Deconstructing MicroMega #0

rembrandt-self-1-copertina1630-890x395Questa che segue è la presentazione del numero 5 2014 di MicroMega, dedicato a Il corpo della donna tra libertà e sfruttamento. E’ passato un po’ di tempo, è vero, ma dovevamo pur leggerlo: e noi non siamo grandi intellettuali o lettori raffinati come in media ha MicroMega, quindi c’abbiamo messo parecchio a leggere e a renderci conto di cosa avevamo letto. Nei prossimi giorni faremo seguire degli appunti su ciascun articolo, ma è il caso di fermarsi anche su questa presentazione, tanto per dire qualcosa su quello che c’è in questo numero. E, soprattutto, su quello che non c’è.

Da giovedì 24 luglio in edicola e su iPad il nuovo numero di MicroMega, un monografico dedicato al “corpo della donna tra libertà e sfruttamento”. Ad aprire due dialoghi: nel primo uno dei più famosi attori porno italiani, Rocco Siffredi, e la regista Roberta Torre discutono della possibilità di un porno “al femminile” [ma avvertiamo solo noi, oltre l’impreparazione culturale dei due interlocutori, un loro vago “conflitto d’interessi”?]; nel secondo, la pornostar Valentina Nappi e la giornalista Maria Latella affrontano temi come la prostituzione, la mercificazione del corpo femminile, il rapporto tra giovani e sesso [anche in questo caso ci sfugge la correlazione tra interlocutori e argomenti: non era disponibile qualcuno delle associazioni che si occupano di prostituzione, di tratta? Qualche sociologo o studioso di questioni di genere? Un formatore, un educatore esperto di questioni sessuali? No perché, con lo stesso criterio, appena MicroMega si decide per un numero sulla fisica quantistica, noi ci candidiamo].

Un’intera sezione è dedicata alla pornografia [oh quale audacia: i signori perdono il monocolo, le signore svengono. Presto, i sali!]. La rappresentazione esplicita dell’atto sessuale continua a essere un tabù. Su queste ambiguità – e su queste ipocrisie – [quali? Ne è stata nominata a stento una] ha giocato Lars von Trier con il suo Nymphomaniac, che rappresenta l’ultimo tassello di un rapporto complicato e ambivalente del cinema con la rappresentazione del sesso, come riportato da Fabrizio Tassi. Un rapporto ambivalente perché spesso fondato su una netta separazione tra il sesso in film ‘normali’, se non addirittura d’autore, che si possono permettere solo di alludere e ammiccare [se non ricordo male – due esempi vecchi eh, tanto per dire – nè Pasolini nè Oshima ammiccavano affatto: sono registi di porno commerciale? Forse il problema è un altro, non quello che si vede e quello che no], e i film porno veri e propri, un genere a sé, la cui storia – raccontata da Pietro Adamo – è andata di pari passo con i cambiamenti tecnologici, dalle riviste a internet, passando per cinema e videocassette. Un fenomeno molto controverso, su cui intellettuali, filosofi e, soprattutto, femministe [toh, finalmente, eccole], si sono sempre divisi: il porno è uno strumento di oppressione delle donne, o un elemento di contestazione della moralità conservatrice e quindi di potenziale liberazione per le donne stesse? [Solo due ipotesi possibili? Tutto qui, MicroMega? Mentre del porno “al femminile” abbiamo fatto parlare Siffredi. Complimenti] Matthieu Lahure ricostruisce i termini della controversia.

In un iceberg su “corpo e tabù” Gloria Origgi ci ricorda che la nostra intera vita si può leggere sul proprio corpo. Un corpo che, per le donne soprattutto, ha spesso rappresentato una condanna ai ruoli stereotipati di madre o prostituta [meno male che ce lo ricorda lei, oggi non se ne parla più, vero?]. Ma persino quello che sembra l’istinto più naturale per una donna – quello materno – naturale non è affatto, come sostiene nel suo contributo Élisabeth Badinter [si sono sbagliati, il pezzo di Badinter sembra l’unico appropriato di tutto il numero. Gli è sfuggito, è evidente]. Mentre Giulia Sissa traccia la parabola dei movimenti femminili, che oggi rivendicano con orgoglio il corpo erotico come strumento di lotta [ma quindi tutti i movimenti, o solo questi ultimi?]. Eppure i tabù sono duri a morire [aridàje: quali tabù?], come dimostrano le straordinariamente variegate politiche di gestione della prostituzione descritte da Giulia Garofalo Geymonat [che lavora in Svezia: vogliamo parlare del tabù degli studi di genere in Italia? Dite che c’entra qualcosa? Ma no] e l’ostilità verso la figura dell’assistente sessuale per i disabili, tratteggiata da Alessandro Capriccioli [un giornalista, non un operatore del settore. Ma il tabù è chiamare le persone competenti?]. A chiudere la sezione un inedito dell’illustre oncologo Umberto Veronesi dal titolo “Il corpo delle donne dalla mortificazione all’emancipazione” [tema caro a ogni illustre oncologo, come certamente sapete; però, considerando che Siffredi lo sinvita a convegni medici e dice la sua sul cancro alla prostata, tutto quadra perfettamente].

Ma è compatibile la religione con l’emancipazione delle donne? [«Estiqaatsi», direbbe un grande capo indiano, ma qui siamo su MicroMega, quindi ci occupiamo di tutto il risibile con grande qualità] Carlo Augusto Viano delinea la storia del posto che le donne hanno occupato nella religione cristiana, dalle origini fino a papa Bergoglio: una presenza costante, ma sempre un gradino sotto all’uomo e non pare proprio che su questo fronte Francesco stia portando novità rilevanti [eh, meno male che ce lo dice MicroMega]. Il sacrificio del figlio e il ripudio della donna sono, secondo il giudizio di Rachid Boutayeb, due elementi essenziali di tutte le religioni monoteistiche, e dell’islam in particolare [altra novità sconcertante. Io me n’ero accorto perché le religioni monoteistiche con a capo una divinità femminile sono pochine, ma che volete che ne sappia io, mica scrivo su MicroMega].

Infine un saggio di Siri Hustvedt analizza l’idea di femminilità che pervade le tele di Picasso, Beckmann e de Kooning [prima di invocare ancora Estiqaatsi, una domanda: artiste di cui parlare non ce n’erano, vero?].

Quello che manca è una lunga lista di argomenti dal nostro punto di vista importantissimi quando si tratta del corpo delle donne. Dagli ambiti che concernono l’autodeterminazione come il diritto di scegliere la maternità o di rifiutarla, oppure al diritto alla vita che viene messo in pericolo dalla violenza domestica maschile e da quello che è a volte (troppe) l’esito di questa violenza, il femminicidio. Oppure ancora si potrebbe parlare di quello che attualmente è il dibattito sull’importanza di un’educazione a sentire il corpo, fin da piccoli, con il tocco materno, su quanto questo condizioni il nostro essere propensi alla dominanza o alla partnership. Per non parlare delle discriminazioni che il corpo delle donne subisce in quanto appartenente alle donne, fin dalle scuole materne con giochi, libri e atteggiamenti dei “grandi” tesi a far sedimentare stereotipi di genere fin dalla tenera età. Fino al terribile tema che vede il corpo di 60 milioni di bambine nel mondo essere oggetto di pedofilia da parte di “mariti” promessi che fanno buoni affari, a scapito spesso della vita di queste piccole, anche dopo la prima notte di nozze. E sono i primi esempi che ci vengono in mente.

Si potrebbe obiettare che queste discriminazioni, queste limitazioni, queste violenze e queste uccisioni coinvolgono anche il corpo maschile. A parte che non tutte queste ingiustizie sociali sono vissute dai corpi dei maschi, infinite storie e finanche infinite (ahinoi sempre poche) statistiche ci parlano di quello che invece viene agito dai corpi maschili nella stragrande maggioranza dei casi, e che solo per una minoranza di uomini possono definirsi delle circostanze in cui quelle vengono subite.

Si potrebbe anche obiettare che questi argomenti sono assenti, seppure importanti, ma che molti altri vengono invece sviscerati dalle molte testimonianze presenti nel testo. Però a questo proposito invece c’è una povertà da registrare già in partenza e dichiarata apertamente nel sommario: «un’intera sezione è dedicata alla pornografia». Contando anche le pagine iniziali in cui si interroga Siffredi e Nappi su sesso, pornografia e quant’altro, le pagine dedicate al porno – e dedicate in quel modo, di cui parleremo – sono 84 su 200. Troviamo che questo sia di un’aridità sconcertante. Anche perchè sono seguite a ruota da [numero] pagine sul sesso e [numero] pagine sulla prostituzione. Poi segue la religione, un articolo affidato a Umberto Veronesi di argomento indefinibile, e l’arte.

Non ho citato l’articolo di Giulia Sissa: è l’unico articolo che si interroga sui movimenti (udite udite!) “femminili” sul corpo della donna, ma anche qua, come vedremo, solo riguardo alle “pruderie” delle donne e non sulle conquiste importantissime che il movimento femminista in Italia e nel mondo ha compiuto.

Insomma: MicroMega fa un numero su Il corpo delle donne tra libertà e sfruttamento e le femministe, i diversi femminismi, non ci sono. Non ci sono negli argomenti, non ci sono tra i nomi degli autori. Femministe? Mai esistite. Ah, no, veramente no, saremmo ingiusti. Se ne parla sì, a proposito delle diverse prese di posizione sul porno. Complimenti a MicroMega per la considerazione e il respiro culturale dato a questo suo numero.
Stay tuned – ne parleremo ancora.

Sara Pollice & Lorenzo Gasparrini

Il corpo nudo

Spogliarsi fa paura. Anche quando lo fai solo per te stessa è difficile scrollarsi di dosso lo sguardo esterno. Ci si sente totalmente derubate del proprio punto di vista, della propria opinione, del proprio occhio amorevole che non sminuzza ma dà forza. Riuscite voi a guardarvi, magari rappresentat* in una foto o in un video, e sentirvi compiaciut* e serenamente distaccat* da qualsiasi altro punto di vista? Quanto è forte il valore e la pressione sociale nel momento di manifestare liberamente il proprio corpo, primo strumento di socialità?

Di che ragioniamo… di relazioni, violenze, disparità se è sulla nostra stessa materia che è costruito il primo recinto di paura e repressione? I nostri corpi nudi non sono solamente reclusi, sono sottratti. La volontà di vedersi e piacersi (o no) liberamente, senza il timore di qualsiasi giudizio, per la maggioranza delle persone è un lusso irraggiungibile. I nostri occhi, all’ora di incontrare la nostra carne, si trasformano in obiettivo svuotato e riprogrammato.

Spesso ci si domanda se sia sessista che alcune femministe prendano il proprio corpo e lo trasformino in veicolo di lotte. Io vorrei che queste stesse persone che si interrogano sul tema si mettessero davanti ad uno specchio, nude, e si facessero una fotografia. Non vale tirare la pancia, abbassare le luci, o stendere meglio il collo di tre quarti. Siete voi, nude.

Di chi è lo sguardo che tiene in mano la foto?

Non ho la pretesa naif che tutte le persone si piacciano. L’autocritica può essere molto utile o necessaria a volte. Non è proprio questo il punto. Mi fa incazzare a morte che la propria imperfezione diventi vergogna, ansia, inadeguatezza o malattia, perché sappiamo solo guardarci con occhi non nostri.

Questa secondo me è una premessa necessaria per affrontare questo tema, interessantissimo tra l’altro e che reputo necessario sviscerare più e meglio di come sento fare e di come posso fare io. Questo è un discorso che merita una riflessione personale e un dibattito pubblico acceso e onesto.

Prima di qualsiasi lotta o messaggio che si voglia lanciare passiamo dalla persona, dall’attivista, dall’individuo che sceglie il proprio strumento di comunicazione. E se questo strumento diventa il corpo nudo stesso, non posso non tenere in considerazione la volontà radicale di ribaltare lo sguardo esterno imponendo il proprio.

Rappresentare e mostrare se stesse è già un prendere in mano la propria soggettività e trasformarla per l’occhio altrui. Perché abbiamo paura a riconoscere la forza che questo comporta, svilendola con l’ennesima solfa della collusione col sessismo?

E’ una forza e potenza comunicativa che riesce, appunto, cavalcando il voyeurismo e l’ipocrisia di chi impone lo sguardo unico, a veicolare messaggi altri, femministi e antiautoritari.

Imporre il corpo nudo come strumento di lotta non sminuisce ne si contrappone alla parola, all’arte, alla protesta, a tutti gli altri mezzi comunicativi o di rivendicazione “onorevolmente” accettati e stimati.

Si somma a questi e si origina proprio nello stesso contesto.

Quello che mi lascia perplessa è che per muovere una critica a questa pratica di lotta ci si appelli al femminismo degli anni Settanta: io, come la stragrande maggioranza di queste nuove femministe “discinte”, negli anni Settanta non ero neanche nata. Il femminismo l’ho scoperto parlando, leggendo, facendomi domande. E quello che io da “autodidatta” del femminismo ho trovato negli anni Settanta sono due cose: la prima è che il personale e politico e la seconda, per me diretta conseguenza, è che il corpo è al centro del nostro discorso. Ah, e l’autodeterminazione ovviamente. Autodeterminazione che, partendo da sé, dalle proprie necessità e dal proprio vissuto, rivendica libertà e diritti che sono nostri e che non devono essere semplicemente richiesti, implorati, contrattati o svenduti. Vanno scelti e conquistati spezzando catene una dopo l’altra.

Il nostro corpo, autodeterminato, corrotto, imperfetto, indecoroso, potente e nudo è una tenaglia che arriva ovunque, perché ora sappiamo come renderci visibili, e per una attivista scegliere questa lotta è già aver tolto il primo anello, quello che ci nega il nostro sguardo.

Perché, chi è perfetto?

Sulla Bahnhofstrasse di Zurigo il 2 dicembre sono comparsi, nelle vetrine di un negozio di abiti, dei manichini inusuali. Le reazioni dei passanti sono state di stupore, dato che questi manichini rompevano la serialità del modello umano idealizzato, che di norma fa mostra di sé nelle vetrine, e riproducevano corpi affetti da disabilità fisiche.

Si tratta di una campagna promossa dall’associazione ProInfirmis.

Come ripete una delle frasi più condivise di facebook: “Non siamo nati per essere perfetti ma veri.” Nessun corpo vero è seriale. Quindi, avvicinatevi!

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I manichini disabili susciteranno sguardi attoniti sulla Bahnhofstrasse di Zurigo oggi.
Tra i manichini perfetti ci saranno figure scoliotiche o con la malattia delle ossa fragili, come modelli all’ultima moda. Uno avrà gli arti corti, l’altro la spina dorsale malformata. La campagna è stata ideata per la Giornata internazionale delle persone con disabilità da Pro Infirmis, un’organizzazione per disabili. Intitolata “Perché, chi è perfetto? Avvicinati”, è stata progettata per provocare una riflessione sull’accettazione delle persone con disabilità. Il direttore, Alain Gsponer, ha documentato la campagna con un cortometraggio. I manichini sono rappresentazioni tridimensionali, a grandezza naturale, di Miss Handicap 2010, Jasmin Rechsteiner, del conduttore radiofonico e critico cinematografico Alex Oberholzer, dell’atleta Urs Kolly, della blogger Nadja Schmid e dell’attore Erwin Aljukic.
“Inseguiamo spesso degli ideali invece di accettare la vita in tutta la sua diversità. Pro ​​Infirmis si sforza soprattutto di promuovere l’accettazione della disabilità e l’inclusione delle persone con disabilità”, dice Mark Zumbühl, membro di Pro Infirmis Executive Board, descrivendo la campagna.*

*Testo a commento del video su youtube, traduzione di Serbilla.

Da quante cose viene definita una donna?

Gli acquerelli di Jay ci dicono che:

aillustrazione di Jay happyblood.tumblr.com

illustrazione di Jay happyblood.tumblr.com

Dal suo blog:

“Le donne sono fantastiche, non sei d’accordo?

Volevo fare una semplice collezione di belle donne in acquerello, così l’ho fatta. Ho deciso di aggiungere del testo di accompagnamento per dargli una voce. Il mio intento non era quello di abolire ogni stereotipo, ma semplicemente di illustrare donne di varie personalità, tipi di corpo, età ed etnie. Ogni donna è bella!”

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Il corpo più che umano

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The more-than-human-body di Kris Forkasiewicz, traduzione di feminoska, revisione di H20.

 Il pensiero occidentale ha perlopiù ridotto il corpo a una cosa, un oggetto del mondo come tutti gli altri. Solamente in tempi recenti è stato rimodellato in qualcosa di molto più articolato: il fondamento e l’espressione della soggettività.
I primi a spingere il discorso in questa direzione sono stati pensatori anticonformisti come James, Dewey e Nietzsche. Poi, a partire dalla metà del 20° secolo anche i fenomenologi, le femministe e gli scienziati cognitivi hanno aderito a questa visione. Ma la discussione da loro animata si è rivelata decisamente limitata, restando perlopiù circoscritta a un particolare tipo di corpo, quello dell’Homo sapiens sapiens. Questa mossa ha condizionato, pregiudicandola, la nostra predisposizione a sentirci in relazione con gli altri esseri corporei. Al tempo stesso, ha avuto l’effetto di concettualizzare il corpo come veicolo di cultura e spirito umano – per quello che continua ad essere visto come “più-che-animale.” In altre parole, il ripensamento e la rivalutazione del corpo sono serviti principalmente a sostenere un nuovo umanesimo, a rabberciare una risposta sul significato di essere umani.
Da un lato, questo approccio può essere inteso come una componente auspicabile e necessaria nella lotta contro la cancellazione tecno-scientifica del Soggetto. È più facile proteggere un’essenza umana dall’attacco tecnologico quando è perfettamente isolata dall’inessenziale. D’altra parte, una tale dissociazione è compatibile con l’atteggiamento tecnico-strumentale che seziona il mondo che circonda il Soggetto. In questo senso, offre un ulteriore apporto al processo artificiale di distanziamento dell’umano dagli altri animali. Facilita la liquidazione del Soggetto Non Umano che ora procede a velocità raddoppiata, mentre l’umanesimo va a braccetto con la reificazione tecnologica. Nel frattempo, il corpo e il somatico vengono colti, a livello concettuale, come il substrato di qualità a lungo elogiate non solo come squisitamente umane, ma rese feticcio del coronamento del processo evolutivo. La ragione, l’intelligenza e il linguaggio, ora concepiti come incarnati, sono in gran parte riservati al corpo inteso come umano. Perché nelle circostanze in cui il nostro corpo viene ancora chiamato “animale” ciò avviene per lo più in omaggio all’eredità darwiniana e al metodo scientifico in generale. E a ben guardare, la concezione prevalente vuole che l’essere umano non sia veramente e precisamente un animale.
Quali che siano le intenzioni che si nascondono dietro a una tale presa di distanza dall’animalità, alcuni degli effetti sono stati di: 1) sostenere ideologicamente la dominazione umana in un mondo profondamente specista e, 2) allontanare ulteriormente dagli animali umani la gioia di vivere. Come specie, siamo diventat* sempre più isolat*, sol* e alienat* dal mondo. Le somiglianze e differenze interspecifiche sono scoperte e riconosciute, ma non al fine di stabilire un apprezzamento pluralista. Anche quando al nostro corpo viene data maggiore attenzione, la comunanza carnale di tutti gli animali viene vista come un residuo di un passato da dimenticare. Al suo posto si dipana un’esclusione omogeneizzante dell’Altro, incoraggiata dall’ultimo colpo di scena nella narrazione dell’eccezionalità umana.
L’organizzazione caratteristica delle nostre facoltà fisiche apparentemente ci eleva, in molti modi, rispetto agli altri animali che popolano la terra. Distinguendoci, esistiamo. Sicur* della nostra unicità, possiamo permetterci di guardare dall’alto in basso i nostri parenti animali. Ci sentiamo, sfacciatamente, un caso davvero speciale. Senza nulla togliere alla nostra unicità di animali bipedi dai grandi cervelli, se guardassimo alle cose con onestà, le caratteristiche e i talenti specifici che costituiscono la nostra unicità potrebbero non offrire tutti i motivi di soddisfazione che alla maggior parte di noi piace prendere per buoni. Quella parte del nostro organismo che abbiamo astratto dalla sua propria vita e che chiamiamo “mente”, “anima” o “spirito” si è da tempo scollegata dal mondo. Da allora, siamo stati incapaci di ricondurvela. E addirittura consideriamo quella stessa astrazione come il nocciolo del sé propriamente umano.
L’umano è stato identificato proprio con questo senso prevalente di ego con tutte le sue presunte caratteristiche di autonomia, autodeterminazione, autocontrollo. Queste sono state intese agire al di là e al di sopra della carne, e poi – dopo la “svolta corporea” – attraverso la carne stessa. Quello che ne è seguito è stata una profonda e prolungata contrazione del nostro essere biologico. I vincoli e le pressioni capaci di gonfiare l’enorme ego individuale e culturale sono fin troppo reali; gli accomodamenti materiali, istituzionali e discorsivi che dominano la vita sociale strappano l’atomistico “Io” dalla spontaneità subconscia della vita corporea, scagliandola in una prigione fatta di separazione. Senza seguire un ordine particolare, l’elenco dei fattori che determinano questo stato di cose include: povertà indotta e reale accompagnata da un senso di angoscia nei confronti del futuro, predominanza di un regime di lavoro forzato e competitivo – e correlata esperienza di vita percepita come frettolosa e smarrita; sovraccarico sensoriale da una parte e noia derivante dall’isolamento all’interno delle quattro mura dall’altra; accelerazione della privatizzazione dello spazio e inaridimento della vita comunitaria. Molti più elementi potrebbero essere aggiunti, ma questa non vuole essere la sede per una loro discussione dettagliata.
Gli sviluppi menzionati sono generalmente riconosciuti. Il punto è piuttosto che, presi nel loro insieme come costitutivi del progresso umano inevitabile, possono rivelarsi come la nostra eredità primaria. Certo, esistono vantaggi pratici che ci rendono le cose più semplici e che ci sostengono. Ma a livello sistemico servono principalmente ad ammortizzare il nostro inserimento in strutture astratte ed ostili, che sorreggono e facilitano la nostra alienazione dal resto della natura, dagli altri esseri, e l’un* dall’altr*. Siamo manipolat*, spesso da forze che appaiono del tutto impersonali, nell’approfondire la nostra situazione esistenziale. Al suo apogeo civilizzato, l’umanità è più lontana che mai da una modalità relativamente armoniosa di essere-nel-mondo. Innegabilmente, l’umanità è un Impero. Ma al suo cuore si trova l’individuo che, sempre più spinto in una massa di altri senza volto, continua a sopportare, come un muscolo uno spasmo lancinante.
Non tutt* si sentono sottopost* alle richieste dell’egemonia tecnocapitalista con la stessa intensità. Le persone di posizione sociale ‘elevata’ mi accuseranno di esagerare. Ma è mia convinzione che la comodità della minoranza si costruisca attraverso una presa ferrea e continua alle gole degli innumerevoli diseredati. Nonostante il tipico torpore fatto di routine che li caratterizza e le loro impressionanti capacità di negazione, anche coloro che ne beneficiano tremano subliminalmente alle prospettive di un’instabilità crescente nella esistenza (post)moderna. L’ansia repressa ribolle, alimentando nevrosi, fino a quando non diventa matura ed esce allo scoperto. In un sistema fortemente strutturato e intriso di tecnologia, non siamo lasciat* a noi stessi nella ricerca di sollievo. Mentre una patologia dopo l’altra viene trasformata in una fonte di profitto, la moda, infinitamente riproposta e confezionata, della gratificazione immediata viene proposta come uno degli antidoti all’incombente sforzo psichico e all’intorpidimento. Le pressioni della vita quotidiana aumentano e l’industria culturale non deve sforzarsi troppo per per promuovere sciatte esperienze mirate a sostituire la sensibilità perduta della presenza animale. L’unica cosa che può offrire qui e ora è il bene di consumo con tanto di confezione appariscente.
Valide in sé, ma povere come sostituti di un’animalità traboccante – musica, arte, sport, spettacoli, turismo e altro ancora – diventano professionalizzati e standardizzati, ritagliati in comode porzioni e venduti. Tanto per non sbagliare, vengono buttati nel calderone anche dei farmaci, come scorciatoia per i risultati desiderati. Ma sia perché sono una farsa sia perché la nostra insaziabilità viene coltivata con cura, siamo perennemente insoddisfatt* di queste soluzioni tappabuchi. Invece del sollievo promesso e della liberazione dal peso del nostro ingombrante ego, sentiamo amplificarsi il nostro torpore sensoriale, e sperimentiamo l’assenza dall’esperienza. Oppure ci ritroviamo un’altra volta a non provare più neanche quella. Mentre ci rassegnamo alla gratificazione illusoria e restiamo ignar* dell’animalità repressa dentro di noi, le nostre energie vitali si disperdono sempre di più.
Finiamo anche di avere una visione distorta della spontaneità, del gioco e dell’animalità. La spontaneità viene contemporaneamente desiderata e perduta. Ridotta a oggetto di contesa, sempre sfuggente e rincorsa, è rimandata e inavvertitamente spinta fuori dalla nostra portata. A sua volta, agli occhi di molti, la giocosità viene a sovrapporsi con la frenesia dionisiaca: l’adrenalina deve scorrere a tutti i costi! Fino a quando non si impazzisce, non ci si diverte. Se lo sfondo non fosse quello di una forma di vita agonizzante, non vi sarebbe motivo di pensarla così. L’animalità viene svalutata in gioco sciocco o truce fatica. Nella realtà, come dimostrato dall’osservazione prolungata della miriade di altri animali da parte degli etologi, essa si estende ben al di là di entrambi. Gli altri animali non mancano quasi mai di prendersi cura dei propri bisogni vitali, dei quali il gioco è in molti casi una componente importante. Prima di consegnarli al “regno della necessità”, si dovrebbe osservare a lungo come giocano e come si divertono. In realtà, il confine tra “lavoro” e “gioco” nella vita degli altri animali è spesso impossibile da delimitare. Questo può essere visto come uno dei tratti distintivi dell’animalità libera.
Mentre la nostra vita si faceva sempre più compartimentalizzata, abbiamo cercato di ritrovare negli altri animali un qualche segno della nostra animalità. Ciononostante, di questi tempi, abbiamo raramente l’opportunità, la pazienza, l’attenzione o l’umiltà di notare veramente quello che fanno piccioni e scoiattoli. Gli animali considerati da compagnia potrebbero essere la tappa successiva. Ma pur essendo fonte di gioia, compagnia e amore per coloro che se ne prendono cura, molti di loro sono stati resi troppo dipendenti ed estraniati dalle proprie vite originarie per restituirci il senso di libertà che l’animalità pienamente espressa porta con sé. Basti pensare a guinzagli, collari e catene al collo dei cani. E altre specie sono già avviate nella stessa direzione. Molte persone tengono i gatti chiusi in casa per tutta la vita o li portano al guinzaglio. Lo zoo, da sempre e per definizione, non offre gioco e spontaneità ma artificio, puro e semplice. Funge da specchio, e allo stesso tempo maschera le gabbie nelle quali ci rinchiudiamo: i tratti desolati del mondo tecnologico.
Un tempo eravamo capaci di riapprendere gesti di spontaneità animale dai nostri figli. La sensazione di recuperare qualcosa che è venuta a mancare, qualcosa che è stata persa, sembra essere parte della fascinazione degli adulti verso l’infanzia e i bambini in generale. Ma, come sostenuto da alcuni abili scrittori, l’infanzia sta rapidamente scomparendo e i bambini stanno diventando sempre di più simili agli adulti. Prima cominciano a parlare, contare e leggere, meglio è. Il loro tempo diventa sempre più strutturato e organizzato da parte di professionisti, il gioco si trasforma in ricreazione progettata e sorvegliata. E la ricreazione alimenta e ruota intorno al miglioramento delle prestazioni. In questo modo, i bambini subordinano gradualmente i propri impulsi giocosi all’atteggiamento tecnico.
Il percorso che può portarci fuori da questo circolo vizioso richiede una comprensione viscerale del fatto che questo corpo è più che umano, che non è solo la base di concettualizzazioni astratte che non è semplicemente il punto di partenza verso i regni disincarnati dell’abilità tecnica e contemplativa, e non è solo un oggetto di considerazioni utilitaristiche. Ridotto a un’appendice della macchina, il corpo-come-(s)oggetto soffre e si inaridisce. L’umanesimo non è stato in grado di capire questo concetto e comprenderne le conseguenze devastanti. Ha consacrato la cultura e l’ha contrapposta alla tecnologia, dimenticando che entrambi sono costrutti che ci strappano dalla immediatezza dell’essere mondano.
Questioni riguardanti la nostra animalità possono suggerire rotte più desiderabili per il difficile compito di rinascita somatologica. Fino a quando queste ultime non sostituiranno quelle della nostra umanità, le probabilità di restare animali in guerra con noi stessi, il mondo e i nostri stessi costrutti tecnologici rimangono alte. Se l’astrazione dell’essere umano dall’animale continua ad essere analiticamente di qualche utilità, se abbiamo dovuto prendere posizione su quelle basi, sarebbe opportuna una breve confessione: è il corpo che si sostiene attraverso la sua essenza suppostamente umana, e non viceversa. È quando, sotto la pressione di circostanze materiali e culturali, il corpo usa la propria mente contro di sé, che le cose prendono una brutta piega. In caso contrario, il corpo “possiede un’innata saggezza”-come disse Nietzsche per il bene proprio e di coloro che lo circondano. È vulnerabile e fragile, compianta sede di dolore. Ma è anche poderoso, il potente sovrano di Nietzsche. Permette ma non chiede il permesso. La sua voce si esprime e si percepisce come limiti, bisogni, desideri e istinti, pensieri e come l’ego stesso. Non contiene solo la chiave di tutte le esperienze, consce e inconsce. Questo corpo sensibile e senziente è l’esperienza stessa.
Solo trascendendo la dicotomia mente/corpo, saremo in grado di apprezzare nuovamente la relativa coerenza e sanità della vita animale. Si può riconoscere a parole l’animalità, ci si può definire homo sapiens sapiens, designare uno spazio tutto per noi in uno schema tassonomico, e chiudere il discorso. Ma se veramente siamo una specie animale, e se difficoltà e tragedie costituiscono una parte inevitabile della vita animale, potrebbe veramente convenire affrontare la realtà da animali riconciliati con le proprie varie dimensioni, piuttosto che da animali autorepressi. A causa di un’idea di contrapposizione tra l’animale e l’umano, tra il corpo e la mente, abbiamo scavato un solco nella nostra carne sensibile, tentando di sfuggire a noi stessi in nome di una sorta di eterea autonomia. Ma l’umano non è l’opposto, o l’altra facciata, dell’animale. Non ne è che un’estensione, che non si sviluppa come alcuni vorrebbero credere in “verticale”, offrendo una via di fuga fino al cielo. Piuttosto, si dispiega “orizzontalmente”, lasciandoci immersi, insieme a tutti gli altri animali nelle ecologie circostanti e la sporcizia, il dolore e le gioie della vita carnale.
Queste considerazioni sono da intendersi come mero frammento della germinazione lenta di una riflessione più ampia. Come chi mi ha preceduto, intendo suggerire che è necessario riconsiderare la visione mondiale dominante che ha 1) menomato l’umano, 2) gli ha concesso una nobiltà immeritata e fasulla e, 3) ha condannato una moltitudine di altri animali alla miseria, sulla scia di una qualche supremazia umana. Tale ripensamento richiede una teoria sulla quale lavorare, insieme, intorno e contro le astrazioni in cui siamo ormai immers*, avendo sacrificato la dimensione sensuale della nostra natura animale. Ma l’impulso volto alla rivalutazione dell’animalità non ha origine nella teoria e non dovrebbe concludersi lì. Lasciare la questione sulla carta significherebbe tradirla e continuare a tradire noi stessi. Questi pensieri emergono, e rimandano alla vita pratica e quotidiana, e solo lì possono davvero diventare reali. Come tali, essi richiedono una trasformazione graduale ma radicale. In molti di noi matura un desiderio, di condizioni di vita che consentano la vera semplicità, l’immediatezza, la presenza, l’empatia e la saggezza. Attualmente, le opzioni per coloro che si sentono in disarmonia con l’ordine attuale sono poche: alcun* accolgono e accettano sostituti fallaci, altri sopravvivono ai margini, nella speranza di essere risparmiati dagli ingranaggi del sistema. La maggioranza si muove tra questi due poli. Ma questo corpo più-che-umano vuole qualcos’altro. Percepisce la verità di una vita altra.