Il privilegio di non riconoscere il proprio privilegio

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“Il privilegio è insidioso”, afferma pattrice jones nel corso dell’intervento a cui questo articolo vuole essere una sorta di introduzione o riflessione. La trappola in cui cadono molt*, e particolarmente chi si dedica all’attivismo, umano o non umano, è quello di identificarsi con chi si trova in una, o all’incrocio di più condizioni di oppressione.

Questo accade per svariati motivi: sicuramente perché ognun* di noi ha vissuto delle oppressioni da cui ha desiderato ardentemente liberarsi, o ha visto agite su altr* dinamiche di potere, e in cuor suo ne ha magari preso sinceramente le distanze. L’intersezionalità, anche in questo caso, si rivela un utile strumento di critica e, ancor di più, di autocritica: perché esiste un rischio assolutamente reale e da non sottovalutare, che è quello di sottostimare il proprio privilegio e di sovradeterminare coloro delle/i quali vogliamo supportare le rivendicazioni nella – più o meno autentica – convinzione di sapere cosa sia meglio per loro.

Riconoscere il proprio privilegio è un primo, fondamentale passo: essere consapevoli di non poter, in tutta onestà, sapere cosa significhi essere una scrofa in una gabbia da gestazione, una persona di colore (qualsiasi colore eccetto il bianco) in un mondo razzista, una persona transessuale in un mondo rigidamente binario, una persona povera che  – per quanti sforzi faccia –  non riesce a risollevarsi dalla propria condizione di indigenza in un mondo che monetizza qualunque cosa, persino gli affetti e le relazioni… ci mette nelle condizioni di poter “gestire” il privilegio, rinunciandoci per quanto possibile, assumendo un atteggiamento critico e consapevole nei confronti di qualsiasi vantaggio che noi consideriamo scontato (di muoversi, di poter esprimere i propri pensieri ed emozioni, di vivere e di vivere dignitosamente, di poter godere in ogni caso di maggiore libertà rispetto ad altr*, perché anche poter dichiarare il proprio attivismo politico o la propria “devianza” rispetto alla norma stabilita non è un privilegio da prendere con leggerezza) e sostenendo con il nostro privilegio chi ne è priv*.

Il sistema ci opprime tutt*? Vero, ma assolutamente non allo stesso modo. E questa consapevolezza ci deve far capire che una delle fatiche più grandi di chi fa attivismo è quella di comprendere come poter essere alleat* efficaci ed evitare di sovradeterminare le lotte, anche quelle nelle quali, per un motivo o per l’altro, ci sentiamo protagonist*.

E’ quello che succede nel femminismo quando alcune, che non riconoscono i propri privilegi (ad esempio quelli di classe e razza, ma non solo) arrivano a privare altre donne della propria agency (le sex worker, le donne trans o le musulmane ad esempio) dichiarandole inconsapevolmente colluse col sistema patriarcale, e pertanto vittimizzandole e togliendo loro autorevolezza e autodeterminazione; nell’antirazzismo, ogni volta che l’agenda è dettata non da chi la discriminazione la subisce in prima persona, ma da chi si riconosce nel ruolo di ‘salvator* degli oppressi’ e cala dall’alto strategie buone in altri contesti evitando il confronto, a volte perché scomodo o difficile, con le persone alle quali si vorrebbe dimostrare solidarietà; nell’antispecismo, quando ci si dipinge come ammantati di ogni virtù nella convinzione di essere il non plus ultra dell’attivismo, o peggio quando ci si riconosce così tanto nei soggetti non umani oppressi da dimenticare di far invece sicuramente parte della categoria umana e di poter quindi agire il proprio privilegio su altri (animali), umani e non.

Tenendo ben presente che tutt*, volenti o nolenti, colludiamo e siamo allo stesso tempo vittime del sistema che vorremmo rovesciare, quello che ci resta da fare è sforzarci di dare voce a chi non ne è privo, ma è  – consapevolmente o meno – tacitato da chi ha maggior possibilità di esprimersi, o viene maggiormente ascoltato. Buona visione!

Auguri, Intersezioni!

queer-your-tech-header_FINAL_640webL’intersezionalità non è una teoria perfetta.

L’intersezionalità è una teoria – e una pratica – che ci permette di affrontare questioni stringenti quali il privilegio, che ci riguarda tutt@ e funziona, come sottolinea pattrice jones, perchè si rende invisibile ai nostri stessi occhi.

L’intersezionalità rende visibili le connessioni, non solo tra le teorie o tra le lotte, ma quelle esistenti fra tutti gli esseri appartenenti al vivente. Avere un approccio intersezionale significa fare spazio all’altr@, a ciò che per l’altr@ è importante, fare spazio ai dolori, alle fragilità, alle difficoltà vissute dagli altri animali, umani e non; fare spazio ai desideri, non avere paura di sé stess@, nè sentire di aver già capito ogni cosa…tutto questo è intersezionalità.

Intersezionalità è confronto, rapporto, inclusione. E’ partecipazione, comunione, ascolto.

L’intersezionalità esiste nell’esperienza vissuta dall’altr@, dai suoi desideri frustrati, dalle sue speranze, dalla sua ricerca di spazio, fisico, mentale, di esistenza, di agibilità politica; nell’autocritica che ci spinge a svestirci dei nostri comodi panni per indossare quelli altrui, che ci spinge ad andare oltre ai nostri limiti, oltre alla nostra visione ristretta delle cose del mondo e alle nostre convinzioni.

L’ottica intersezionale (e queer, e transgender e…) supera i confini di spazio, di pelle, del dato una volta per tutte; rimescola le carte e il dna, amplia orizzonti togliendoci i paraocchi, ed è questa la sua potenza,  questa la sua qualità, questa la sua insopprimibile speranza: smascherare le nostre fragilità, i nostri attaccamenti, i privilegi che ognun@ di noi ha e che detestiamo dover guardare, per scoprire che quotidianamente agiamo le stesse dinamiche di sopraffazione che siamo così pront@ a criticare in quell@ che identifichiamo come “nemici”.

L’intersezionalità ci fa scoprire di essere meglio inserit@ nel sistema di quanto credessimo. Ci fa scoprire di essere confus@ e contraddittori@, ci mette di fronte ai nostri limiti e ci costringe ad accettarli, ma anche a volerli superare, in uno sforzo e una tensione estrema, e non abbassare mai la guardia. Perché in qualsiasi momento l’oppressor@ che è in noi può prendere il sopravvento, senza che nemmeno ce ne accorgiamo.

L’intersezionalità è uno strumento prezioso, e sicuramente ne verranno di migliori, ma oggi, nella nostra pratica di femministe, antispeciste, di persone che stanno cercando di smascherare un sistema di sfruttamento totale, l’intersezionalità è necessaria.

Vogliamo tutto, dicevamo un tempo: ma siamo anche disposte a rinunciare a tutto*?

 

* Quantomeno, a tutto il privilegio che riduce l’altr@ a …niente?