Ignoranza di genere

dilbert_ignoranzaOvvero: cos’hanno in comune Luciana Littizzetto, Susanna Tamaro, Marina Terragni e Luisa Muraro?

La storia degli studi di genere in Italia, si sa, è difficile e tormentata, e la situazione attuale non è certo delle più rosee. Le responsabilità dell’insindacabile arretratezza dell’Italia in questo campo sono diverse, a volte lontane nel tempo, e il risultato è molto particolare, come riassume Paola Di Cori in un suo articolo significativamente intitolato Sotto mentite spoglie:

Nelle università italiane coesistono e confliggono alternativamente iniziative di alto profilo e corsi assai modesti; e così ottimi programmi di ricerca e di formazione superiore, efficaci insegnamenti introduttivi su specifici aspetti di un universo conoscitivo ormai sterminato esistono accanto e insieme ai prodotti di una offerta didattica generica, frammentata, indefinita, spesso del tutto insufficiente a garantire una buona strumentazione di base, entro la quale insegnamenti di argomento affine sono spesso scollegati l’uno dall’altro e privi di un indispensabile momento di raccordo generale; in alcuni casi sono soprattutto i periodi di studio all’estero a offrire un rimedio alle croniche défaillances della formazione in Italia.

L’articolo racconta anche cos’ha significato e cosa ancora significa provare a fare gender studies in una palude patriarcale e paternalista com’è l’università italiana. Questo penoso stato di cose a livello “alto” non è casuale: gli corrisponde, in un intreccio di cause ed effetti, un’analoga situazione nella scuola e nella società italiane, e il risultato è sotto gli occhi di tutti: un paese sessista, patriarcale e paternalista apparentemente in maniera cronica. Ciò che sconcerta non è la leggerezza o l’indifferenza con la quale l’opinione pubblica tratta questi argomenti, ma il fatto che una diffusa ignoranza su queste questioni non generi curiosità o desiderio di approfondimento, quando necessario, bensì una manifestazione sempre più evidente d’ignoranza. Ignoranza che però è di molte specie, e vorrei qui mostrarne qualcuna, ben incarnata in esempi noti e notevoli.

1) L’ignoranza crassa: Luciana Littizzetto

In questo suo intervento a “Che tempo che fa” (dal minuto 8:54), sostanzialmente ripetuto anche su La Stampa, Luciana Littizzetto dimostra che del pur noto argomento “linguaggio sessista” non sa e non ha capito nulla:

Qualche giorno fa c’è stato un incontro a Montecitorio organizzato dalla presidente della Camera Boldrini con i responsabili dell’Accademia della Crusca che non è un’associazione vegana che si occupa del transito intestinale, ma l’Istituto per la salvaguardia e lo studio della lingua italiana. Si sono incontrati per parlare di questo tema pressantissimo: il sessismo nella lingua italiana. Loro dicono che c’è una discriminazione della donna nella lingua italiana. La lingua italiana non rispetta la parità perché ci sono delle parole declinate al femminile e altre no.

Non è proprio così, “Lucianina”, avresti potuto informarti. Ma in fondo, perché farlo? Tanto fai ridere anche così – se non facessi un danno grave, a pensare di fare ironia su qualcosa che non hai capito. Il risultato è che fai ridere altri ignoranti come te. Contenta? Evidentemente sì.

Fino a qualche anno fa le professioni dove non è in uso il femminile erano soprattutto maschili mentre adesso li fanno anche le donne. C’è stato un cambiamento grosso nella società e piano piano cambierà anche la lingua. La nostra lingua è fichissima, mobile, ci fa stare dentro un sacco di roba, anche tante parole straniere, piano piano ci metterà anche i femminili… non mi farei venire tutta sta para, Boldrini.

A una spiegazione apparentemente corretta – le donne che svolgono professioni tradizionalmente maschili sono ancora poche quindi molte parole suonano ostiche perché ancora poco usate – Littizzetto manca di dire due cose fondamentali, che ne inficiano tutto il discorso. Uno: la Crusca non c’entra nulla, la grammatica è lì e da sempre dice quali parole sono corrette e quali no. Il problema dell’uso è dei parlanti, cioè culturale, e qui sono dolori, perché la cultura diffusa in Italia è una cultura tradizionale, reazionaria, sessista.

Io penso che sarebbe tanto bello lottare, e fare convegni, e incazzarsi, per la sostanza, non per la forma. Stesse possibilità di lavoro, stessi stipendi, e rispetto – invece che annullamento – delle differenze. Io che sono donna voglio essere rispettata perché sono DIVERSA da te, non UGUALE a te. So che mi sono attirata le ire dell’Accademia della Crusca.

Due: il problema del linguaggio non è secondario – come lei sostiene con un classico del benaltrismo – a quello del reddito, perché finché le donne non saranno neanche nominate correttamente, cioè riconosciute socialmente e culturalmente come pari, sarà ben difficile convincere chi paga a dare loro quanto un uomo di analoghe mansioni e capacità. Non ti sei attirata le ire di nessuno, “Lucianina”: al massimo fai pena. Per questo, invece, Boldrini si fa “venire tutta sta para”: lei il problema di “uguale” e “diversa” l’ha capito, tu no. Lei chi vuole davvero “l’annullamento delle differenze” l’ha capito, tu no. Queste sono acquisizioni di base per chiunque si sia interessato seriamente alla faccenda: la tua è, “Lucianina”, ignoranza crassa delle questioni in gioco, tutto lì.

2) L’ignoranza colta: Susanna Tamaro

Chiamata a dire la sua sulla triste vicenda delle scuole triestine dove si sarebbero insegnate cose zozze e roba da sporcaccioni ai bambini, Tamaro parte dalla constatazione che ormai le donne, nella società, ce l’hanno fatta:

Il tabù delle professioni solo maschili è caduto ormai da tempo nella nostra società. Ci sono donne nei pompieri, nelle forze dell’ordine, donne che guidano navi da guerra e che pilotano caccia.

Adottando il metodo tipico dell’elite intellettuale (leggi: stronz*) di prendere le eccezioni per regole consolidate, Tamaro prosegue con lo step due della stronzaggine, proponendosi come modello e esempio di bambina qualunque:

Io, ad esempio, ho sempre provato un vero orrore per i costumi femminili, detestavo le principesse, i pizzi, il colore rosa, se c’era un ruolo che rivendicavo per me era quello del comandante di Fort Alamo o di un capo indiano, e in queste attribuzioni – che avvenivano cinquant’anni fa – nessuno mi ha mai preso in giro né represso in modo tale che io me ne ricordi come di una ferita. Non solo, ma giocando mi facevo sempre chiamare con un nome maschile, perché quella era l’energia che sentivo di avere addosso, e tutti intorno a me stavano al gioco.

Quindi siccome certe cose a lei non sono successe, non le crede possibili; e dato che a nessuno che conosce lei sono capitate, allora non esistono. Complimenti per la simpatia e per il paragone azzeccato con la realtà di tanti. Proseguendo nell’ostinata intenzione di non informarsi, perché evidentemente lei si sente depositaria del sapere, Tamaro continua a parlare di un mondo di fantasia:

Ma in che cosa consiste l’educazione sessuale, e soprattutto che cos’ha davvero prodotto in tutti questi anni di diffusione scolastica? Dovrebbe essere servita a far conoscere il corpo e le sue esigenze affettive, oltre naturalmente ad evitare malattie e gravidanze indesiderate. È stato davvero così? Se ci guardiamo intorno, non possiamo non notare che il degrado relazionale è purtroppo molto diffuso tra gli adolescenti.

Quindi secondo Tamaro l’educazione sessuale, in Italia, è diffusa da molti anni. Se vi va, continuate a leggere; finirà con l’elogio del silenzio su certi argomenti, quel silenzio tanto benefico per migliaia di ragazzi e ragazze che poi trovano finalmente in Youporn o Ask il corretto canale informativo per fare esperienza del loro corpo. Complimenti anche per questa ignoranza, nata da una smisurata presunzione intellettuale e dannosa socialmente ben più della precedente.

3) L’ignoranza sbandierata: Marina Terragni

Nel linguaggio sportivo è ormai consuetudine da alcuni anni definire “ignorante” il gesto compiuto senza troppo riguardo né per l’avversario né per la tecnica, quasi per sfogarsi: c’è il tiro ignorante, il sorpasso ignorante, il colpo ignorante. Ecco, per quanto riguarda le questioni di genere, questo tipo di ignoranza è perfettamente rappresentata dalla prosa di Marina Terragni. Che a proposito di educazione sessuale argomenta così:

Fa parte di suddetto cretinismo anche un certo concetto di “educazione sessuale” per infanti e adolescenti, espressione che è quasi un ossimoro perché il sesso è tutto fuorché educato. Basterebbe leggersi un bigino di Michel Foucault per inquadrare la questione: detto alla buona, meno parole si fanno sul sesso e meglio è, per il piacere. Perché poi lui avverte che la sessualità non esiste, esistono i corpi e i piaceri.

Capito? Frasi lapidarie, citazioni fatte “alla buona” perché è come dico io e basta, e chissenefrega della coerenza o di usare parole più adeguate. Evidentemente, anche chissenefrega di informarsi: Terragni sinteticamente fa gli stessi errori madornali di Tamaro, ma lei non ha tempo da perdere con le belle parole e ci tiene a dirlo.

Mi viene la pelle d’oca, quindi, all’idea che dei formatori appositamente formati (il business della formazione oggi è colossale) pretendano di spiegare a dei ragazzini-e come dovranno regolarsi nelle cose di sesso, addirittura come ci si masturba e altre idiozie del genere.

Complottismo, falsi moralismi (nessuno parla ai ragazzini di come ci si masturba): la pelle d’oca viene a chi si spende e spande per diffondere un po’ di coscienza e conoscenza su certi argomenti, e poi si trova deliri del genere sui media senza che nessuno le rida in faccia. Giustamente: quale diffusione dovrebbero avere certi argomenti per far sì che chi scrive amenità di questo calibro venisse istantaneamente seppellito dalle risate? Quella di un altro paese, non certo di questo. Beccatevi il succo del discorso:

Anche il sesso, come i temi eticamente sensibili, vuole il minimo indispensabile di parole.

Quindi in sostanza sbrighiamocela con il classico del potere paternalista: “io so’ io e voi nun sète un cazzo”, e passiamo al prossimo argomento.  Grazie Terragni, è sempre un piacere parlare con lei.

4) La falsa ignoranza: Luisa Muraro

Ulteriore e più raffinato tipo d’ignoranza è quella volutamente costruita da chi scrive di proposito testi distorti in modo da perseguire nient’altro che i propri interessi. Luisa Muraro infarcisce questo articolo di esempi, richiami e citazioni, e dopo un bel po’ si arriva a quello che le sta a cuore:

La differenza sessuale è un imprevisto che falsifica le teorie, ultima la gender theory. Nella prospettiva disegnata da Feyerabend descrivendo la cosmologia greca, la gender theory dei cinque generi ha qualcosa di doppiamente aberrante: perché solo cinque? Potrebbero essere tanti e tante, quanti e quante siamo su questa terra. […] Finalmente, nel suo Undoing gender (2004), recentemente riproposto in italiano con un titolo più vicino all’originale, Fare e disfare il genere (Mimesis, 2014), Judith Butler, nota proprio come teorica della gender theory, intitola così un capitolo: «Fine della differenza sessuale?» E così lo conclude: questa rimarrà una questione persistente e aperta.

Embè? Sono cose arcinote, com’è arcinoto che “la gender theory dei cinque generi” non è di Butler né di nessun* filosof* minimamente degn* di questo nome. Perché Muraro mischia a bella posta il nome di Butler non con la gender theory ma con la “teoria del gender”, quella roba inventata dal Vaticano per i propri meschini interessi di propaganda?

Pensato per gli scopi della ricerca storica, il cosiddetto «genere» è dilagato come uno pseudonimo di «sesso», o come un eufemismo: il «genere» non fa pensare al femminismo e ha l’ulteriore vantaggio che si può adottare nel linguaggio ufficiale e accademico senza suscitare imbarazzanti associazioni sessuali. In breve, la differenza sessuale si avviava ad essere esclusa dalle cose umane, per essere sostituita da un travestitismo generalizzato senza ricerca soggettiva di sé, disegnato dalle mode e funzionale ai rapporti di potere. Insomma: l’insignificanza della differenza e l’indifferenza verso i soggetti in carne e ossa.

Ah, ecco. Muraro s’è sentita di dover difendere la roba sua, il femminismo della differenza, da chi la pensa diversamente, cioè Butler – indubbiamente un pochino più letta di lei anche in Italia. Peccato però che lo faccia usando la pseudo-interpretazione di Butler che ne fa anche Bagnasco: «Il gender edifica un ‘transumano’ in cui l’uomo appare come un nomade privo di meta e a corto di identità». La sua conclusione, dopo questa acrobazia d’ignoranza (c’è proprio la volontà d’ignorare quello che Butler sostiene) è questa:

Ad ogni buon conto, se il nuovo regime politico-economico usa le invenzioni del femminismo per plasmare la soggettività umana, non prendiamo la postura della critica contro, quel NO ripetitivo e sterile, e riprendiamoci quello che è nostro con la spada in mano, se così posso esprimermi.

Muraro riassume così tutte le ignoranze viste qui: di alcune cose non sa, di altre è troppo superiore per occuparsene, su altre ancora comanda lei e basta – ma tutto ciò in maniera più consapevole di Littizzetto, Tamaro e Terragni. Alla stessa che ha tradotto e divulgato Speculum di Irigaray e ha scritto Dio è violent non si può concedere la scusa di scrivere a vanvera.

In sostanza, lei continua a ribadire quello che diceva vent’anni fa in un articolo (Questione di naso, occhio e orecchio, 26 marzo 1996) su «Il Manifesto»: per Muraro gli studi di genere non servono, basta il femminismo. Il suo, però. Complimenti anche alla falsa ignoranza “con la spada in mano”.

Tutto ciò nei media generalisti, e quasi contemporaneamente, in Italia, nel 2015.
Buona giornata.

Deconstructing i generi assortiti di Dan Savage

savage2Stavolta proviamo con un testo un po’ particolare, una lettera e una risposta. Diciamo che decostruiamo un dialogo; siamo più attenti alle parole dell’illustre interlocutore, ma sempre una specie di dialogo è. Appare sulle pagine di Internazionale, una delle poche cose periodicamente stampate e leggibili in questo paese: la rubrica di Dan Savage – detto per inciso – meno male che c’è. Il che non significa che sia sempre da accettare benevolmente qualunque cosa ci sia scritta. Per esempio, questa. [Attenzione: i nostri commenti sono sempre quelli tra parentesi quadre, indipendentemente dal corsivo.]

Generi assortiti

Forse non sei la persona giusta per rispondermi [bell’inizio, complimenti], ma magari possono aiutarmi i tuoi commentatori [ditemi voi perché Savage dovrebbe continuare a leggere già dopo queste quindici parole, ma vabbè]. Voglio bene ai miei amici transgender, e li sostengo [sembra il classico “io non sono razzista, ma”], ma non capisco tutti i miei amici fra i 18 e i 21 anni che si dichiarano “di genere neutro” [attenzione: “tra i 18 e i 21″, né più né meno. Se lo dici prima o dopo, tutto a posto]. Io sono un po’ più grande, e la cultura e la storia queer mi sono sempre interessate molto. Ma loro mi sembrano aver dimenticato, o non aver mai saputo, che le lesbiche butch che si mettono gli strap-on restano comunque donne [embè? Mica hanno detto “di sesso neutro”, ma di genere neutro. Magari ci stanno pensando su, no? Si stanno mettendo alla prova chissà in che modo. Che ne sai tu?], o che esistono molti uomini etero che indossano intimo di pizzo [continuo a non capire perché questo esempio, o l’altro, andrebbero contro la frase de “i miei amici fra i 18 e i 21 anni”]. Ho l’impressione che non sappiano che è possibile non conformarsi a un genere preciso senza per questo rinunciare al genere del tutto [sì, va bene, ma forse semplicemente stanno sperimentando. O serve per forza un’etichetta che vada bene a te? Non basterebbe chiederglielo?]. Essendo così giovani, e avendo preso tutti questa decisione contemporaneamente [amico mio, contemporaneamente sembra a te, e ti credo: parli solo di un intervallo di tre anni!], a me sembra un po’ una moda [questo non vuol dire nulla. Anche scrivere a Savage su Internazionale è, recentemente, diventato di moda]. Magari qualcuno di loro si rivelerà trans, che va benissimo, ma ho il forte sospetto che nel giro di un paio di anni alcuni diventeranno totalmente convenzionali [che sarebbero comunque affaracci loro, così come sono affaracci loro metterci tutto il tempo che pare a loro e partendo dall’età che pare a loro. Ma di che stiamo parlando? Che c’è l’orario ferroviario per farsi domande sul proprio sesso o sul proprio genere? Se non lo fai fra i 18 e i 21 anni perdi il transtreno?]. Dirgli che è solo una fase sarebbe sgarbato e arrogante [scusa eh, non vorrei fare il parolaio, ma tra dire “è solo una fase” oppure per esempio “è una fase”, già ci vedo una grossa differenza. Quel “solo” io lo vedo sì, sgarbato e arrogante], e non lo farei mai, ma davvero non capisco che senso abbia definirsi di genere neutro [scusa, ma non stai parlando di un movimento d’opinione che vuole imporre a tutti il genere neutro. Parli di ragazz* che probabilmente ci stanno pensando su. Che problema c’è?]. Cos’è cambiato negli ultimi anni che possa spiegare questo boom? [EH? E su quali basi statistiche, a parte la tua personale conoscenza, parli di boom? E sempre su quale base questo sarebbe un cambiamento negli ultimi anni? Sta parlando uno storico ufficiale del movimento queer?] – Longtime Reader [no, appunto.]

Ah, l’identità di genere. Di questi tempi ci vuole un file Excel per starle dietro. [E’ una battuta? E’ una critica?]
Ci sono quelli di genere neutro, ci sono i bigender, ci sono gli agender. E poi ci sono i pangender, i no-gender, i genderfluidi e i genderqueer. Ci sono anche i gender-non conformi, i gender-critici, i gender-variabili, e pure i genderfuck, i trigender e gli intergender (Quali vogliono il trattino e quali no? E chi cazzo lo sa?). Aggiungi a ognuno di questi generi del giorno il suo aleatorio, imprevedibile e sempre mutevole assortimento di preferenze in materia di pronomi, e il risultato sarà una bufera di fiocchi di neve iperspecializzati, tutti pronti a farsi offendere alla prima microagressione reale o immaginata, per poi fiondarsi su Tumblr a darne macro-sfogo. [Scusa Savage, commentare così è certamente lecito, ma non è corretto. Non si possono mettere insieme una serie di comportamenti singoli e commentarli come se fossero parte di un movimento organico e compatto, come se fossero una specie di deviazione culturale. Che ci siano dei cretini in giro è ovvio, ma dire che il cretino è di moda o che tutti sono cretini è una banalità molto peggiore dei comportamenti che hai descritto. E poi il lettore diceva “tra i 18 e i 21”, tu no. Perché?]

Cos’è cambiato negli ultimi anni? Che di genere oggi si discute di più, LR, e questo è un bene [e ok]. Perché le regole di genere imposte culturalmente sono assurde [e ri-ok], e la sorveglianza sull’espressione e sull’identità di genere è oppressiva e spesso violenta [e va bene così, anche se comincio a chiedermi che c’entra]. Questa fondamentale e necessaria discussione sul genere ha suscitato grande interesse – e, in alcuni settori, generato grande solidarietà – nei confronti di persone che non soltanto discutono di genere, ma ci combattono, lo affrontano e lo ridefiniscono [sssì, ma si parlava di “tra i 18 e i 21”, no?]. Solo che “l’interesse” e la “solidarietà” nei confronti di una questione tendono anche ad attrarre persone per le quali detta questione è soltanto una posa, o un modo per cercare attenzione [eh? Quindi tra i 18 e i 21 decidiamo unilateralmente che è soltanto una posa?]. Non è una novità. Se presti attenzione a un piatto di crocchette di patate per un po’ di tempo, a un certo punto anche quello finirà per attrarre poseur e gente a caccia di attenzioni [fin qui quasi tutto bene, anche se manca una precisazione: tutto ciò non c’entra né col gusto delle crocchette, né col fatto che possano liberamente piacere o non piacere. Il lettore non chiedeva niente di questo tipo. E poi, ancora: il lettore chiedeva di qualcosa tra i 18 e i 21, mentre Savage sta andando a ruota libera. Di nuovo: perché?].

Ma siccome è (quasi sempre) impossibile distinguere i poseur a caccia di attenzione da chi fa sul serio [e no. Bastano cinque minuti di chiacchiere per distinguere i poseur. Altrimenti, Savage, non ha senso che tu scriva di cose di genere, e che arrivino fino a ‘Internazionale’, no?], LR, la cosa migliore da fare, quando qualcuno si dichiara di genere neutro – o bigender o pangender o ecceteragender – è sorridere, annuire, chiedere che pronome personale preferisce, segnarsi mentalmente di stare attenti ad aggettivi e participi, dopodiché cambiare discorso [cioè trattarlo da matto o da cretino – o entrambe le cose. A prescindere. E quell* che non sono poseur? E quell* fra i 18 e i 21 anni? E quell* che, tra i 18 e i 21, magari da Savage si aspettano qualcosa in più?].

Ricapitola bene il mio amico Frantic: «Il nostro Savage accusa implicitamente la presunta marmocchieria frocia di millantare la sua frocità “iperspecializzata” (sic) e gli appioppa una pignola lamentosità – peccato che quest’ultima sia pressoché lo stesso pattern che il nostro amico c’ha in tutto ciò che ha scritto; in pratica se sono un povero giovane stronzo minoritario e faccio polemica sono un (falso?) finocchietto irascibile, lo stesso atteggiamento, se ce l’ha un opinionista maschio bianco cis (anche se ghèi) che ha già raggiunto da tempo la maggiore età, è oro colato».

Aggiungiamo due link un pochino più cattivelli di noi. Buona lettura.

http://fucknodansavage.tumblr.com/

http://forgetpolitics.tumblr.com/post/22929360770/the-top-6-reasons-why-you-should-hate-dan-savage

Se la prostituzione non fosse accompagnata dal rifiuto sociale, potrebbe risultare allettante per molte persone

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(Aiko. Detail. Collage on canvas. Photo © Jaime Rojo).

Intervista a Dolores Juliano di Itziar Abad. Traduzione di Serbilla Serpente revisione di feminoska, articolo originale qui.

Se la prostituzione non fosse accompagnata dal rifiuto sociale, potrebbe risultare allettante per molte persone

L’antropologa Dolores Juliano sostiene che, siccome “il modello di sposa e madre devota è davvero poco attraente, l’unico modo per ottenere che le donne vi si adeguino è assicurarsi che l’altra possibilità sia peggiore”.

Dolores Juliano (Necochea, Argentina, 1932) ha studiato a fondo le strategie culturali e di dominazione di genere contemporanee, così come i saperi e le pratiche delle collettività oppresse che le fronteggiano. El juego de las astucias. Mujer y construcción de mensajes sociales alternativos (1992); La prostitución: el espejo oscuro (2002); o Excluidas y marginales: una aproximación antropológica (2004) ce lo raccontano bene. Questa dottora in Antropologia e professora dell’Università di Barcellona ha fatto parte, fino al suo pensionamento, del progetto ‘Mujeres bajo sospecha. Memoria y sexualidad (1930-1980)’ condotto da Raquel Osborne. In esso, Juliano analizza i modelli di sessualità vigenti durante il franchismo e come l’omosessualità femminile fosse condannata al silenzio e all’invisibilizzazione.

I modelli di sessualità femminile sono cambiati rispetto a quelli dell’epoca della dittatura, oppure è cambiata la forma ma la sostanza è la stessa?

E’ cambiata la società. La chiesa cattolica mantiene i modelli sessuali tradizionali. L’idea di peccato o di devianza è molto presente in essa e nelle religioni monoteiste. Nel protestantesimo ci sono modelli puritani assolutamente fondamentalisti. Il dettato delle leggi religiose sembra ugualitario, ma nella pratica non è mai stato così.

Queste religioni sono più permissive con la sessualità maschile?

Sì, e ciò ha a che vedere con i modelli religiosi e l’organizzazione sociale. Le società patrilineari e patrilocali sono molto restrittive rispetto alla sessualità femminile.

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Cassazione e comunicazione

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Direttamente dal sito cortedicassazione.it, leggiamo che le funzioni della Corte di Cassazione italiana sono così definite:

In Italia la Corte Suprema di Cassazione è al vertice della giurisdizione ordinaria; tra le principali funzioni che le sono attribuite dalla legge fondamentale sull’ordinamento giudiziario del 30 gennaio 1941 n. 12 (art. 65) vi è quella di assicurare “l’esatta osservanza e l’uniforme interpretazione della legge, l’unità del diritto oggettivo nazionale, il rispetto dei limiti delle diverse giurisdizioni”. Una delle caratteristiche fondamentali della sua missione essenzialmente nomofilattica ed unificatrice, finalizzata ad assicurare la certezza nell’interpretazione della legge (oltre ad emettere sentenze di terzo grado) è costituita dal fatto che, in linea di principio, le disposizioni in vigore non consentono alla Corte di Cassazione di conoscere dei fatti di una causa salvo quando essi risultino dagli atti già acquisiti nel procedimento nelle fasi che precedono il processo e soltanto nella misura in cui sia necessario conoscerli per valutare i rimedi che la legge permette di utilizzare per motivare un ricorso presso la Corte stessa.

Cosa vuol dire “funzione nomofilattica”? Sostanzialmente due cose, come si dice in questa circolare:
– la Cassazione deve “garantire l’attuazione della legge nel caso concreto”;
– la Cassazione deve “fornire indirizzi interpretativi ‘uniformi’ per mantenere, nei limiti del possibile, l’unità dell’ordinamento giuridico, attraverso una sostanziale uniformazione della giurisprudenza”.

Alla Corte di Cassazione possono ricorrere tutti i cittadini, contro i provvedimenti di un giudice in appello o in grado unico, secondo vari motivi (violazione di diritti, errori procedurali, mancanze insufficienze o contraddizioni nella motivazione della sentenze, e altri). Quindi

quando la Corte rileva uno dei vizi summenzionati, ha il potere-dovere non soltanto di cassare la decisione del giudice del grado inferiore, ma anche di enunciare il principio di diritto che il provvedimento impugnato dovrà osservare: principio cui anche il giudice del rinvio non potrà fare a meno di conformarsi quando procederà al riesame dei fatti relativi alla causa.

Quindi la Cassazione “è un giudice di legittimità chiamato a verificare che nei processi precedenti le leggi siano state applicate correttamente e che tutto si sia svolto secondo le regole. Per farla ancora più semplice, non deve mettersi a riesaminare le prove e sentire i testimoni; ma solo studiare le carte e ascoltare quanto pubblici ministeri e avvocati della difesa hanno da dire a riguardo. Dopodiché, si decide” (fonte Polisblog).

Fin qui è tutto chiaro. Quando però leggo un titolo come

Islamico tentò di uccidere la figlia 17enne
che faceva sesso col ragazzo: pena ridotta

L’episodio due anni fa a Milano: l’egiziano tentò di soffocare la figlia. La Cassazione: manca l’aggravante dei futili motivi, “non potendosi definire nè lieve nè banale la spinta che ha mosso l’imputato”

è chiaro che il compito della Cassazione ha anche – inevitabilmente – un grosso peso culturale. Quando leggo anche che “comunque non può essere considerato futile un motivo fondato sull’onore della famiglia e sulla violazione del precetto religioso di non congiungersi carnalmente con persona di fede diversa”, mi sembra ovvio che la Cassazione, con le sue decisioni, non fa solo giurisprudenza, ma anche cultura. E come tutti i fenomeni culturali, se non è adeguatamente comunicato e divulgato, è facilissimo strumentalizzarlo. Guardate questa stessa notizia, e queste stesse parole, come sono usate da AGI, Il Sole 24 Ore, Il Messaggero, Il Giornale.

Ma la storia della Cassazione sui quotidiani è lunga, soprattutto quando l’argomento delle sue decisioni riguarda questioni di genere – o, come preferisce il medio pensiero italiano, “la morale”. Ecco qualche esempio di come i quotidiani usano comunicare il lavoro della Cassazione:

Lui 60 anni e lei 11: per la Cassazione è amore
Annullata condanna a dipendente Comune Catanzaro

Con i jeans lo stupro diventa “consenziente”

Stupro di gruppo, no all’obbligo del carcere
l’ira delle donne: “Sentenza aberrante”

sembrerebbe così che la Cassazione ce l’abbia proprio con le donne, e sia un covo di maschilisti incalliti e tronfi del loro supremo potere. Però ci sono anche questi titoli, da aggiungere:

Cassazione: «il Viminale paghi per gli stupri del poliziotto»

Cassazione: senza penetrazione
lo stupro non è meno grave

Anche una ‘manata lampo’ sul sedere
per la Cassazione è violenza sessuale

Allora?

Io credo che molto dipenda – e non è l’unico caso, quando si tratta di questioni di genere – da come i mezzi d’informazione decidono di dare le notizie. Perché la Cassazione tutto è tranne una cosa facile da gestire e semplice nelle sue espressioni, quindi è facilissimo sparare titoli sulle sue decisioni (sentenze e motivazioni) che con la volontà di riassumere e sintetizzare quanto a lungo motivato e scritto, finiscono col far dire alla Cassazione quello che non ha detto; e in più, non fanno capire perché lo ha detto.

Riguardo per esempio il caso di Catanzaro – il sessantenne e l’undicenne e il loro “amore” – la Cassazione ha detto che la Corte d’Appello ha scritto male le motivazioni della sua sentenza, cioè ha fatto male il suo lavoro (come spiega un penalista qui). Ci tengo a dirlo esplicitamente: io non difendo la Cassazione (non lo fa neanche il penalista in quel sito), soprattutto perché la cosa da difendere qui non è l’istituzione, ma la mia intelligenza. Nello spiegare in cosa la Corte d’Appello ha sbagliato, la Cassazione afferma che non si è tenuto conto dell’amore esistente tra un 60enne e una 11enne per determinare pene e attenuanti.

Spero di riuscire a spiegarmi bene. Le leggi, le sentenze e le motivazioni delle varie corti giudicanti hanno eccome un impatto sulla “cultura” pubblica e civile, ma non certo nei modi in cui vengono trattate nella maggior parte dei mezzi d’informazione. I quali, quando a loro fa comodo in termini di “choc” sul pubblico, ben si guardano invece dall’essere così sensibili alle decisioni di giudici e legislatori, anche al di là della Cassazione.

Il caso emblematico più noto, e ormai storico, riguarda come è stato ed è trattato dai media il “delitto d’onore“. Con la legge n. 442 del 5 agosto 1981, le disposizioni sul delitto d’onore sono state abrogate; e da allora è fiorita in tutti i mezzi di comunicazione, e poi nel linguaggio comune, l’espressione “delitto passionale”, che ha ripreso in tutto e per tutto lo spazio semantico di quella denominazione uscita dai codici, ma non dalla cultura. E lì non c’è stato alcun intervento della corte suprema; la legge ha sancito la fine (meglio: l’auspicabile inizio della fine) di una cultura sessista, ma la comunicazione pubblica continua a tenerla in vita, con altre espressioni.

La sentenza e le motivazioni della Cassazione a proposito dell’operato della Corte d’Appello sulla vicenda della bambina di Catanzaro (potete rileggerle qui) sono certamente, anche tenendo conto della loro “esattezza” tecnica, quanto meno discutibili nel loro linguaggio; e altrettanto certamente sono condannabili nella loro manifesta irresponsabilità verso il pubblico che le legge, e nei confronti di ciò che indirettamente descrivono come plausibile fatto sociale (l’amore tra un 60enne e una 11enne). Ma queste, oltre a faccende di procedura penale, sono soprattutto questioni culturali e di comunicazione, sulle quali nessuna suprema corte ha giurisdizione. Rimane il fatto, conclamato anche in questo caso, che nessuno di quelli che ne avrebbe il potere e la competenza si è assunto il compito di spiegare che i linguaggi delle sentenze e delle motivazioni sono il riflesso di una cultura dominante e anche lo strumento con il quale la si continua a imporre. E’ la cultura – patriarcale, paternalista, “morale” – che fa dire a un organo supremo dello Stato che sono stati trascurati, nella sentenza d’Appello, “gli ulteriori e attenuativi aspetti della vicenda prospettati dalla difesa, quali il “consenso”, l’esistenza di un rapporto amoroso, l’assenza di costrizione fisica, l’innamoramento della ragazza“. Non c’è più bisogno di capire se chi parla è o no un supremo organo di giudizio dello Stato, e se si esprime “tecnicamente” o meno: questo è il frutto di una cultura priva delle minime basi che riguardano le questioni di genere. E nessuno lo dice, né lo scrive, su quegli stessi strumenti d’informazione che raccolgono insulti, urli, falsità, calunnie – ma quasi mai critiche fondate. Perché? Quando ci occuperemo – quando mai la maggior parte di giornalisti e giornaliste si occuperanno – per esempio del fatto che il supremo tribunale del nostro paese fa giurisprudenza parlando come un qualunque irresponsabile sessista?

Giustamente, il blog #OgniBambinaSonoIo dice: “in particolare vigileremo affinché la Corte di Appello di Catanzaro, cui oggi spetta il compito di decidere, nomini la violenza e affermi con chiarezza un principio di giustizia per questa bambina, ma anche per tutte le altre“. Nominare la violenza è esattamente quello che ancora i mezzi d’informazione ben si guardano dal fare. Della cultura che in questo modo continuano a costruire e perpetuare, gli effetti si vedono pure nelle parole usate dai più alti gradi di giudizio.