AIDS, non solo il 1 dicembre

Poche parole, oggi, per dire che l’AIDS esiste, esiste tutto l’anno, non solo il 1 dicembre, e non è l’unica malattia a trasmissione sessuale. Controllare la propria salute permette di tenere al sicuro sé stess@ e chi amiamo o chi semplicemente condivide con noi un momento di intimità.
Tutti gli organismi rischiano di ammalarsi, al di là delle predisposizioni, delle debolezze  e delle costituzioni. Bastano pochi gesti per mettere tra noi e alcune malattie, mortali e no, una barriera pressocché sicura. Questi gesti richiedono pochi secondi, possono essere compiuti con il coinvolgimento de@ partner.
Usate il preservativo, maschile o femminile. Usate una protezione per le dita se entrate in contatto con parti intime sanguinanti. Fate il test periodicamente, se donate il sangue vi verrà fatto anche il test dell’HIV.

Qualche link:

Il test dell’HIV come funziona? Qui.
Come si indossa il preservativo femminile? Qui.
Come si indossa il preservativo maschile? Qui.
Come si usano le Dental Dam? Qui.
Come si usa il preservativo digitale? Qui.

P.S.
Anche con il sesso orale bisogna usare il preservativo.

Guida essenziale di sopravvivenza per la giornata di domani #19O

Mentre le veline della questura  annunciate in diretta su quotidiani e telegiornali prevedono l’apocalisse, riteniamo utile elencare una serie di  informazioni che potrebbero tornarvi utili nel corso della giornata di domani e anche nel corso di un corteo in generale. Quindi, ecco qua:

  • A chi rivolgersi caso di fermo e arresto: clicca qui
  • Manualetto su cosa fare prima, durante, dopo un corteo: clicca qui
  • Come resistere ai lacrimogeni: clicca qui
  • Guida all’autodifesa digitale: clicca qui

Per la diretta radiofonica e quella in streaming, c’è Radio Ondarossa che, nell’eventualità, è contattabile al numero di telefono +3906491750. Su twitter  l’hashtag di riferimento è  #19o ma si twitta anche su #sciopero, #assedio e #sollevazione. Sono girate delle voci su un ipotetico isolamento dei telefoni cellulari, ma pare che ciò non si verificherà, anche se l’intenzione c’era.  Linkiamo infine l’indispensabile volantino di @InfoFreeFlow.

Fate qualcosa!

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“Nessuno fermerà la Tav”, mantra inarrestabile che il governo ripete incessantemente attraverso i suoi burattini, sempre pronti a benedire l’arrivo in Val di Susa di altri militari ‘per la sicurezza interna’ – ovvero per la repressione violenta di uomini, donne, anzian* e bambin* trattati come pericolosi terroristi.

Alla continua violenza reale e mediatica che la popolazione della Val di Susa (rea di difendere un territorio e i suoi abitanti da una distruzione funzionale solo ad arricchire le tasche dei soliti pochi attori senza scrupoli, e che peserà enormemente sulle tasche di tutti i cittadini di un paese in crisi, già in ginocchio e sempre più carente di qualsivoglia servizio essenziale) subisce da decenni, anche questa volta segue l’appello alla solidarietà, questa volta delle Donne in Movimento: un appello che volentieri condividiamo e che non può lasciare indifferenti.

Fate qualcosa!

La rete di persone che in questi lunghissimi anni è stata tessuta in Italia e anche all’estero si fa viva con telefonate, e-mail, sms per chiedere che si faccia qualcosa (con urgenza), che ci si materializzi per cercare di arginare la valanga di fango che scientificamente orchestrata tenta di sommergerci. (Fate qualcosa).  Ma come, ancora? Pensavamo di aver fatto e detto/di tutto. Cos’altro ci dobbiamo ancora inventare? Strano come questa domanda rappresenti bene il quotidiano femminile (domanda storica). Sempre pronte ad interrogarci a inizio come a fine giornata: Ho dimenticato qualcosa? E’ tutto a posto? Ho fatto tutto? (come sempre e sempre di più delegate a coprire le mancanze dello stato sociale).

 

Questa volta in ballo c’è la difesa di un grande movimento popolare, di più, c’è una storia di oltre vent’anni dove ogni giorno è stato vissuto con intensità. Migliaia di persone quotidianamente hanno contribuito a renderla concreta mettendoci la faccia, portando idee, rendendosi disponibili, finanziandola. Una lotta, un’esperienza di territorio che molti non esitano a definire unica e che è partita e ha messo le sue basi non su un preconcetto ideologico ma studiando i progetti, i flussi di merci, l’impatto ambientale, i costi, verificando sul campo i dati in possesso. Negli anni è cresciuta anche la consapevolezza di avere fra le mani, di veder crescere qualche cosa che va oltre la semplice opposizione ad una grande opera inutile e devastante. Un modello di presa di coscienza collettiva che difficilmente può retrocedere, anzi, si allarga assumendo in sé tutti i temi più attuali: dal lavoro, ai servizi, alla sanità ecc. Partecipando e interrogandosi sempre.

 

Come ora. Ci si interroga sui fatti accaduti, sul significato che tutto questo assume, è un clima pesante, opprimente e sentiamo soprattutto ingiusto. E’ tale la violenza del linguaggio usato, la sproporzione dei racconti sui fatti realmente accaduti che vengono a mancare le parole per spiegare ai nostri figli increduli (e smarriti). Vediamo e sentiamo raccontare da giornali e Tv una storia che Non ci appartiene. Non siamo un problema di ordine pubblico, siamo una risorsa per questo Paese, siamo una risorsa perché in tutti questi anni il movimento è diventato una comunità critica, consapevole, che sa scegliere. E’ questo che fa paura?

 

Rivendichiamo il diritto alla partecipazione e alla gestione della cosa pubblica nel rispetto del bene comune e della volontà della popolazione.

 

Fate qualcosa, ci chiedono da tutte le parti.

Possiamo per esempio fare due conti (siamo abituate a far quadrare bilanci), e dunque siamo consapevoli dello spreco enorme di denaro pubblico sia per l’opera e sia per la badanza armata all’opera. E’ evidente che le dichiarazioni dei ministri che si dicono pronti a sborsare laute ricompense facciano venire l’acquolina in bocca a molti: imprenditori avvezzi a trafficare con fatture false, giri strani, fallimenti e nuove società a scatole cinesi. A chi ha sperato di guadagnare dalle olimpiadi costruendo mega hotel (che neppure in riviera potrebbero trovare clientele tali da soddisfare centinaia di posti letto), ed ora non ha gli occhi per piangere fa tanto comodo buttare la croce addosso ai notav e invocare lo stato di crisi sperando nelle compensazioni.

 

Chiediamo alle donne (e però non solo alle donne), di prendere parola su quello che sta succedendo.

Conosciamo direttamente sulla nostra pelle la violenza, per questo la rifiutiamo, per questo deve fermarsi lo stupro della nostra valle, e deve finire l’autoritarismo militare su un intero territorio.

Fate qualcosa. Ci verrebbe da ribaltare la domanda e dire noi a voi: fate qualcosa.

Aiutateci ad impedire lo stato di polizia permanente in cui ci vogliono far vivere.

Fate qualcosa per denunciare questa campagna di stampa (che non si pone domande, non fa distinzioni, non esamina fatti e cose decisamente incongruenti che pure sono sotto gli occhi di tutti).

Fate qualcosa perché la storia di un movimento popolare come il nostro non venga liquidata manu militari fra le carte di una procura.

Stiamo resistendo perché vogliamo andare avanti, vogliamo vivere in pace nella nostra valle,vogliamo raccogliere i frutti di oltre vent’anni di crescita collettiva su tutte le questioni a noi care: ilfuturo delle prossime generazioni, le risorse del nostro territorio, intervenendo per risparmiarlo,risanarlo, non per rapinarlo; mettendo a disposizione le nostre capacità come alternativa al consumo dissennato e per un uso responsabile e consapevole delle risorse. Vogliamo riappropriarci del nostro tempo per partecipare alla gestione e alla cura della nostra comunità. Liberarci dal tav.

 

                                               Donne in Movimento Valle di Susa

(per il gruppo DIM Annamaria, Chiara, Daniela, Doriana, Ermelinda, Patrizia, Paola, Rita ecc ) 21 settembre 2013

Da quante cose viene definita una donna?

Gli acquerelli di Jay ci dicono che:

aillustrazione di Jay happyblood.tumblr.com

illustrazione di Jay happyblood.tumblr.com

Dal suo blog:

“Le donne sono fantastiche, non sei d’accordo?

Volevo fare una semplice collezione di belle donne in acquerello, così l’ho fatta. Ho deciso di aggiungere del testo di accompagnamento per dargli una voce. Il mio intento non era quello di abolire ogni stereotipo, ma semplicemente di illustrare donne di varie personalità, tipi di corpo, età ed etnie. Ogni donna è bella!”

Leggi tutto “Da quante cose viene definita una donna?”

Sardinia Reggae Festival: boicottiamo Capleton!

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Riportiamo e condividiamo il documento del Collettivu S’Ata Areste:

 

CAPLETON ARRIVA AL SARDINIA REGGAE FESTIVAL 2013

Al Sardinia Reggae Festival arriva Capleton, uno degli artisti di punta del panorama reggae mondiale, capace di distinguersi e primeggiare per il suo messaggio di odio verso gay e lesbiche e boicottato per questo in tutta Europa!!!
Solo per fare qualche esempio, Capleton canta versi come «sodomiti e gay, io gli sparo… whoa», oppure «brucia il gay, fai vedere il sangue al gay», e ancora, «yow, legateli e impiccateli vivi / di tutti i gay che girano qua intorno / la madre terra dice che nessuno può sopravvivere».
Per saperne di più potete andare in questo link.
In un paese dove la violenza e l’intolleranza nei confronti di gay, lesbiche e trans è all’ordine del giorno, la presenza di un cantante omofobo come Capleton non è tollerabile. A solo un mese di distanza da manifestazioni importanti per la nostra Isola, come Diritti al Cuore ed il primo Sardegna Pride, dove fra le istanze condivise c’erano diritti civili e fine delle violenze sessiste, omo-transfobiche e razziste, dobbiamo apprendere che la Sardegna si ritrova ad ospitare un personaggio come Capleton, NOI NON CI STIAMO:

BOICOTTA CAPLETON!
BOICOTTA LA MUSICA SESSISTA E OMOFOBA!

Un rapporto di Amnesty International datato 17 maggio 2004, a proposito di
un concerto reggae svoltosi in Giamaica nello stesso anno, denuncia che sia
Capleton che altre reggae star stanno minacciando di uccidere i gay: «Durante
il corso della serata, Capleton, Sizzla e altri, hanno cantato quasi
esclusivamente liriche sui gay. Usando il termine dispregiativo per gay ­
«chi chi men» o «batty bwoys» ­ hanno esortato il pubblico ad «ucciderli, i
batty bwoy devono morire, colpi di pistola sulle loro teste, chiunque voglia
vederli morti, alzi le mani».
Il 13 giugno 2007 l’associazione inglese Outrage! ha diffuso la notizia che tre dei principali cantanti reggae/dancehall hanno rinunciato all’omofobia e condannato la violenza contro gay e lesbiche, firmando un accordo denominato “Reggae Compassionate Act”, in cui Sizzla, Capleton e Beenie Man dichiarano tra l’altro: «concordiamo di non cantare testi e suonare canzoni che incitino all’odio o alla violenza contro chiunque, di qualsivoglia comunità».
L’establishment del business musicale preoccupato dalla diffusione internazionale delle campagne di boicottaggio e soprattutto di salvaguardare i suoi profitti (visto che alcuni sponsor cominciavano a farsi indietro) è corso ai ripari imponendo il “compassionate act”, un capolavoro di buonismo ipocrita dove gli stessi cantanti che fino al giorno prima esprimevano il loro odio omofobico e sessista si impegnavano a diffondere un messaggio di pace e amore. Un espediente per mettere a posto le coscienze dei business-men e di tutti gli ingenui che così potranno ancora acclamare i loro idoli. Inutile aggiungere che il “compassionate act” è stato ripetutamente violato in molti concerti. Per maggiori info leggi qua.

Il Sardinia reggae Festival si propone così:
“I motivi che hanno spinto le due associazioni ad organizzare il Sardinia Reggae Festival sono diversi: la grande passione per la musica Reggae, il desiderio di creare nuove ed interessanti attività sociali per l’isola, ma sopratutto l’idea comune di far diventare la Sardegna il punto ideale per la crescita del reggae e per lo scambio con realtà internazionali.”
“Il progetto dell’Ass.Cult. Sardinia Reggae è quello di mettere in atto un importante scambio culturale e di creare un grande ponte virtuale tra Sardegna, Europa e Jamaica, permettendo a tutto il pubblico europeo ed extraeuropeo di conoscere storia, tradizioni e cultura sarda ed al pubblico italiano, di approfondire cultura e storia della musica reggae nazionale ed internazionale.”

Noi chiediamo: che tipo di scambi? Che tipo di cultura? Noi immaginiamo scambi fra comunità internazionali all’insegna della condivisione, del riconoscimento reciproco delle differenze, delle lotte, non certo all’insegna della comune condivisione e dell’odio contro gay e lesbiche!
Chiediamo al Sardinia Reggae Festival di prendere una posizione chiara e netta:
ANNULLATE IL CONCERTO DI CAPLETON, non pensiamo che non foste a conoscenza di tutto questo, ma in ogni caso prendete posizione contro e fatelo adesso, come altrove, in più occasioni, è stato fatto!!!

Invitiamo tutte e tutti a scrivere agli organizzatori del Festival per chiedere l’annullamento del concerto:
sardiniareggaeufficiostampa@hotmail.it

Colletivu S’Ata Areste

Intervista a Maria Galindo su Evo Morales, educazione sessuale e ribellione femminile in Bolivia.

La femminista radicale boliviana Maria Galindo su Evo Morales, educazione sessuale e ribellione nell’universo femminile.

di Sheryl Green e Peter Lackowski

Articolo pubblicato da upsidedownworld Tradotto in italiano da TheHighPeak, revisionato da Feminoska, H2o e Alice89

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La Ekeka verso la libertà. Creazione di Danitza Luna

Mujeres Creando è un’organizzazione femminista radicale che  affronta la struttura patriarcale della società boliviana dagli anni ’80. Abbiamo parlato con una delle sue fondatrici, Maria Galindo, nel ristorante del loro piccolo hotel e centro culturale nella Capitale La Paz, mentre la stazione radio di Mujeres Creando, che trasmette/in onda dalla stanza a fianco, risuonava dagli altoparlanti in sottofondo.Quando Maria ci ha raggiunto era in compagnia di un altro nordamericano, Phillip Berryman, un insegnante e traduttore professionista e ci ha spiegato che poiché anche lui le aveva richiesto un’intervista avrebbe risposto alle nostre domande insieme.

Sheryl Green: La prima grande domanda è sull’amministrazione di Evo Morales: come sono state gestite le questioni specificatamente femminili? Sono stati fatti progressi? Il giornale di oggi dice che l’11% dei punti della Costituzione approvata tre anni fa è stato convertito in legge – che impatto ha questo sulle questioni femminili? Certo, l’obiezione è che tutte le questioni sono questioni femminili. Ma l’aborto ad esempio, e le altre cose che per te riguardano direttamente il benessere delle donne.

Maria Galindo: Allora, in generale il discorso su Evo Morales è molto complesso; in lui c’è stata una sorta di evoluzione. L’Evo Morales di oggi non è l’Evo Morales degli inizi. All’inizio c’erano molta speranza, molta aspettativa sociale e la relazione tra MAS [Movimiento Socialista] e il governo era davvero molto forte. In questo sesto anno invece di svilupparsi in modo positivo ha preso una brutta piega. Per esempio, Evo Morales, intendo il suo governo, dice “dobbiamo avere un grande controllo sulle organizzazioni sociali per rimanere al potere. Per sviluppare questo controllo dobbiamo comprare i capi di queste organizzazioni sociali.” E allora  adesso i/le dirigenti delle organizzazioni sociali sono controllat* dal governo. Ma non le basi. Significa che i/le dirigenti delle organizzazioni sociali hanno preso soldi dal governo e sono stati incaricati dei progetti, ma non significa che vi sia una reale aderenza delle organizzazioni sociali con le loro richieste. È una sorta di teatrino. Qui abbiamo con noi la gente, ma solo gli amici di Evo Morales e amici che ci sono perché ne traggono dei vantaggi. Il che impedisce una trasformazione sociale reale, perché non stanno lavorando sui problemi concreti di ogni parte della società, ma stanno lavorando solo per far pensare e sentire a tutti che Evo Morales sia l’unica soluzione per chiunque in Bolivia. E così abbiamo un processo di “caudillizacion.” Lui è il cambiamento, il cambiamento è lui, lui è tutto, è il difensore, e provoca un degrado nel processo politico e sociale.

SG: Quindi c’è una gerarchia…

MG: Non solo una gerarchia, ma lo dico in spagnolo: è un processo di “caudillizacion” [la creazione di un “caudillo” o leader carismatico]. La figura di Evo Morales è al centro di tutto. Ed è veramente un grosso errore. Per le donne è molto contraddittorio ed è ben mascherato. Perché? La prima legge, che era la più importante, è stato lo stanziamento di una somma di denaro, la “bono Juana Asurdo” (chiamata come un’eroina della rivoluzione contro la Spagna del diciannovesimo secolo.) È un pagamento che viene fatto a ogni donna che fa un figli* – come è stato fatto da ogni governo fascista. Non è molto: mille ottocento boliviani (261 dollari statunitensi). Non ci si fa nulla. Ma d’altra parte, “donne” significa “bambini.” Le donne più povere in Bolivia – magari loro potrebbero aver bisogno di quei soldi. Ma per ottenerli devono andare dal dottore, che ti dà un foglio che dice che avrai un bambino, e poi devi andare in banca per prendere il sussidio dallo stato. Ma le donne boliviane più povere non hanno la carta d’identità da presentare in banca. Quindi è davvero assurdo. Ed è una specie di ritratto del modo di pensare di questo governo.

Dall’altro lato, a partire dagli anni novanta, per una politica delle Nazioni Unite, c’è una sorta di quota di donne in ogni partito politico. È una politica liberale, non socialista, questa politica della “parità.” Quindi ogni partito ha una percentuale di donne, che vengono in certa parte elette come deputate e senatrici. È un processo iniziato negli anni novanta, ed è copiato ovunque in America Latina, non è originariamente boliviano. Il movimento sociale delle donne qui non ha mai chiesto di avere una rappresentazione parlamentare. È venuto dall’ONU. Dagli anni novanta, i partiti, anche di destra, hanno detto “OK, siamo gentiluomini, approveremo questa legge.”

E quindi dagli anni novanta c’è una bassa percentuale di donne in parlamento, donne che vengono elette per rappresentare il partito. Non per rappresentare la società o le donne nella società. E questa percentuale di donne non costituisce mai una voce per le donne. Loro rappresentano una voce femminile per il partito, che fa una bella differenza. È un fenomeno consueto della politica in tutta l’America Latina. Evo Morales ha preso la stessa idea dominante e l’ha messa nella sua politica. Ora c’è una percentuale più alta di donne, credo che sia intorno al 40%, non sono sicura, in realtà non ci faccio molto caso. E la stessa politica si applica ai ministri di governo e ai giudici. Ma con le stesse regole: le donne del nostro partito faranno quello che vogliamo noi. Le donne che hanno responsabilità per la sanità, per molti aspetti non fanno in realtà nulla per le donne. Perché è sufficiente essere lì e dire, “Sono qui, sono una voce per le donne.”

E quindi fanno una selezione accurata delle donne per tenere fuori quelle che sono pericolose, che alzano la voce, che pensano con la loro testa. C’è un sacco di ostilità nei confronti delle donne ribelli nei movimenti sociali oggi in Bolivia. Non è responsabilità di Evo Morales, è semplicemente come stanno le cose in questo momento.

Perciò, quello che dicevi sull’aborto – è come andare con un autobus sulla luna. Siamo molto lontan* da quel punto. Ho intervistato tutte le donne del governo [Maria conduce un programma alla radio, trasmesso da Mujeres Creando], tutte le dirigenti di movimenti per le donne che sono con Evo Morales, Bartolina Sisa (un movimento chiamato come un’eroina Aymara del 1700 che combattè contro gli spagnoli) ho intervistato tutt* quell* che fanno parte di questi movimenti. Ho chiesto loro dell’aborto. Perché l’aborto è un problema di povertà. Le giovani donne bianche, se hanno 400 dollari possono ottenere un aborto. Le indigene, giovani povere che non hanno i soldi, abortiscono con grossi rischi, e muoiono. E sono molto spaventate.

SG: Ci sono dottori nel paese che praticano un aborto sicuro per 400 dollari?

MG: È tutta una questione d’ipocrisia. Prova ad andare al grande cimitero di La Paz – mentre cammini vedrai su entrambi i lati della strada piccole cliniche. E lo sai, una stanza non può essere una clinica. E tu vedi clinica, clinica, clinica, clinica… “Se hai una domanda, vieni qua, clinica femminile”. Tutti quei posti sono per gli aborti. Lo sanno tutti, non è un segreto.

SG: E il governo non interferisce?

MG: No no, non fanno nulla. Ma per esempio, lo scorso dicembre una giovane donna a Santa Cruz ha ucciso il suo bambino – il bambino è nato e lei l’ha ucciso. È finita in prigione per omicidio. E lei ha detto, “Sono stata violentata. Questo bambino non lo volevo.” La polizia non fa nulla. I dottori fanno soldi, non tanti, ma li fanno. Ma quando una donna è così sola, così vulnerabile, come quella ragazza, allora finisce in prigione. È un caso d’ipocrisia. Ma nessuna donna di questi movimenti sociali locali è favorevole a parlare positivamente del diritto – non il mio diritto, di femminista – ma del diritto di scelta di quelle ragazze della campagna. Non sono pronte – ho chiesto a ognuna delle donne presenti in parlamento dell’aborto. Sono tutte contro. Tutte. Non ce n’è una che dica, “OK, hanno il diritto di scegliere.” Dobbiamo combattere per questo diritto, che è molto concreto.

SG: E probabilmente la maggior parte di loro ha qualcuna nella famiglia allargata o conosce qualcuna…

MG: Oh certo, certo, certo… Perché l’aborto in Bolivia è un problema di massa, non è il problema individuale di una ragazza in particolare. Perché non c’è educazione sessuale nella legge e nelle scuole. C’è una sorta di cultura maschilista nella sessualità, che significa che ogni ragazzo vuole mostrare il suo potere su una ragazza. Quindi è davvero un enorme problema di massa. E si vedono molte donne giovanissime con figli, e nessun padre. Alla nostra radio facciamo una lista di padri che non pagano per i propri figli, ed è un grande successo. Trasmettiamo il loro nome, la loro età e dove lavorano. Cinque volte il giorno, e nessuna donna deve pagare per questo [servizio]. Ed è molto interessante perché non è diretto solo a quelli che vengono nominati, ma è un messaggio per l’intera società.

SG: Mujeres Creando – legame con il governo, influenza. Hai due ruoli qui – magari correlati – sei una giornalista e sei parte di questa comunità. Qual è il legame, la relazione, il riconoscimento dell’amministrazione verso Mujeres Creando?

MG: Riconoscimento assolutamente no. Ma penso che noi, Mujeres Creando, abbiamo influito profondamente sulla società, perché alziamo molto la voce. E non ci limitiamo a parlare, facciamo anche le cose. Esercitiamo una forte influenza, lo sento ovunque, costantemente. Questo governo di Evo Morales agisce come se noi non esistessimo, come se non ci fossimo, come se non facessimo nulla. Ma non significa nulla perché non siamo fissate sull’idea che la sola politica che ha successo è la relazione con lo stato. Lo abbiamo analizzato per molti, molti anni: cosa vogliamo dallo stato? Non vogliamo nulla dallo stato. Non solo le leggi – le leggi non cambiano nulla. Molti movimenti in Bolivia hanno in mente la formula, “Otteniamo la legge, otteniamo un cambiamento della situazione.” Ma noi non chiediamo una legge, non chiediamo di essere in parlamento, non chiediamo di avere soldi dal governo, ma prendiamo posizione su ogni politica di governo.

Noi non viviamo sull’Isola che non c’è, ma non pensiamo che ci debba essere un riconoscimento da parte dello stato. Per esempio, quando il processo costituzionale era in corso quattro o cinque anni fa in Bolivia, abbiamo sviluppato un’interessante teoria sociale. Abbiamo detto, “Non vogliamo la parità tra uomini e donne, questa non è la nostra prospettiva. Vogliamo una ‘despatriarcalizacion’ della società.” Non posso tradurlo perché è una parola che abbiamo inventato noi (de-patriarcalizzazione). E ora qualsiasi documento governativo che riguardi le donne contiene la “despatriarcalizacion.” Hanno preso da noi la parola. È la prova della nostra grande influenza sul loro pensiero, ma non è una realtà perché, ad esempio, non ci chiedono mai di discutere che cosa questa “despatriarcalizacion” significhi. È una relazione complicata.

SG: È un grosso dibattito anche negli Stati Uniti in questo periodo. C’è forte movimento esterno al governo, il cui obiettivo non è lavorare per il partito, per far eleggere le persone. È un periodo eccitante: vuoi lavorare dall’esterno, o vuoi provare a inserire qualcuno all’interno? E quindi le persone stanno facendo scelte davvero interessanti. Sembra che la tua scelta sia quella di lavorare all’esterno e di influire profondamente non solo sulle donne ma sulla società nel suo complesso, stimolando idee più chiare e analisi più approfondite e aiutando le persone a considerare i loro stessi modelli sotto una luce diversa.

MG: Esatto, non è che pensiamo di dire alle persone quale sia la verità, questo è molto importante. Sei andata dritta al punto. Per noi, le donne sono “soggetti politici”, protagoniste. Quindi lavoriamo in questo senso, considerando le donne soggetti politici, non “beneficiarie,” “oggetto di vulnerabilità, ” “Oh, povere donne!” e roba così. Non ci limitiamo a parlare. Noi agiamo. Per esempio, abbiamo piccoli programmi che hanno una metodologia molto interessante, programmi che funzionano e programmi che sono fatti per le persone. Ce n’è uno davvero interessante sulla violenza contro le donne che è molto pratico, e agiamo in ogni situazione in cui ci è possibile, abbiamo un programma per le madri che riguarda il pensare al ruolo di madre in un altro modo. Entrambi influiscono profondamente sulla società, ma non raggiungiamo molte donne perché lavoriamo su piccola scala. Ma sono esempi – non siamo solo pront* a parlare, siamo pront* ad agire.

Questa è la grande differenza, perché in Bolivia trovi molt* intellettuali, alcun* migliori, altr* che non sono granché — che sono brav* per quel che riguarda il pensiero critico e parlano, anche, ma si limitano a parlare. Noi pensiamo che sia un grosso errore. Ci sono così tanti anni di pensiero politico boliviano in cui puoi trovare i minatori, puoi trovare gli indigeni, puoi trovare i giovani e mai le donne. Tutti i movimenti sociali hanno una sorta di faccia maschile, e alle donne si pensa come a un pezzo vulnerabile di società, dobbiamo proteggere le donne, dobbiamo proteggere le donne in quanto madri e quella è l’idea dello stato. E quell’idea non è cambiata. Siamo allo stesso punto di sempre.

Phillip Berryman: Capisco cosa intendi riguardo alle donne in politica. Vedi donne infrangere i ruoli tradizionali in altre aree come quella degli affari?

MG: Penso che ci sia una grande confusione al riguardo in generale, non solo in Bolivia. Ad esempio qui in Bolivia ci sono donne nell’esercito. E’ una prova di ribellione? E’ una prova di un qualche miglioramento? Possiamo festeggiare? Le donne lavorano, ma in quali condizioni?

SG: Giusto l’altro giorno c’era un sacco di polizia vicino alla capitale, e c’erano delle donne. Per caso ho guardato in basso e una poliziotta indossava stivali a punta con i tacchi alti, e ho pensato, “come può fare quello che potrebbe dover fare con i tacchi alti?” Mi ha colpita, e l’ho trovato molto ironico.

MG: Ironico, ecco la parola. In molti di questi esempi c’è tanta ambiguità. Non è una vittoria  per la società boliviana se le donne entrano nell’esercito. L’esercito ha commesso un sacco di abusi nei confronti delle reclute. Molti sono morti. Ai tempi si pensava che ci fosse la possibilità che rifiutassero il servizio militare. Così il governo ha detto, “OK, per i ragazzi è obbligatorio, non possono scegliere. Ma le donne possono entrare, e possono scegliere.” E le donne stavano in coda dalle 5 del mattino per arruolarsi nell’esercito. Avrebbero fatto qualsiasi sacrificio pur di entrare. Perché? C’è una grande contraddizione. Il neoliberalismo e il liberalismo in America Latina dicono che ne hai il diritto. Devi lottare per i tuoi diritti, ma li hai – sei uguale. Abbiamo ora, in tutto il mondo, un sacco di donne con un sacco di potere. Che cosa significa? E’ una grande domanda per noi anche come femministe, perché nessuna donna al potere, in Bolivia, Germania, o dovunque, è lì grazie al pensiero femminista. E’ lì grazie al pensiero patriarcale.

Non m’interessano molto Cristina Kirchner o Merkel, a me interessa la massa. Nella massa delle donne c’è un impulso ad occupare lo spazio degli uomini, e sono pronte a pagare lo scotto di assumere valori maschili – quali competizione, uso della forza, uso della violenza. C’è una massa di donne che la pensa così. E così qui in Bolivia ci sono donne che vogliono entrare nella polizia. Ma la più alta percentuale di violenza sulle donne nella vita privata è fatta proprio da poliziotti. E allora vedi l’ironia di cui parlavi. Loro arrivano lì, ma poi sono… le donne. A che punto siamo? Ma dall’altro lato, per rispondere alla tua domanda  si vede un sacco di ribellione sociale di massa delle donne. Per esempio, molte donne sono pronte a denunciare la violenza, e questo è un atto ribelle. Molte donne vanno all’università. Io ho insegnato all’università pubblica. Il 50% degli studenti in tutti i campi sono donne.  Non c’è un campo in cui gli uomini possano dire, “Questo è il nostro campo.” Ma nei campi delle donne non trovi uomini. Questa rivoluzione non è dal lato dell’essere uomo, dell’essere maschile.

SG: Quindi   ad esempio in educazione della prima infanzia, o in sviluppo umano o in storia delle donne, non ci sono uomini?

MG: Vi devo raccontare una cosa: la storia di Ekeko.  E’ un riflesso di quello che sta succedendo con le donne nella società boliviana ora. Questa statuina è stata creata da una giovane artista del nostro movimento. Ha vent’anni. Io ne ho quarantasette e lavoriamo insieme. Conoscete la storia di Ekeko? Ve la racconto. Ekeko è un dio andino dell’abbondanza. E’ un ometto piccolo e basso che si porta tutto sulla schiena. Cibo, macchine, apparecchiature elettriche, tutto quello che vuoi. Risale a centinaia di anni fa, almeno alla fine del Settecento. Se veneri l’immagine di Ekeko, avrai tutto quello che vuoi nella tua casa. E’ chiaramente la deificazione del padre che porta tutto quello di cui hai bisogno, ed è falso.

La statua di Ekeko si trova in un posto speciale della casa, e ogni venerdì la donna di casa deve dargli una sigaretta. Deve metterla in bocca alla statua e accenderla. Ha anche un simbolismo erotico – trovi molti Ekeko con il pene eretto. Quindi lui ti darà tutto, benessere e piacere. In molte case trovi quest’ometto nel posto migliore.

Quindi abbiamo messo una donna al suo posto. [Ci mostra una statuetta, circa venti centimetri in altezza e in lunghezza. E’ una donna con un fagotto grosso quanto lei sulle spalle, mentre dietro c’è la figura di un uomo stravaccato, che dorme con una bottiglia in mano.] Invece di lui, c’è lei. Nel fagotto che porta sulle spalle c’è il suo cuore, che non è danneggiato. E poi ha tutto il resto: una casa, e musica, cibo – tutto quello che serve. E ha le ali, perché vuole la libertà. Ha libri perché vuole imparare. Se andassi in una scuola serale, vedresti che ci sono molte donne, perché tantissime hanno dovuto lasciare la scuola, ma ora vogliono studiare. Lei ha anche una valigia, perché se ne sta andando. Questo è un altro sentimento ribelle che molte donne hanno: “Sono pronta a lasciarti.” E la valigia ha un’etichetta, lì dentro ci sono sogni, speranze, ribellione, e felicità.  Sta lasciando il piccolo dio Ekeko – ubriacone, pigro, macho. E la lettera che gli lascia dice, “L’Ekeka sono sempre stata io.”

Vendiamo queste [statuine] nel nostro banco al mercato. Venderle è un atto politico. Parliamo alle donne, e loro ridono di gusto. Ogni donna [ne] capisce [il senso]: la donna che vende il pane, la donna che lavora in ufficio, e la donna che è in parlamento.

SG: Vendono bene?

MG: Sì. Non costano poco, perché vogliamo che la ragazza che le fa ci ricavi qualche soldo. La cosa più importante è che vogliamo entrare nell’immaginario popolare, che ha un posto nel cuore delle persone.

SG: E cosa mi dici di quest’altra figura, un uomo con un* bambin* sulla schiena, una borsa della spesa in una mano e una scopa nell’altra?

MG: Quest’uomo è Evo Morales. Sta portando un* bambin* sulla schiena come una donna indigena. Nessun uomo porterebbe un* bambin* in questo modo, sarebbe contro la sua dignità. Ed è pronto per pulire la casa e andare al mercato. Questo è stato l’uomo più importante della rivoluzione boliviana (che in realtà non è stata una rivoluzione.) Queste  le abbiamo davvero vendute come il pane. Ora non più perché lui ormai non è così popolare. Una volta, quando era ancora all’apice del potere, sono andata a un grosso evento politico e gliene ho regalata una . Lui l’ha presa e l’ha lanciata a una delle sue guardie del corpo. Non l’ha presa ridendo, era ostile, disgustato dalla statuina. Quello era un segnale! Mi sono chiesta, “Perché non era disposto a riderne con noi, e dire, ‘Perché no?’ o ‘Interessante!’ o ‘Grazie mille,’ o chessò.”

Questo è lo stato attuale della ribellione delle donne. Senza capire potresti dire, “Ah, queste donne stanno dicendo che ogni uomo è un ubriacone….” Ma è molto più di così, è un simbolo.

SG: Riguarda più le donne…

MG: Sì. Prima di venire qua stavo intervistando una donna. Vuole separarsi dal suo uomo. Quando aveva quattordici anni, un membro della sua famiglia l’ha data in dono a un militare ventottenne, che aveva un figlio di cui qualcuno doveva occuparsi. E così lei è andata con il militare ed è stata con lui, ai miei occhi, come schiava. Ma agli occhi della società come una moglie. Stava piangendo al mercato e una donna le ha chiesto, “Perché piangi?” Quando lei ha spiegato il motivo, la donna le ha detto, “Vai da queste donne.” [Mujeres Creando]

SG: Quanti anni ha ora?

MG: E’ tra i cinquanta e i sessant’anni. Ha avuto quattro figli con il militare, pensando per tutta la sua vita, “Lo lascio.” Non diresti che queste storie possano essere vere ancora oggi, ma in realtà lo sono. Le nostre storie non sono tutte così. Quella non è la mia storia. Ma noi, come donne, siamo nella stessa situazione storica e sociale di quella donna. Se la consideriamo una sorella, lei era, o è, in schiavitù.

Ho lavorato parecchio con la prostituzione, e conosco davvero bene il problema, ho fatto molte cose in quell’universo. In Bolivia, ogni prostituta deve essere legalmente registrata. Significa che deve dare il suo vero nome, il suo indirizzo, il posto in cui lavora come prostituta, e poi le fanno una foto e un documento. Devi avere quel documento dal ministero della sanità per lavorare come prostituta. Inoltre, devi andare dal dottore una volta a settimana, solo per fargli controllare la  vagina. Solo quello. Se hai un problema agli occhi o qualsiasi altra cosa, non importa, ti controllano solo la  vagina. E ottieni un foglio che dice ‘autorizzata.’ Si preoccupano solo per la salute degli uomini. E questo succede ora, non cento o duecento anni fa.

Questa [indicando una foto appesa al muro] è la fotografia di una prostituta dell’inizio del 1900. La polizia faceva queste fotografie a ogni prostituta: due scatti, di fronte e di profilo. In quei giorni una donna doveva indossare un panno nero in testa per mostrare che era una prostituta. La polizia aveva quegli archivi. Dal 2000 la polizia non fa più fotografie, ora è il Ministero della Sanità che fa i controlli vaginali per dire che puoi andare con un cliente.

Ho fatto centinaia di seminari, progetti, lettere, qualsiasi cosa. Abbiamo creato un’organizzazione per lavorare con le donne. Per il nostro punto di vista tutto andrebbe fatto con la donna. Per esempio la donna in condizione di schiavitù: è lei quella a volerne  uscire. Non sono io a dire che deve farlo. E’ molto importante. Ogni donna deve dire che cosa vuole fare. Loro trovano in noi delle amiche, un gruppo politico, quello che volete, ma sono loro che devono scegliere.

PB: Vedi segnali di cambiamento negli atteggiamenti degli uomini?

MG: Non in Bolivia. Non vedo cambiamento nell’universo degli uomini. Vedo molto cambiamento in alcune parti dell’universo delle donne – perché non siamo tutte un pezzo unico, siamo complesse – ma non vedo quasi nessun cambiamento nel mondo degli uomini. L’uomo è in crisi profonda. Le donne stanno cambiando e gli uomini restano lì, non riescono a cambiare. Per esempio, qui c’è un grosso mercato della prostituzione. Chi si rivolge a quel mercato? Potrei mostrarti uomini giovanissimi e uomini vecchissimi che ne usufruiscono. Vedi minatori e professionisti che se ne servono, è solo una questione di prezzo. Puoi trovare una prostituta molto economica e una molto cara. Il mercato della prostituzione sta crescendo. Gli uomini vanno lì per comprare una donna. Non vedo alcun cambiamento in questo.

Che cosa succede agli uomini? Nel mio programma radio ho donne che parlano della violenza sulle donne. Ho aperto uno spazio per gli uomini per parlare della violenza sulle donne, ma nessun uomo vuole venire. Gli uomini vogliono parlare della rivoluzione, del prezzo della benzina o del gasolio, della rappresentanza politica, o della storia, ma non vogliono parlare di se stessi. E’ difficile chiedere loro di parlarne, come se fosse un’offesa, come una mancanza di rispetto.

PB: In Colombia ho visto un po’ di propaganda contro la violenza domestica – un cantante reggaeton o qualcosa del genere.

MG: Puoi vederlo anche in Bolivia, uomini famosi che sono pagati – non significa nulla. Il governo allestisce il suo teatrino con i soldi della cooperazione internazionale – non ci sono soldi dallo stato boliviano. Non è una cosa ben pianificata, solo una messinscena – molto facile a dirsi. Se si osserva l’uso delle donne nei mass media – mi fa schifo. Dovunque, per qualsiasi cosa, e senza limiti.

SG: Le donne in carcere – abbiamo parlato con una donna che lavora con le carcerate e abbiamo saputo che le donne possono tenere i figli con loro in prigione, che possono lavorare per guadagnare, che si autogovernano. Come vedi i programmi per le donne in prigione?

MG: Non ho una grande conoscenza delle prigioni. Ho iniziato una serie di programmi radio ogni quindici giorni da una prigione. Noi andavamo lì e le donne parlavano. Era fantastico, avevamo il permesso per dodici puntate, ma ne abbiamo fatte solo due. E’ vero, le donne possono tenere i bambini con loro in prigione. I bambini vanno a scuola e dopo tornano alla prigione. Dipende dalla loro età. Lavorano in prigione, ma non si tratta di programmi organizzati: il punto è che lo stato non ha soldi per la prigione e non vuole spenderne, vuole una prigione economica. Le donne lavorano perché, se non lo facessero, morirebbero di fame. Non potrebbero sopravvivere là dentro senza lavorare.

Il motivo per cui mi hanno tolto il permesso per fare più programmi è stato che le donne fanno il bucato, prendono nove boliviani ogni dodici pezzi. Da questi nove boliviani, la polizia prende qualcosa. Ma non avrebbe il permesso di farlo. Le donne ne hanno parlato alla radio e così tutti l’hanno saputo. Quindi hanno messo la donna che l’ha detto in isolamento, c’è stato un grosso scandalo, ed io ho perso la mia autorizzazione – basta programmi.

Potresti andarci. Se conoscessi qualcuno, potresti andare senza alcun permesso e dire che hai fissato una visita così e così e vedresti, hanno costruito una piccola società. Ma hanno due docce in centosessanta donne, e pagano per la doccia. Hanno due tipi di spazi. Uno spazio per dormire, per quello non devono pagare. Ma poi escono in un grosso spazio aperto tutto il giorno. In quello spazio hanno costruito posti per passare la giornata. Per averne uno devono pagare. Una donna che non ha un boliviano non ha un posto tutto il giorno. Tutto quello che hanno, è il prodotto della loro lotta.

Queeresima: proiezione del documentario “Difficult Love” di Zanele Muholi al Macomer

Condividiamo con piacere il programma dell’iniziativa che si terrà al Centro Servizi Culturali Macomer venerdì 21 giugno alle ore 21;30 durante la quale verrà proiettato il documentario “Difficult Love” di Zanele Muholi. La proiezione si inserisce nella Queeresima, un percorso di quaranta giorni ricco di riflessioni, incontri, approfondimenti volti a sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema dei diritti LGBT e che si concluderà con il Sardegna Pride del 29 Giugno a Cagliari. Buona lettura!

996854_399130436867320_1219850231_nFotografa lesbica nera sudafricana, Zanele Muholi coniuga la produzione artistica con l’impegno politico, dando vita a quello che lei stessa definisce “attivismo visuale”: le sue fotografie danno visibilità ai corpi e ai volti delle lesbiche nere e costruiscono un archivio della comunità LGBTQI sudafricana attraverso tracce visuali di una storia collettiva delle soggettività lesbiche, gay e trans, cancellate dalla storia ufficiale.

Leggi tutto “Queeresima: proiezione del documentario “Difficult Love” di Zanele Muholi al Macomer”

CORPI REAGENTI – MySlut Walk e qualche considerazione a margine

corpireagenti

Questo weekend segnaliamo, per chi si trova a Torino, un appuntamento imperdibile… anzi due!

A conclusione del progetto ‘What’s Body?’ che il collettivo Sguardi Sui Generis ha portato avanti nel corso dell’anno con diversi incontri, il discorso sul corpo verrà approfondito attraverso due giornate dedicate alla sperimentazione e alla performatività.
CORPI REAGENTI sarà articolato in due giornate:

– SABATO 15 GIUGNO @ csoa ASKATASUNA (corso Regina, 47)
alle ore 15: laboratorio MY SLUTWALK a cura del collettivo femminista Le Ribellule Collettivo Femminista (leribellule.noblogs.org)
…a seguire aperitivo danzante in compagnia de Le Elettrosciocchine!

– DOMENICA 16 GIUGNO @ circolo Maurice (via Stampatori, 10)
alle ore 15: MASCHILITA’ DI CHI? laboratorio di Kinging a cura del Lab. Sguardi Sui Generis
…a seguire merenda queer!

Rimandiamo al post pubblicato da Sguardi Sui Generis per maggiori info sull’argomento.

A prescindere da questa bella iniziativa, alla quale speriamo aderiate numeros*, vorremmo con questo post dare l’avvio ad una riflessione più generale sulla SLUT WALK, sui suoi significati (e contraddizioni) e sulle sue prospettive future.
Abbiamo in proposito tradotto parte di un articolo scritto da Yasmin Nair, che riflette su alcune delle zone d’ombra della Slut Walk: lo abbiamo scelto perché alcune delle questioni sollevate risuonano dei dubbi che a volte ci attanagliano, e perché vorremmo con tutte le nostre forze evitare ciò che la Nair prefigura, quando si chiede:

La Slutwalk rappresenta la fine del femminismo?

‘Senza consapevolezza critica e volontà di affrontare ed agire in merito ai problemi strutturali, economici e politici che devono affrontare le donne e molti altri soggett*, la Slutwalk rischia di diventare l’Halloween del femminismo: quell’unico giorno dell’anno in cui le donne si sentono autorizzate a vestirsi in abiti succinti e a definirsi puttane, ma che le lascia prive di quel potere attraverso il quale realizzare davvero quel cambiamento che va oltre ad uno slogan in stile Obama.’

[…] Nel 2011, mentre sfilavo con migliaia di persone radunatesi in una splendida giornata estiva, e mi trovavo in piedi sopra una tribuna improvvisata a declamare un breve discorso, non ho potuto fare a meno di sentirmi eccitata alla prospettiva di assistere a ciò che per me rappresentava il riaffacciarsi, pieno di significati e importanza, del femminismo, un movimento che consideravo agonizzante – per non dire quasi scomparso.

Ho nuovamente tenuto un discorso alla Slut Walk di quest’anno, e mi sono trovata a chiedermi dove fosse finita tutta quell’energia. I travestimenti erano sempre quelli, così come i cartelli, provocatori e spesso molto divertenti, anche se le persone presenti erano molte meno. Nell’osservare la folla per la seconda volta, mi sono chiesta perché così poco fosse cambiato, e se questa volta, la Slutwalk rappresentasse non l’inizio ma la fine del femminismo.

La Slutwalk è nata a causa di un poliziotto di Toronto, il quale disse che “le donne dovrebbero evitare di vestirsi come puttane, se non vogliono diventare vittime”. Queste parole sarebbero state già gravi di per sé, ma il venir proferite durante un forum di prevenzione della criminalità fu molto peggio, perché implicava che le donne che si vestono in un certo modo meritano quello che capita loro. Tali parole ebbero l’effetto di provocare innumerevoli discussioni, e le donne marciarono in massa per rivendicare e decostruire il termine “puttana.”
La popolarità della Slutwalk, lo scorso anno, ha portato alcun* ad asserire che essa rappresenti il futuro del femminismo.

[…] “Femminista” non è un’etichetta che mi piaccia utilizzare. Mi sono trovata spesso in disaccordo con quello che solitamente viene definito femminismo, soprattutto negli Stati Uniti, dove il termine è purtroppo associato a quelle donne bianche privilegiate i cui interessi sono principalmente il controllo delle nascite e il diritto d’aborto, e oltre a questo poco altro. In realtà, anche il linguaggio dei diritti, nella sua problematicità insita nel privilegiare il singolo soggetto invece di compiere un’analisi sistemica dei rapporti di potere, è stato soppresso dalle femministe americane tradizionali. […] Nonostante tutte questi aspetti problematici, e il fatto che io spesso rabbrividisca quando mi viene chiesto se sono una femminista, di solito rispondo di sì, perché penso ancora che questo termine, così come la parola “queer”, abbia una qualche potenzialità – forse non di rottura, ma che in ogni caso detenga in sé ancora una qualche promessa spettrale o minaccia di cambiamento.

La prima Slutwalk dunque, ha rappresentato la piattaforma necessaria per discutere pubblicamente – e ricominciare a combattere – il sessismo e la misoginia profonda che pervade la nostra vita pubblica e privata, anche nei mondi apparentemente più illuminati della sinistra.

Nei mesi successivi, la Slutwalk è stata sia lodata che criticata. I/le critic* hanno sottolineato che rivendicare la parola “puttana” è problematico, in quanto il termine è spesso usato per sminuire e infantilizzare le donne di colore. Trovo la critica in sé offensiva, poiché presuppone che le donne di colore siano impotenti e passive, per sempre intrappolate nel ruolo delle vittime. E’ anche un argomento essenzialista, che dà per scontato che tutte le donne di colore abbiano le stesse opinioni. Mi sento di affermare inoltre che il privilegio, come ad esempio il privilegio di definirsi una puttana, non è un’esclusiva delle persone bianche; troppa cultura di sinistra sostiene erroneamente che le comunità di colore non vogliano o non possano riprodurre dinamiche di privilegio o non siano in qualche modo influenzate dal capitalismo/neoliberismo.

[…] Molte delle discussioni emerse nell’ambito della Slutwalk sono centrate su narrazioni fortemente personali, che ignorano i modi in cui il femminismo si sia storicamente impegnato a resistere anche contro gli squilibri strutturali, quali la politica ed economia dell’ineguaglianza. Senza consapevolezza critica e volontà di affrontare ed agire in merito ai problemi strutturali, economici e politici che devono affrontare le donne e molti altri soggett*, la Slutwalk rischia di diventare l’Halloween del femminismo: quell’unico giorno dell’anno in cui le donne si sentono autorizzate a vestirsi in abiti succinti e a definirsi puttane, ma che le lascia prive di quel potere attraverso il quale realizzare davvero quel cambiamento che va oltre ad uno slogan in stile Obama.

La richiesta delle persone di non essere molestate – o peggio – in virtù di come si vestono non è per nulla una questione insignificante: ma rivendicare la parola “puttana” deve essere solo l’inizio. Esiste una forma particolarmente insulsa di attivismo che ha invaso il mondo della sinistra progressista, dove persone di colore e  altri gruppi oppressi diventano narratrici/tori di un “racconto”. Questa pratica funziona come i cerchi di tamburi, un lamento infinito dei propri guai personali che ignora le componenti strutturali del capitalismo, e consente la realizzazione di un neoliberismo più feroce e più potente, che sfrutta l’ambito del personale per cancellare in noi la consapevolezza della distruzione delle nostre risorse sociali, politiche ed economiche.

Se il femminismo vuole rimanere sostanziale, deve dunque conservare il proprio carattere di rottura, non perderlo, e deve continuare a mettere in discussione anche ciò che esiste oltre al personale.

Questi poster non sono ciò che sembrano!

ph buzzfeed.com

A prima vista sembrano i soliti manifesti sexy che incrociamo ogni giorno nelle strade del mondo (almeno di quello occidentale), ma basta girare l’angolo per scoprire che c’è dell’altro. Le lavoratrici sessuali sono spesso anche madri e chiedono maggiori tutele per il loro lavoro.

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In Argentina la prostituzione è legale, ma non è nè regolamentata nè tutelata. Nasce così questa campagna di street art (stencil ndt), lanciata agli angoli delle strade di Buenos Aires. Dietro la fantasia di un’immagine sexy, c’è la realtà e una statistica sorprendente:”L’86% delle lavoratrici del sesso sono madri, abbiamo bisogno di una legge che regolamenti il nostro lavoro”.
La campagna è stata promossa dall’AMMAR, l’Associazione Argentina delle lavoratrici sessuali.

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Adattamento italiano di questo post in inglese di Serbilla.

Per qualche spunto in più sul lavoro sessuale, dal punto di vista argentino, vedi: Per fermare la tratta bisogna legalizzare il lavoro sessuale.

FAMoLo PRIDE sessualità e famiglie come meglio crediamo!!

famolonano

Condividiamo l’appuntamento di domani pomeriggio a Torino (e condividiamo in tutto e per tutto le questioni poste dall’appello!)
A domani!

FAMoLo PRIDE

Sessualità e famiglie come meglio crediamo!!

“Essere legittimati/e dallo Stato significa entrare a far parte dei termini della legittimazione offerta e scoprire che la percezione di sé in quanto persona, pubblica e riconoscibile, dipende essenzialmente dal lessico di tale legittimazione”.
”Interrogarsi su chi desidera lo Stato, chi può desiderare ciò che lo Stato desidera e perché”
Judith Butler

Il Torino Pride del 2013, che si svolgerà sabato 8 giugno, ha come focus il tema delle famiglie: www.torinopride.it/index.php/documento-politico
Ma cos’è realmente una famiglia?
Se osservata nel tempo e nello spazio, chi la studia ci dice quanto sia difficile darne una definizione precisa: più semplice appare certamente l’analisi di come si faccia famiglia, piuttosto di quella sul cosa essa sia. A fronte di alcune caratteristiche più o meno indispensabili  -solidarietà, aiuto reciproco, sodalizio economico, affetto  (non sempre) sesso, ecc. -, le declinazioni appaiono molto varie: storicamente, geograficamente, culturalmente e socialmente definite.

Il movimento “gay” negli anni ’70 si rivelava quanto meno avverso alla famiglia, se non il suo ideale distruttore; oggi quello lgbttqi chiede forse un po’ troppo insistentemente di partecipare ad una visione specifica e normativa della stessa, “omologata” e “omologante”? La richiesta è forse quella di entrare a far parte di quei “privilegi” che una determinata forma affettivo/relazione ben definita (che parte dal duale, dalla coppia adulta), permette di raggiungere, rispetto alle altre?

L’insistenza della richiesta è certamente comprensibile alla luce di alcuni effetti pratici non facilmente negabili e tanto meno banalizzabili- spesso legati alla vita quotidiana- che un tale riconoscimento permetterebbe di raggiungere, ben espressi nel documento politico del Torino Pride 2013 e un po’ in tutte le piattaforme del movimento lgbttqi degli ultimi anni: riconoscimento bimbi/e per @ genitor@ non biologico, possibilità di adozioni, questioni ereditarie, diritto alla cura e vicinanza al/la partner, ecc.

Inoltre, come sostiene Anthony Giddens in merito all’analisi delle “relazione pura”, pensiamo che le coppie/famiglie non eterosessuali siano spesso portatrici i aspetti innovativi e di “democratizzazione” rispetto alla classica concezione patriarcale, ipocrita, illiberale e repressiva della famiglia d’ispirazione borghese: rispetto alla strutturazione dei ruoli in generale e di genere in particolare, del “riconoscimento” reciproco dei/lle componenti il nucleo, degli aspetti (auto)riflessivi, della comunicazione interna, della contrattazione (continua), della gratificazione relazionale, dell’educazione della prole, ecc.

E proprio a proposito di prole, segnaliamo come spesso l’opposizione “da destra” al matrimonio nasconda fobie legate alla filiazione e alle adozioni: preoccupazioni economiche legate al controllo della trasmissione dei patrimoni per via ereditaria, paura di mettere i discussione modelli di riproduzione ed educazione della “specie”, funzionali al mantenimento di prestabiliti ruoli di genere, ma anche della purezza di una “razza” e di una cultura.

Ma, pur in presenza di aspetti positivi inerenti il riconoscimento delle famiglie lgbttqi, restano certamente alcuni dubbi:

l’inclusione lgbttqi nell’istituzione del matrimonio traccia immediatamente una linea di esclusione di tutt@ coloro, lgbttqi e non, che invece non vogliono sposarsi, e di quelle pratiche sessuali che non vogliono farsi istituzionalizzare: cosa comporta questo per la comunità de@ non coniugat@, de@ single, dei divorziat@, di coloro che non sono interessat@ al matrimonio, di coloro che non sono monogam@? Che riduzione subirà la leggibilità della sfera sessuale una volta che il matrimonio venga considerato la norma?

quanto c’è di “conservatore” nell’accettare che certe garanzie di welfare passino solo attraverso il matrimonio?

In periodi di crisi e in assenza di politiche di welfare ad ampio raggio, infatti, la “famiglia” diviene l’ancora di salvezza e il sostituto delle mancanze “istituzionali”, della sottrazione di risorse economiche alle politiche di “solidarietà sociale”, su cui lo Stato fa strumentalmente appoggio. E, parallelamente, tali momenti difficili accrescono il bisogno di riconoscimento di ciò che non viene considerato famiglia, per “spartirsi” quel poco che rimane dei privilegi economici spettanti alle famiglie “normate”.

A noi interessa porre invece l’accento su un concetto allargato e non normativo di famiglia: pensiamo siano le relazioni umane ad ampio raggio a crearle (e non quelle più o meno definibili “di sangue”). Sottolineiamo l’importanza delle varie modalità che le persone si costruiscono per “stare in famiglia/e” (amicizie ed altre reti di relazione, ad esempio) e delle diverse forme di solidarietà che esulano dal concetto normativo di famiglia, e vorremmo valorizzare l’aspetto “familiare” che la modalità di “comunità”, in specie lgbttqi, in qualche modo sottende.

Fai come Dolce Remì

Unisciti alla nostra “comunità familiare” de@ “senza famiglia”

Famolo insieme, famolo strano, famolo pride!

Promuovono l’appello:

C.S.O.A. Gabrio
Federazione Anarchica Torinese
Laboratorio Sguardi sui Generis
Maurice lgbtq
Samba Band Torino
Collettivo Altereva
Network Antagonista Torinese
Rete Genitori Rainbow