo bambino – il bambino è nato e lei l’ha ucciso. È finita in prigione per omicidio. E lei ha detto, “Sono stata violentata. Questo bambino non lo volevo.” La polizia non fa nulla. I dottori fanno soldi, non tanti, ma li fanno. Ma quando una donna è così sola, così vulnerabile, come quella ragazza, allora finisce in prigione. È un caso d’ipocrisia. Ma nessuna donna di questi movimenti sociali locali è favorevole a parlare positivamente del diritto – non il mio diritto, di femminista – ma del diritto di scelta di quelle ragazze della campagna. Non sono pronte – ho chiesto a ognuna delle donne presenti in parlamento dell’aborto. Sono tutte contro. Tutte. Non ce n’è una che dica, “OK, hanno il diritto di scegliere.” Dobbiamo combattere per questo diritto, che è molto concreto.

SG: E probabilmente la maggior parte di loro ha qualcuna nella famiglia allargata o conosce qualcuna…

MG: Oh certo, certo, certo… Perché l’aborto in Bolivia è un problema di massa, non è il problema individuale di una ragazza in particolare. Perché non c’è educazione sessuale nella legge e nelle scuole. C’è una sorta di cultura maschilista nella sessualità, che significa che ogni ragazzo vuole mostrare il suo potere su una ragazza. Quindi è davvero un enorme problema di massa. E si vedono molte donne giovanissime con figli, e nessun padre. Alla nostra radio facciamo una lista di padri che non pagano per i propri figli, ed è un grande successo. Trasmettiamo il loro nome, la loro età e dove lavorano. Cinque volte il giorno, e nessuna donna deve pagare per questo [servizio]. Ed è molto interessante perché non è diretto solo a quelli che vengono nominati, ma è un messaggio per l’intera società.

SG: Mujeres Creando – legame con il governo, influenza. Hai due ruoli qui – magari correlati – sei una giornalista e sei parte di questa comunità. Qual è il legame, la relazione, il riconoscimento dell’amministrazione verso Mujeres Creando?

MG: Riconoscimento assolutamente no. Ma penso che noi, Mujeres Creando, abbiamo influito profondamente sulla società, perché alziamo molto la voce. E non ci limitiamo a parlare, facciamo anche le cose. Esercitiamo una forte influenza, lo sento ovunque, costantemente. Questo governo di Evo Morales agisce come se noi non esistessimo, come se non ci fossimo, come se non facessimo nulla. Ma non significa nulla perché non siamo fissate sull’idea che la sola politica che ha successo è la relazione con lo stato. Lo abbiamo analizzato per molti, molti anni: cosa vogliamo dallo stato? Non vogliamo nulla dallo stato. Non solo le leggi – le leggi non cambiano nulla. Molti movimenti in Bolivia hanno in mente la formula, “Otteniamo la legge, otteniamo un cambiamento della situazione.” Ma noi non chiediamo una legge, non chiediamo di essere in parlamento, non chiediamo di avere soldi dal governo, ma prendiamo posizione su ogni politica di governo.

Noi non viviamo sull’Isola che non c’è, ma non pensiamo che ci debba essere un riconoscimento da parte dello stato. Per esempio, quando il processo costituzionale era in corso quattro o cinque anni fa in Bolivia, abbiamo sviluppato un’interessante teoria sociale. Abbiamo detto, “Non vogliamo la parità tra uomini e donne, questa non è la nostra prospettiva. Vogliamo una ‘despatriarcalizacion’ della società.” Non posso tradurlo perché è una parola che abbiamo inventato noi (de-patriarcalizzazione). E ora qualsiasi documento governativo che riguardi le donne contiene la “despatriarcalizacion.” Hanno preso da noi la parola. È la prova della nostra grande influenza sul loro pensiero, ma non è una realtà perché, ad esempio, non ci chiedono mai di discutere che cosa questa “despatriarcalizacion” significhi. È una relazione complicata.

SG: È un grosso dibattito anche negli Stati Uniti in questo periodo. C’è forte movimento esterno al governo, il cui obiettivo non è lavorare per il partito, per far eleggere le persone. È un periodo eccitante: vuoi lavorare dall’esterno, o vuoi provare a inserire qualcuno all’interno? E quindi le persone stanno facendo scelte davvero interessanti. Sembra che la tua scelta sia quella di lavorare all’esterno e di influire profondamente non solo sulle donne ma sulla società nel suo complesso, stimolando idee più chiare e analisi più approfondite e aiutando le persone a considerare i loro stessi modelli sotto una luce diversa.

MG: Esatto, non è che pensiamo di dire alle persone quale sia la verità, questo è molto importante. Sei andata dritta al punto. Per noi, le donne sono “soggetti politici”, protagoniste. Quindi lavoriamo in questo senso, considerando le donne soggetti politici, non “beneficiarie,” “oggetto di vulnerabilità, ” “Oh, povere donne!” e roba così. Non ci limitiamo a parlare. Noi agiamo. Per esempio, abbiamo piccoli programmi che hanno una metodologia molto interessante, programmi che funzionano e programmi che sono fatti per le persone. Ce n’è uno davvero interessante sulla violenza contro le donne che è molto pratico, e agiamo in ogni situazione in cui ci è possibile, abbiamo un programma per le madri che riguarda il pensare al ruolo di madre in un altro modo. Entrambi influiscono profondamente sulla società, ma non raggiungiamo molte donne perché lavoriamo su piccola scala. Ma sono esempi – non siamo solo pront* a parlare, siamo pront* ad agire.

Questa è la grande differenza, perché in Bolivia trovi molt* intellettuali, alcun* migliori, altr* che non sono granché — che sono brav* per quel che riguarda il pensiero critico e parlano, anche, ma si limitano a parlare. Noi pensiamo che sia un grosso errore. Ci sono così tanti anni di pensiero politico boliviano in cui puoi trovare i minatori, puoi trovare gli indigeni, puoi trovare i giovani e mai le donne. Tutti i movimenti sociali hanno una sorta di faccia maschile, e alle donne si pensa come a un pezzo vulnerabile di società, dobbiamo proteggere le donne, dobbiamo proteggere le donne in quanto madri e quella è l’idea dello stato. E quell’idea non è cambiata. Siamo allo stesso punto di sempre.

Phillip Berryman: Capisco cosa intendi riguardo alle donne in politica. Vedi donne infrangere i ruoli tradizionali in altre aree come quella degli affari?

MG: Penso che ci sia una grande confusione al riguardo in generale, non solo in Bolivia. Ad esempio qui in Bolivia ci sono donne nell’esercito. E’ una prova di ribellione? E’ una prova di un qualche miglioramento? Possiamo festeggiare? Le donne lavorano, ma in quali condizioni?

SG: Giusto l’altro giorno c’era un sacco di polizia vicino alla capitale, e c’erano delle donne. Per caso ho guardato in basso e una poliziotta indossava stivali a punta con i tacchi alti, e ho pensato, “come può fare quello che potrebbe dover fare con i tacchi alti?” Mi ha colpita, e l’ho trovato molto ironico.

MG: Ironico, ecco la parola. In molti di questi esempi c’è tanta ambiguità. Non è una vittoria  per la società boliviana se le donne entrano nell’esercito. L’esercito ha commesso un sacco di abusi nei confronti delle reclute. Molti sono morti. Ai tempi si pensava che ci fosse la possibilità che rifiutassero il servizio militare. Così il governo ha detto, “OK, per i ragazzi è obbligatorio, non possono scegliere. Ma le donne possono entrare, e possono scegliere.” E le donne stavano in coda dalle 5 del mattino per arruolarsi nell’esercito. Avrebbero fatto qualsiasi sacrificio pur di entrare. Perché? C’è una grande contraddizione. Il neoliberalismo e il liberalismo in America Latina dicono che ne hai il diritto. Devi lottare per i tuoi diritti, ma li hai – sei uguale. Abbiamo ora, in tutto il mondo, un sacco di donne con un sacco di potere. Che cosa significa? E’ una grande domanda per noi anche come femministe, perché nessuna donna al potere, in Bolivia, Germania, o dovunque, è lì grazie al pensiero femminista. E’ lì grazie al pensiero patriarcale.

Non m’interessano molto Cristina Kirchner o Merkel, a me interessa la massa. Nella massa delle donne c’è un impulso ad occupare lo spazio degli uomini, e sono pronte a pagare lo scotto di assumere valori maschili – quali competizione, uso della forza, uso della violenza. C’è una massa di donne che la pensa così. E così qui in Bolivia ci sono donne che vogliono entrare nella polizia. Ma la più alta percentuale di violenza sulle donne nella vita privata è fatta proprio da poliziotti. E allora vedi l’ironia di cui parlavi. Loro arrivano lì, ma poi sono… le donne. A che punto siamo? Ma dall’altro lato, per rispondere alla tua domanda  si vede un sacco di ribellione sociale di massa delle donne. Per esempio, molte donne sono pronte a denunciare la violenza, e questo è un atto ribelle. Molte donne vanno all’università. Io ho insegnato all’università pubblica. Il 50% degli studenti in tutti i campi sono donne.  Non c’è un campo in cui gli uomini possano dire, “Questo è il nostro campo.” Ma nei campi delle donne non trovi uomini. Questa rivoluzione non è dal lato dell’essere uomo, dell’essere maschile.

SG: Quindi   ad esempio in educazione della prima infanzia, o in sviluppo umano o in storia delle donne, non ci sono uomini?

MG: Vi devo raccontare una cosa: la storia di Ekeko.  E’ un riflesso di quello che sta succedendo con le donne nella società boliviana ora. Questa statuina è stata creata da una giovane artista del nostro movimento. Ha vent’anni. Io ne ho quarantasette e lavoriamo insieme. Conoscete la storia di Ekeko? Ve la racconto. Ekeko è un dio andino dell’abbondanza. E’ un ometto piccolo e basso che si porta tutto sulla schiena. Cibo, macchine, apparecchiature elettriche, tutto quello che vuoi. Risale a centinaia di anni fa, almeno alla fine del Settecento. Se veneri l’immagine di Ekeko, avrai tutto quello che vuoi nella tua casa. E’ chiaramente la deificazione del padre che porta tutto quello di cui hai bisogno, ed è falso.

La statua di Ekeko si trova in un posto speciale della casa, e ogni venerdì la donna di casa deve dargli una sigaretta. Deve metterla in bocca alla statua e accenderla. Ha anche un simbolismo erotico – trovi molti Ekeko con il pene eretto. Quindi lui ti darà tutto, benessere e piacere. In molte case trovi quest’ometto nel posto migliore.

Quindi abbiamo messo una donna al suo posto. [Ci mostra una statuetta, circa venti centimetri in altezza e in lunghezza. E’ una donna con un fagotto grosso quanto lei sulle spalle, mentre dietro c’è la figura di un uomo stravaccato, che dorme con una bottiglia in mano.] Invece di lui, c’è lei. Nel fagotto che porta sulle spalle c’è il suo cuore, che non è danneggiato. E poi ha tutto il resto: una casa, e musica, cibo – tutto quello che serve. E ha le ali, perché vuole la libertà. Ha libri perché vuole imparare. Se andassi in una scuola serale, vedresti che ci sono molte donne, perché tantissime hanno dovuto lasciare la scuola, ma ora vogliono studiare. Lei ha anche una valigia, perché se ne sta andando. Questo è un altro sentimento ribelle che molte donne hanno: “Sono pronta a lasciarti.” E la valigia ha un’etichetta, lì dentro ci sono sogni, speranze, ribellione, e felicità.  Sta lasciando il piccolo dio Ekeko – ubriacone, pigro, macho. E la lettera che gli lascia dice, “L’Ekeka sono sempre stata io.”

Vendiamo queste [statuine] nel nostro banco al mercato. Venderle è un atto politico. Parliamo alle donne, e loro ridono di gusto. Ogni donna [ne] capisce [il senso]: la donna che vende il pane, la donna che lavora in ufficio, e la donna che è in parlamento.

SG: Vendono bene?

MG: Sì. Non costano poco, perché vogliamo che la ragazza che le fa ci ricavi qualche soldo. La cosa più importante è che vogliamo entrare nell’immaginario popolare, che ha un posto nel cuore delle persone.

SG: E cosa mi dici di quest’altra figura, un uomo con un* bambin* sulla schiena, una borsa della spesa in una mano e una scopa nell’altra?

MG: Quest’uomo è Evo Morales. Sta portando un* bambin* sulla schiena come una donna indigena. Nessun uomo porterebbe un* bambin* in questo modo, sarebbe contro la sua dignità. Ed è pronto per pulire la casa e andare al mercato. Questo è stato l’uomo più importante della rivoluzione boliviana (che in realtà non è stata una rivoluzione.) Queste  le abbiamo davvero vendute come il pane. Ora non più perché lui ormai non è così popolare. Una volta, quando era ancora all’apice del potere, sono andata a un grosso evento politico e gliene ho regalata una . Lui l’ha presa e l’ha lanciata a una delle sue guardie del corpo. Non l’ha presa ridendo, era ostile, disgustato dalla statuina. Quello era un segnale! Mi sono chiesta, “Perché non era disposto a riderne con noi, e dire, ‘Perché no?’ o ‘Interessante!’ o ‘Grazie mille,’ o chessò.”

Questo è lo stato attuale della ribellione delle donne. Senza capire potresti dire, “Ah, queste donne stanno dicendo che ogni uomo è un ubriacone….” Ma è molto più di così, è un simbolo.

SG: Riguarda più le donne…

MG: Sì. Prima di venire qua stavo intervistando una donna. Vuole separarsi dal suo uomo. Quando aveva quattordici anni, un membro della sua famiglia l’ha data in dono a un militare ventottenne, che aveva un figlio di cui qualcuno doveva occuparsi. E così lei è andata con il militare ed è stata con lui, ai miei occhi, come schiava. Ma agli occhi della società come una moglie. Stava piangendo al mercato e una donna le ha chiesto, “Perché piangi?” Quando lei ha spiegato il motivo, la donna le ha detto, “Vai da queste donne.” [Mujeres Creando]

SG: Quanti anni ha ora?

MG: E’ tra i cinquanta e i sessant’anni. Ha avuto quattro figli con il militare, pensando per tutta la sua vita, “Lo lascio.” Non diresti che queste storie possano essere vere ancora oggi, ma in realtà lo sono. Le nostre storie non sono tutte così. Quella non è la mia storia. Ma noi, come donne, siamo nella stessa situazione storica e sociale di quella donna. Se la consideriamo una sorella, lei era, o è, in schiavitù.

Ho lavorato parecchio con la prostituzione, e conosco davvero bene il problema, ho fatto molte cose in quell’universo. In Bolivia, ogni prostituta deve essere legalmente registrata. Significa che deve dare il suo vero nome, il suo indirizzo, il posto in cui lavora come prostituta, e poi le fanno una foto e un documento. Devi avere quel documento dal ministero della sanità per lavorare come prostituta. Inoltre, devi andare dal dottore una volta a settimana, solo per fargli controllare la  vagina. Solo quello. Se hai un problema agli occhi o qualsiasi altra cosa, non importa, ti controllano solo la  vagina. E ottieni un foglio che dice ‘autorizzata.’ Si preoccupano solo per la salute degli uomini. E questo succede ora, non cento o duecento anni fa.

Questa [indicando una foto appesa al muro] è la fotografia di una prostituta dell’inizio del 1900. La polizia faceva queste fotografie a ogni prostituta: due scatti, di fronte e di profilo. In quei giorni una donna doveva indossare un panno nero in testa per mostrare che era una prostituta. La polizia aveva quegli archivi. Dal 2000 la polizia non fa più fotografie, ora è il Ministero della Sanità che fa i controlli vaginali per dire che puoi andare con un cliente.

Ho fatto centinaia di seminari, progetti, lettere, qualsiasi cosa. Abbiamo creato un’organizzazione per lavorare con le donne. Per il nostro punto di vista tutto andrebbe fatto con la donna. Per esempio la donna in condizione di schiavitù: è lei quella a volerne  uscire. Non sono io a dire che deve farlo. E’ molto importante. Ogni donna deve dire che cosa vuole fare. Loro trovano in noi delle amiche, un gruppo politico, quello che volete, ma sono loro che devono scegliere.

PB: Vedi segnali di cambiamento negli atteggiamenti degli uomini?

MG: Non in Bolivia. Non vedo cambiamento nell’universo degli uomini. Vedo molto cambiamento in alcune parti dell’universo delle donne – perché non siamo tutte un pezzo unico, siamo complesse – ma non vedo quasi nessun cambiamento nel mondo degli uomini. L’uomo è in crisi profonda. Le donne stanno cambiando e gli uomini restano lì, non riescono a cambiare. Per esempio, qui c’è un grosso mercato della prostituzione. Chi si rivolge a quel mercato? Potrei mostrarti uomini giovanissimi e uomini vecchissimi che ne usufruiscono. Vedi minatori e professionisti che se ne servono, è solo una questione di prezzo. Puoi trovare una prostituta molto economica e una molto cara. Il mercato della prostituzione sta crescendo. Gli uomini vanno lì per comprare una donna. Non vedo alcun cambiamento in questo.

Che cosa succede agli uomini? Nel mio programma radio ho donne che parlano della violenza sulle donne. Ho aperto uno spazio per gli uomini per parlare della violenza sulle donne, ma nessun uomo vuole venire. Gli uomini vogliono parlare della rivoluzione, del prezzo della benzina o del gasolio, della rappresentanza politica, o della storia, ma non vogliono parlare di se stessi. E’ difficile chiedere loro di parlarne, come se fosse un’offesa, come una mancanza di rispetto.

PB: In Colombia ho visto un po’ di propaganda contro la violenza domestica – un cantante reggaeton o qualcosa del genere.

MG: Puoi vederlo anche in Bolivia, uomini famosi che sono pagati – non significa nulla. Il governo allestisce il suo teatrino con i soldi della cooperazione internazionale – non ci sono soldi dallo stato boliviano. Non è una cosa ben pianificata, solo una messinscena – molto facile a dirsi. Se si osserva l’uso delle donne nei mass media – mi fa schifo. Dovunque, per qualsiasi cosa, e senza limiti.

SG: Le donne in carcere – abbiamo parlato con una donna che lavora con le carcerate e abbiamo saputo che le donne possono tenere i figli con loro in prigione, che possono lavorare per guadagnare, che si autogovernano. Come vedi i programmi per le donne in prigione?

MG: Non ho una grande conoscenza delle prigioni. Ho iniziato una serie di programmi radio ogni quindici giorni da una prigione. Noi andavamo lì e le donne parlavano. Era fantastico, avevamo il permesso per dodici puntate, ma ne abbiamo fatte solo due. E’ vero, le donne possono tenere i bambini con loro in prigione. I bambini vanno a scuola e dopo tornano alla prigione. Dipende dalla loro età. Lavorano in prigione, ma non si tratta di programmi organizzati: il punto è che lo stato non ha soldi per la prigione e non vuole spenderne, vuole una prigione economica. Le donne lavorano perché, se non lo facessero, morirebbero di fame. Non potrebbero sopravvivere là dentro senza lavorare.

Il motivo per cui mi hanno tolto il permesso per fare più programmi è stato che le donne fanno il bucato, prendono nove boliviani ogni dodici pezzi. Da questi nove boliviani, la polizia prende qualcosa. Ma non avrebbe il permesso di farlo. Le donne ne hanno parlato alla radio e così tutti l’hanno saputo. Quindi hanno messo la donna che l’ha detto in isolamento, c’è stato un grosso scandalo, ed io ho perso la mia autorizzazione – basta programmi.

Potresti andarci. Se conoscessi qualcuno, potresti andare senza alcun permesso e dire che hai fissato una visita così e così e vedresti, hanno costruito una piccola società. Ma hanno due docce in centosessanta donne, e pagano per la doccia. Hanno due tipi di spazi. Uno spazio per dormire, per quello non devono pagare. Ma poi escono in un grosso spazio aperto tutto il giorno. In quello spazio hanno costruito posti per passare la giornata. Per averne uno devono pagare. Una donna che non ha un boliviano non ha un posto tutto il giorno. Tutto quello che hanno, è il prodotto della loro lotta.

Intervista ad Edmondo, professore libertario

banksyCon grande piacere vi proponiamo un’interessante intervista fatta ad Edmondo, professore libertario e autore del blog scuola libertaria, con la speranza che ciò generi dubbi su come stiamo educando i/le nostr@ bambin@ e sul ruolo reale della scuola tradizionale. Buona lettura!

1)  Cosa si intende per pedagogia libertaria? E quando e come è nata? Come la pedagogia libertaria si differenzia da quella tradizionale?

La tua prima domanda richiederebbe lo spazio di un’enciclopedia. Ogni bambino porta con sé un proprio progetto di vita, come anche proprie esigenze, proprie emozioni, proprie aspettative e desideri, una gamma di singolarità psicofisiche che lo rendono unico e irripetibile. Al contrario di quanto fanno le pedagogie autoritarie che operano opportunisticamente dall’esterno per omologare e annullare ogni individualità, la pedagogia libertaria si concentra sulle singolarità, rispetta le caratteristiche di ogni individuo, crea l’ambiente relazionale più consono affinché le attitudini possano emergere e svilupparsi. La pedagogia libertaria educa persone, non addestra sudditi. Ogni persona deve poter esprimere pienamente se stessa per diventare se stessa, e non qualcosa che altri hanno deciso. Quel progetto di vita che la natura ha fornito ad ognuno di noi deve potersi realizzare, e questa realizzazione si raggiunge soltanto attraverso un contesto libero, tra esseri umani liberi. In buona sostanza, la pedagogia libertaria educa a essere, non a dover essere.
Rispettare l’essere umano in quanto tale, nella sua totalità, di questo si occupa la pedagogia libertaria, e in questo senso la sua nascita affonda le radici nelle prime critiche all’esistente autoritario. Se ad esempio penso a un Diogene, non posso non vedere in lui uno dei primi educatori libertari. Tuttavia, il primo teorico a scagliarsi metodicamente contro l’istituzione scolastica tradizionale è stato il filosofo illuminista William Godwin. I suoi scritti -ancora oggi all’avanguardia- sono la reazione sintomatica di una malattia preesistente.

Continue reading “Intervista ad Edmondo, professore libertario”

Transgenitorialità: intervista ad Egon

 Siamo felici di potervi proporre un’interessante intervista fatta ad Egon, genitore transessuale, che ha, gentilmente, accettato di rispondere a delle domande sulla transgenitorialità, argomento di cui si parla, si legge e quindi si conosce ben poco. Buona lettura!

Happy-Families copia

1) Quando è iniziata la tua transizione?

Ufficialmente la mia transizione è iniziata nel 2011, con la presa in carico del mio caso da parte dell’ospedale Careggi di Firenze, dove, presso il reparto di endocrinologia, c’è un centro specializzato nei “disturbi di genere”.  In realtà quello è stato solo il momento in cui ho scelto di affrontare questo mio sentire, che in realtà mi ha accompagnato, in vari modi e in varie fasi, per tutta la vita. Il mio rapporto con quello che credevo fosse la mia parte oscura, ha un’immagine ben precisa: era come se dentro di me ci fosse una porta, con scritto sopra a caratteri cubitali, “non aprire”, ed io mi ero attenuto a questo divieto, girandoci solo intorno, spiando dalla serratura, finchè un giorno la porta si è spalancata, e quello che è uscito fuori non è più voluto rientrare. Il divieto che mi impediva di oltrepassare quella soglia e conoscerne il contenuto era fatto di paura, paura di essere troppo diverso, di perdere tutti gli affetti per colpa di questa diversità inconcepibile, di perdere i miei genitori, di perdere la possibilità di vivere nel mondo, nella società e di morire quindi solo e abbandonato, nella indigenza più assoluta.  Quindi evitavo di domandarmi perchè, fin da piccolissimo, avrei voluto essere un maschio, perchè nei miei giochi di fantasia io fossi esclusivamente un personaggio maschile, perchè, quando scendeva la sera, io non vedevo l’ora di andare a letto e giocare, così disteso, ad essere un ragazzo, ed inventare da fermo strane avventure. Poi venne anche la scrittura, ed anche nelle mie storie io ero sempre un eroe maschile. Alla fine cominciai a vedere, nella mia immagine riflessa allo specchio, quella di un mio doppio maschile, che mi guardava beffardo ed inarrivabile, una specie di fratello cattivo che mi tormentava con la sua bellezza…stavo lunghi momenti ad ammirarmi schiacciandomi il seno, estasiato dal mio busto piatto…  Come donna mi sentivo completamente inadeguata, disarmata, non capivo le regole e le necessità della socializzazione al femminile, e detestavo ed invidiavo al contempo le rappresentanti del mio sesso biologico che sembravano invece padroneggiarla con disinvoltura…qualche volta fingevo di essere come loro…  Mi piacevano i giochi maschili, fisici, o i giocattoli come le macchinine, mentre detestavo le bambole…quando ad 11 anni ho voluto le prime barbie, facevo finta che fossero ragazzi e creavo storie complicatissime che li vedeva protagonisti.  Ho creduto spesso di essere pazzo, schizofrenico e piangevo molto: mi chiudevo nella mia camera e piangevo per ore, inconsolabile, sentendomi assai solo. Odiavo di me anche questa necessità irrefrenabile di piangere, salvo scoprire molto più tardi che questa capacità mi ha salvato, facendo sfogare fuori tutto questo mio mondo interiore che non capivo e di cui ero profondamente spaventato ed imbarazzato.  Ho vissuto alcuni anni da lesbica bucht, sentendomi bene perché le “mie” donne mi trattavano da uomo, ma anche in questa esperienza c’era qualcosa che mi metteva a disagio, c’era qualcosa di falso, di incompleto. Oltretutto a quei tempi il mondo lesbico era assai separatista, ed io che mi dichiaravo bisessuale ( l’unica cosa di cui sono stato sempre sicuro) venivo visto come un traditore, un insicuro. I bisessuali non erano concepiti allora nel mondo omosessuale, c’era il detto “bisex now, gay later”. Poi è cominciato il tentativo di adeguarmi, di cercare di vivere secondo quello che il mondo si aspettava da me. Ho conosciuto, sul lavoro, un ragazzo più giovane di me, un ragazzo di cui avevo molta stima, bravo nella sua attività, onesto, intelligente e di un moralità assai rigida. Nonostante la nostra diversità, un giorno lui mi disse che si era innamorato di me. Mi cascò il mondo addosso: avevo raggiunto un equilibrio, in quel momento ero single ed avevo una vita sessuale abbastanza libera, il lavoro andava bene, il divertimento anche…ma a quel ragazzo così onesto, così per bene, ricco, come potevo dire di no, sottrarmi a questa fortuna? Era come un treno che passava ed io dovevo montarci per forza. Lui si stabilì nella casa che io avevo in affitto ed abbiamo avuto una storia di 9 anni: ci siamo sposati, abbiamo fatto due bambini che io desideravo, abbiamo creato un’attività insieme, ma quella persona, che per me rappresentava la stabilità che io non avevo, il punto fermo di affetto incrollabile che io cercavo non avendolo trovato nei miei genitori, era sopratutto una gabbia.  Lui ha creato intorno a me una prigione, talmente soffocante da essere, credo, il detonatore che ha aperto per sempre quella porta che fino ad allora non mi ero deciso ad affrontare. Quando ho ricominciato, a 39 anni , a vivere solo nel mio mondo di fantasia, a fare finta di essere un uomo, ho finalmente accettato di indagare quello che  stavo facendo, a volergli dare un significato.  Tra l’altro, per resistere alla quotidianità, avevo cominciato a bere. Mi rivolsi dapprima ad una terapeuta con cui ebbi il coraggio di parlare del maschio che viveva dentro di me e da lì presi la decisione di rivolgermi ad un centro specializzato.  Ero spaventatissimo, ma ero anche stanco di scappare. Così, al Careggi, ho affrontato 9 mesi di incontri con gli psichiatri; mi sono stati somministrati test lunghissimi per valutare la “disforia di genere” (questo è il termine per il transessualismo), per fare diagnosi differenziate, mi hanno dato psicofarmaci per combattere l’ansia e la depressione che avevo (che ho accettato di prendere solo per amore dei miei figli, perchè non volevo che mi vedessero più piangere disperato per ore), ed alla fine dei 9 mesi è stata “emessa” la diagnosi di transessualismo.  Così mi sono potuto rivolgere all’endocrinologo (che fa sempre parte dello staff del centro specializzato) per avere la cura mascolinizzante, a base di testosterone, che pian piano ha modificato il mio corpo: sono cresciuti i peli, i muscoli, il viso si è scavato, il grasso spostato, il clitoride è aumentato di volume, così come la libido. Dopo un anno e mezzo di ormoni (che comunque dovrò prendere per tutta la vita) e dopo un iter lunghissimo al tribunale, mi sono operato di mastectomia (rimozione del seno) all’ospedale Cattinara di Trieste.

Per “finire” il percorso, e cambiare i documenti, dovrò anche fare l’isterectomia. Contestualmente a tutto ciò è stato per me fondamentale il lavoro psicologico fatto con la psicologa del consultorio Trans Genere di Torre del Lago, che mi sostiene dall’inizio del percorso e che è una delle mie principali risorse per affrontare tutte le difficoltà di questo lungo cammino.

2) Quando hai iniziato il tuo percorso FTM eri già genitore di due figli: avevi paura della loro reazione rispetto al tuo cambiamento? E se sì come sei riuscito a superarla?

Quando ho iniziato la transizione mia figlia aveva 3 anni e mio figlio 5. Loro stati la roccia dura su cui io ho potuto appoggiare i piedi…tutto intorno a me franava e l’unica cosa certa era la loro presenza, il fatto che, così piccoli, loro avevano bisogno di me, della loro mamma, e che questa mamma funzionasse.  Non riuscivo a vedere niente del mio futuro, l’unica immagine che mi teneva a galla era quelle di me, transizionato, che crescevo i miei figli, in un posto mio, con la fatica del mio lavoro, qualsiasi fosse.  Per loro, come ho detto, ho accettato di prendere, per un periodo, antidepressivi ed ansiolitici, perchè non potevo continuare a farmi vedere da loro disperato come lo ero in quel  momento, senza la capacità di riprendermi.  Il fatto di avere avuto l’esperienza di una mamma depressa, mi è stato da memento: quando la madre soffre i bambini non possono stare bene. Inutile rimandare o non fare delle scelte per proteggere i bambini, quando poi queste cose ti schiacciano e ti impediscono di vivere serenamente il ruolo di genitore. Avevo però enormemente paura per loro, credevo che avrei potuto creargli dei danni permanenti vedendo la loro madre trasformarsi sotto i loro occhi, e le persone intorno (nonni, zie) rinforzavano questa mia paura ed alimentavano in tutti i modi i miei sensi di colpa, facendomi sentire un genitore indegno e cattivo. E’ stato solo per l’intervento della psicologa del consultorio se sono andato avanti. Lei mi ha fatto lavorare lungamente su me stesso e mi ha fatto capire che i miei figli non correvano alcun pericolo, gli unici problemi sarebbero venuti caso mai dall’esterno, dall’impatto con la società non matura per accettare certi fenomeni esistenziali. All’inizio non le credevo, ero terrorizzato per loro, fui sul punto di tornare indietro, ma il rapporto terapeutico era solidissimo e io mi sono affidato a lei ed il tempo le ha dato ragione.

3) Aldilà delle tue paure, come in effetti i tuoi figli hanno poi vissuto la tua scelta? Come hanno vissuto il tuo cambio di nome e di aspetto? Hanno avuto problemi a scuola, tra gli amici/che?

La psicologa che mi segue mi aveva dotato di semplice regole per affrontare la transizione con i miei figli: essere sinceri, non confonderli e continuare a svolgere il mio ruolo di madre, fargli sentire che la loro madre era sempre lì, che non se ne sarebbe andata via anche se cambiava aspetto.

In effetti è proprio questo di cui hanno paura i bambini piccoli: se un genitore cambia, il genitore va via.

Così vanno sempre rassicurati su questo punto, fargli sentire tutto il nostro amore per loro, fargli sentire che questo dato non  cambia, anche se la mamma non ha più le trecce ma i capelli rasati.

Un altro consiglio era quello di aspettare sempre le loro domande e poi spiegargli come stavano le cose.

Quindi i miei bambini hanno cominciato a chiedermi perchè le persone mi chiamassero con il tal nome e non più con il nome che loro avevano conosciuto sino ad allora e perchè mi dessero del maschile. Io ho spiegato tutto con tranquillità e sincerità, mettendogli a parte dei miei sentimenti. Loro adesso sanno e comprendono chiaramente che la loro madre si “sente” uomo pur essendo nata in un corpo femminile, che gli ha permesso di essere la loro madre, e che per questo suo sentire ha cambiato delle cose fisiche, come avere più muscoli e più peli ed aver tolto il seno. Benchè vedano questo chiaramente, nella percezione che hanno di me nulla è mutato, perchè per loro io sono sempre la stessa mamma, che si cura di loro, li ama e li protegge e a cui loro sono attaccatissimi.

Per adesso non hanno avuto nessun tipo di problema, né a scuola né con il resto della famiglia, ma non dubito che questo momento arriverà, cosa di cui ho una grande paura e di cui mi sento responsabile, ma ho anche imparato a non preoccuparmi delle cose prima che accadano perché spesso sono assai diverse da come ci si immagina.

4) Puoi raccontare qualcosa riguardo i cambiamenti – se ci sono stati – nel tuo linguaggio e in quello che sentivi attribuito a te dagli altri? In questo senso cos’è accaduto con le istituzioni e nelle occasioni pubbliche (riunioni tra genitori a scuola, sul luogo di lavoro, palestra/supermercato/bar…)?

Mi stupisco sempre del fatto di come mi sia venuto naturale, da subito, parlare di me al maschile dopo quasi 4 decenni di socializzazione al femminile; saranno state le ore e ore di gioco protratto fino, ed anche oltre l’adolescenza, in cui mi “immedesimavo” nella parte del maschio, cercando di modularne anche la voce ( e che gioia il fatto che adesso la mia voce sia effettivamente maschile, senza sforzo né finzione). Per le persone intorno, invece, è determinante l’aspetto fisico e l’abitudine. Quando ti cresce la barba e non hai più il seno, diventa difficile che qualcuno ti dia del femminile. Per me il passaggio definitivo, il momento in cui al di fuori il tuo aspetto non dà adito a dubbi, è coinciso con la mastectomia, la rimozione del seno. Da quel giorno, per il mondo, sono un uomo.

In famiglia invece è diverso. I miei figli continuano a chiamarmi mamma e a darmi del femminile, cosa che ritengo nel loro pieno diritto e che non mi disturba, ed anche i miei genitori hanno enormi difficoltà ad abbandonare il concetto di me come donna, come loro figlia. La mastectomia ha comunque segnato però un passaggio anche in  questo caso, con mia madre che comincia almeno ad affrontare il “problema” del mio nuovo nome e genere, mentre prima dichiarava che non avrebbe mai smesso di chiamarmi con il mio nome di battesimo e mai mi avrebbe considerato un uomo.

Nel luoghi “istituzionali”, quelli cioè in cui hai bisogno di esibire il tuo nome anagrafico, quindi tutto ciò che a che fare con la burocrazia, che sia un ufficio postale, una banca, una richiesta medica, si creano situazioni che possono avere del comico o essere tragiche per chi le subisce.

Comunque il passare da essere considerato donna a essere percepito come uomo, porta con sé dei cambiamenti che sono molto interessanti per far emergere come ancora la nostra società non sia egualitaria tra i sessi. Agli uomini ci si rivolge più volentieri, più direttamente, si scelgono come interlocutori privilegiati, e non devono subire lo sguardo indagatore degli astanti, che ti fanno sentire perennemente preda e sotto esame.

5) Credi che l’età dei figli possa giocare un ruolo importante nel modo in cui si apprende la scelta di transizione di un proprio genitore? Oppure è solo una questione di educazione/cultura, ovvero che, se questa società non fosse così transfobica (oltre a tante altre cose), la questione del possibile “trauma” non sussisterebbe?

Secondo me è impossibile ragionare di società altre rispetto a quella in cui viviamo e di cui dobbiamo subire/agire le dinamiche. Molto probabilmente se la nostra società non fosse transfobica, non ci sarebbero differenze di reazione di fronte ad un genitore transessuale dipendenti dall’età della prole.

Dal momento invece che nel “nostro” occidente, la transessualità è spesso considerata un evento imprevisto e dissacrante, non sano, non umano, non “naturale”, al di fuori di ogni convenienza e convinzione, l’età del figlio è determinante per accogliere la notizia che sua madre o sua padre sono transessuali.

Un bambino piccolo è ancora fluido, le rigide categorie della nostra normatività non sono ancora monoliti cristallizzati. Se il vissuto dell’esperienza del genitore transessuale viene raccontato ed esperito con serenità, diventa un dato del reale assolutamente tranquilizzante, come ogni altra caratteristica del genitore. Se la mamma ed il papà sono buoni genitori, se mantengono il loro ruolo di figure accudenti e di riferimento, al bambino/a non importa che forma abbiano.

Quello che al bambino interessa è che i genitori siano fonte di amore, cura e sicurezza.

Fondamentale è quindi restare vicino ai bambini nel proprio ruolo e esprimersi con i bambini con sincerità e chiarezza su quanto sta succedendo. Non bisogna imbrogliare i bambini, bisogna metterli a parte di quello che mamma o papà stanno facendo, aspettando però che siano loro a chiedere spiegazioni.

Sicuramente i problemi verranno poi da fuori, quando i bambini/e potranno essere derisi per il genitore “diverso”. Compito della famiglia credo sia allora quello di rendere i/le piccol* forti e preparat* a questa evenienza, e forse questa precoce esperienza della diversità in seno alla famiglia, anzi proprio in una figura amata, possa dare una marcia in più ai nostri figli/e.

Arriva un momento che i bambin* possono essere derisi per tutto, perchè grassi, o con il naso lungo, o troppo bassi o troppo alti, perché portano gli occhiali o l’apparecchio…avere visto come ci si confronta in modo positivo con la diversità in un mondo non troppo accogliente può rendere questi bambini/e più saggi e forti.

6) Oltre all’aiuto di esperti, cosa credi si possa fare per aiutare chi ha già dei figli e vuole transitare o chi ha già intrapreso questo percorso e desidera avere dei figli? Esiste una rete per la trasgenitorialità dove trovare info e supporto necessari?

Credo che, come in ogni altro momento della transizione, il confronto tra pari sia fondamentale. Spesso i cosiddetti “esperti” non sono affatto preparati su certi argomenti, tanto che a molti genitori transessuali dicono essere casi rari e difficili, salvo poi scoprire un grande numero di genitori transessuali  (certo una minoranza rispetto ad una norma e rispetto anche alle persone transessuali in genere). Per questo considero l’esperienza di mettersi in rete tra genitori transessuali molto interessante ed è quello che ho cercato di fare io sin da subito. Ho così conosciuto tante madri e tanti padri trans, tante esperienze da scambiarci che ci hanno aiutato a superare i momenti difficili. Infatti il mutuo aiuto può essere uno strumento validissimo, chi ha già affrontato e risolto certe situazioni con i figli/e, può mettere la sua esperienza a servizio degli altri. Non si tratta di sostituirsi a certe figure e fare terapie, ma “solo” di raccontarsi con apertura, umiltà e responsabilità e mostrare come “ce l’abbiamo fatta”. Un momento assai importante per me di questa rete è stato quanto sono stato invitato a unirmi alla “rete genitori raimbow”, associazione di volontariato presente in varie regioni d’Italia, che ha lo scopo di supportare i genitori che hanno avuto figli/e da precedenti relazioni etero.

7) In Francia una legge permetterà alle coppie gay e lesbo di sposarsi e adottare dei figli. In Italia questo non è ancora possibile ma quando se ne parla si declina il tutto rispetto all’omosessualità e il lebismo. Perché pensi che le persone trans siano escluse e come ti poni rispetto alla possibilità di allargare tali diritti anche per i/le trans?

L’immagine comune della persone trans, oltre al fatto che sia una prostituta, è quella di una persona omosessuale e che ripudia le sue caratteristiche genitali, per cui un candidato impossibile alla genitorialità. Quale donna che si sente uomo potrebbe accettare una gravidanza e quale uomo che odia il suo pene potrebbe diventare padre?

Quindi il problema della genitorialità transessuale non viene neanche minimamente in mente nelle persone “comuni”. Benchè la realtà sia ben differente, è certamente vero che per le persone transessuali la genitorialità è di fatto proibita una volta iniziato il percorso di transizione. La terapia ormonale femminilizzante, nel casi delle mtf, distrugge in pochi mesi la capacità riproduttiva e non si dà nessuna informazione alla persona che inizia, sulla possibilità di congelare i suoi gameti prima che la produzione di spermatozoi venga distrutta per sempre, cosa che avviene invece in altri paesi. Comunque, se ci fosse rimasto un dubbio, per cambiare i documenti in Italia è richiesta la sterilizzazione chirurgica. Così, anche nel caso degli ftm, le cui gonadi potrebbero “ripartire” se la terapia mascolinizzante non viene portata avanti a lungo, si richiede l’isterectomia per essere sicuri che non ci siano uomini che facciano bambini, come invece succede negli “scandalosi” Stati Uniti.

Così, il transessuale, anche se giovane, deve rinunciare all’idea di diventare genitore.

In effetti l’esperienza dei genitori transessuali, qui in Italia, è proprio quella raccolta da associazioni tipo “rete genitori raimbow”, cioè persone che sono diventate genitori prima di intraprendere il loro percorso e spesso in seno a situazioni “tradizionali” come matrimoni o comunque relazioni monogame etero.

Nel caso dell’adozione, quando una persona trans ha rettificato il sesso e i documenti, ha gli stessi diritti di una persona biologica, quindi se in coppia con una persona di sesso opposto, ha sulla carta più diritti che un single o una coppia omosessuale, ma nella realtà, il tribunale dei minori, ben si guarda da dichiarare idonea all’adozione una persona con tale trascorso.

Dal momento che è ormai palese come il ruolo genitoriale non dipenda dal sesso della persona, né dalla forma della coppia, bensì dalla capacità di assolvere la figura di accoglimento-contenimento del bambino/a, bisognerebbe sganciare la figura del genitore e del benessere del bambino/a dalla forma della famiglia triade (mamma, papà, figlio/a) che non è affatto una forma data e costituita per “essenza” della famiglia umana, ma solo una declinazione di famiglia frutto di una certa congiuntura economica e sociale. Nella storia e nei luoghi sono esistite tante altre forme di famiglie assai diverse dalla nostra mononucleare ed eterosessuale che si è imposta negli ultimi cento anni, che hanno adempiuto il loro ruolo di crescere la prole come ed in alcuni casi meglio delle nostre “sacre famiglie” tanto decantate.

Quindi mi sentirei di dire che le persone sono importanti, non la norma, e che i bambini crescono bene tra persone libere, soddisfatte ed equilibrate.

Ringraziamo Egon per la disponibilità e speriamo che la sua testimonianza sia di aiuto per tante persone!

Intanto, se ne volete sapere di più, vi riportiamo dei link/video segnalatici da Egon.

Alla maniera sarda

moju manuli
Opera della street artist sarda Moju Manuli

All’interno del nuovo numero di A. Rivista anarchica compare una interessante intervista realizzata da Laura Gargiulo a Su Colletivu S’Ata Areste (“La gatta selvatica”), collettivo femminista e lesbico posizionato nel centro della Sardegna: A Sa SardA: “Alla maniera sarda”. Vita in comune, ecosostenibilità e legame con il territorio: la storia di un piccolo collettivo dell’entroterra sardo.

Qui potete leggere un estratto. Vi consiglio di sfogliare la rivista che trovate online per leggere l’intervista completa: Laura, attraverso le sue domande, ricostruisce  il percorso di questo collettivo che, a partire dall’esperienza migrante, ha sviluppato un progetto di lotta politica femminista con una ottica che unisce antisessismo e anticolonialismo.

Segnaliamo inoltre la nascita del progetto Arkivi@:

Stiamo raccogliendo testi politici, documenti, romanzi, saggi, opuscoli, riviste e fanzine, fumetti, film, manifesti, adesivi, cartoline etc. relativi a lesbismo e lesbofemminismo, anarcofemminismo, femminismo, movimenti lgbtiq, tematiche di genere, arte, ecologismo e antispecismo, anarchia e movimento anarchico, movimenti in Sardegna e a livello internazionale…
Ci appoggiamo in una casa ma cerchiamo una sede!
Chi volesse contribuire alla crescita di questa neonata Arkivi@ con donazioni di ogni genere può scriverci qua: mojumanuli@autoproduzioni.net

Buona lettura!

Avete scritto un documento dal titolo “Dalla Sardegna un’alternativa lesbica e femminista” in cui parlate del vostro progetto: potete spiegarci come nasce e con quali obiettivi?
«Il progetto è partito dall’esigenza, come emigrate, di rientrare in Sardegna, si è legato a tanti discorsi a noi cari e mano a mano ha preso forma, evolvendosi. Abbiamo messo insieme l’idea di vivere in una piccola comunità tra lesbiche e persone che avessero voglia di lavorare a un sistema sostenibile, di solidarietà, scambio e rispetto. Siamo partite da presupposti anticolonialisti, antisessisti, antifascisti, antirazzisti, da un’idea di socialità differente, da un’idea di società diversa da quella eterosessista e patriarcale in cui viviamo, abbiamo pensato a forme di gestione orizzontale.
Inizialmente eravamo un gruppetto più numeroso, poi per una serie di cause siamo partite in tre, circa due anni fa. Abbiamo scritto la lettera/documento perché ci siamo rese conto che parlarne non bastava o non soddisfava né noi né le persone con cui avevamo un confronto.
Come abbiamo scritto, il progetto è rivolto a lesbiche, compagne/i, altre persone sarde emigrate, artiste/i, ecosardi… Abbiamo sempre cercato di parlare della cosa persona per persona, scambiando a piccoli passi».
Nel documento parlate di una prospettiva anticolonialista: ci potete spiegare cosa intendete e perché è per voi punto di partenza?
«Quando parliamo di prospettiva anticolonialista ricollochiamo il discorso sardo in un contesto più ampio, internazionale, ma ne analizziamo e riconosciamo la specificità.
Contestualizzando quindi il nostro progetto nella realtà isolana non possiamo prescindere da quelli che sono i problemi della Sardegna, non avrebbe senso teorizzare in maniera astratta senza riconoscere le caratteristiche, anche negative, della realtà in cui viviamo. Parliamo di colonizzazione (l’ultima da parte dello stato italiano) e di resistenza, della deculturazione forzata che abbiamo subito, della conseguente folklorizzazione della cultura, della perdita dell’autostima come popolo e come individue/i, del tentativo di estirpazione e cancellazione della nostra lingua, delle nostre identità, della mancanza di riconoscimento di percorsi politici anche da parte di compagne/i “continentali” e di altri parti del mondo, dell’alcolismo, dei suicidi, della costruzione di fabbriche come cattedrali nel deserto e dell’avvelenamento della terra, della militarizzazione a tappeto del territorio (sulla nostra isola è presente più del 60 per cento del territorio militarizzato appartenente allo stato italiano, siamo soffocati da caserme, carceri, radar, è un avamposto nel Mediterraneo, un territorio in prestito per il collaudo e la sperimentazione di nuove armi e proiettili a livello internazionale e per le esercitazioni di guerra)…e potremmo continuare…
Nel momento in cui cerchiamo di costruire qualcosa di concreto, di positivo, di “altro” non possiamo non tenere in conto tutto questo, dobbiamo riconoscere il problema se vogliamo cercare di risolverlo, ed è importante trovarsi con chi si muove in questo senso sul territorio per modificare lo stato di cose esistente».
Continua qui

Violenza sessuale contro le donne e l’aumento degli stupri di gruppo a Piazza Tahrir e dintorni

donnatahrir

Dal sito del Collettivo Autorganizzato Universitario di Napoli ripubblichiamo una traduzione su un tema che ci interessa molto e su cui stiamo lavorando anche con il gruppo traduzioni militanti nato da Femminismo a Sud.

Le traduzioni da parte del CAU di Napoli sono state realizzate in occasione dell’iniziativa del passato 8 marzo intitolata “8 marzo: Il protagonismo femminile nelle rivolte egiziane tra violenza sessuale e organizzazione della protesta“.

Quella che riproponiamo è una analisi teorica femminista ripresa dal sito Nazra for Feminist Studies.

Vi rimandiamo anche alla lettura degli altri due articoli tradotti:

Egitto: le lavoratrici prendono parola

Femminismo imperialista, Islamofobia e la Rivoluzione egiziana

Buona lettura!

//////////

Violenza sessuale contro le donne e l’aumento degli stupri di gruppo a Piazza Tahrir e dintorni di Nazra for Feminist Studies – 4 Febbraio 2013
traduzione a cura del Collettivo Autorganizzato Universitario – Napoli

testverginit

Con questo articolo, Nazra for Feminist Studies propone un’analisi teorica femminista che prova a comprendere l’aumento della violenza sessuale contro le donne registrato negli ultimi mesi. Noi crediamo che sia importante sollevare questa discussione cosicché diversi attori politici, anche quelli ben intenzionati, non strumentalizzino le preoccupazioni delle donne. Speriamo anche di arricchire il dibattito attualmente in corso su questo delicato argomento facendo ricorso alla nostra esperienza sul campo nella lotta contro la violenza sulle donne. Guardiamo con favore questa discussione essendo state a lungo sostenitrici dell’importanza di un dibattito femminista sulla violenza sulle donne in generale. Il nostro approccio è sempre stato questo sia quando abbiamo sostenuto la lotta contro la violenza sulle donne, sia quando abbiamo appoggiato coloro che difendono i diritti umani delle donne in tutto l’Egitto e sia quando abbiamo cercato di collegare le questioni femministe con la politica promuovendo candidature femminili di diversi orientamenti politici ma che ponessero le questioni di genere al centro delle loro agende politiche. Continue reading “Violenza sessuale contro le donne e l’aumento degli stupri di gruppo a Piazza Tahrir e dintorni”