Guida al porno indipendente Volume 1

Il movimento sex-positive e quello porno-femminista promuovono una forma responsabile e inclusiva di fare e commercializzare porno, e si definiscono per le seguenti caratteristiche:
♥ A differenza dell’industria del porno mainstream tengono in conto le donne come spettatrici, produttrici e registe. Per questo hanno un punto di vista diverso sul desiderio, il corpo e il piacere.
♥ E’ un’industria che si comporta responsabilmente con le proprie ‘star’, non sfrutta e non obbliga nessuna persona a realizzare atti sessuali, le/gli attor@ ele altre persone coinvolte hanno il controllo su ciò che desiderano fare, per questo motivo il sesso che si vede in questi film è reale.
♥ Il piacere è multiforme e promuove la libertà, includendo diversi tipi di corpo, etnie e preferenze sessuali.
Militancia erótica si è dichiarata contraria al porno mainstream:
“Odiamo il porno mainstream perché è sessista, misogino e falso. Odiamo guardare corpi deformati dalla chirurgia estetica che fingono orgasmi. Vogliamo vedere produzioni pornografiche con contenuti artistici forti”.
Per questa ragione abbiamo voluto pubblicare una guida relativa ad alcune delle maggiori produzioni di porno indipendente legate alle suddette caratteristiche:

1 Mili-especial♥ Trouble Films: è una società di produzione di film per adulti guidata da Courtney Trouble, incredibile pornografa e attrice che ha rivoluzionato la scena del porno indipendente. Vincitrice di premi quali il Feminist Porn Award, il Trans Awards e il BBW Fan Fest Awards tra gli altri, Courtney è la nostra eroina per aver diretto e appoggiato numerosi progetti che ci rendono felici, dando l’avvio a quella che lei definisce “la nuova epoca del porno”.
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♥ Lesbian Curves: una serie di film che hanno per protagoniste ragazze voluttuose che vivono romantiche storie lesbiche, le situazioni variano in un ampio gioco di fantasie, ovvero è possibile spaziare dalla relazione intima all’interno del tipico dormitorio con elementi molto femminili ad un complesso gioco BDSM in uno scenario fantastico. Le ragazze rappresentate sono molto diverse tra loro, alcune molto femminili e altre molto maschili. Anche Lesbian Curves è un progetto di Courtney Trouble.

2♥ Indie Porn Revolution: è probabilmente la casa di produzione pornografica più variegata e famosa di porno Queer, fondata da Courtney Trouble nel 2002 come NoFauxxx.Com, un progetto personale che ha finito col coinvolgere molte persone in un ulteriore sforzo per la rivoluzione sessuale. Indie Porn Revolution è un progetto che definisce con maggiore chiarezza gli ideali del movimento Sex-positive nell’industria del porno. Di nuovo grazie alla ragazza “problematica” (n.d.T.:gioco di parole con il nome Courtney Trouble).

sd♥ QUEERPORN.TV: nel 2011 ha vinto il premio attribuito dai Feminist Porn Awards come miglior sito web. Questo progetto riunisce molte delle stelle del porno undergound, è un sito davvero adorabile perché condivide pubblicamente produzioni di ottima qualità, si può anche diventare membri e trovare una vasta collezione di documentari, interviste, film e fotografie.

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♥ A Four Chambered Heart: è uno studio cinematografico dedicato alla produzione di cortometraggi pornografici non convenzionali. I suoi video integrano elementi naturali e fantasie sessuali, con edizioni digitali, effetti sonori e un accurato lavoro di ripresa e scenografia. Questo collettivo inglese esplora le nuove forme della sessualità, dell’arte e della pornografia, attraverso una proposta differente che combatte la banalità del porno commerciale.

♥ Comstock Films: questi film integrano interviste documentali con sesso reale e intimo. Non si tratta di coppie di attori, ma di persone che realmente si amano e celebrano la propria sessualità. E’ bello, elegante, eccitante, erotico e sexy, le coppie sono di tutti i tipi: eterosessuali e omosessuali, di età e culture diverse. Amiamo questo progetto del regista Tony Comstock, perché è una potente fonte di ispirazione, dato che non separa l’erotismo dalla pornografia.

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♥ Pink & White Productions: diretta da Shine Louise Houston, un’altra delle sorprendenti donne registe e produttrici di porno che ci piacciono. I suoi film sono sexy e ben prodotti, cioé, i suoi film integrano la bellezza del cinema, fatta di effetti sonori e di ripresa, con il sesso reale ed esplicito. Oltre a ciò questa produttrice si preoccupa di insegnare “come fare un buon porno” – con tutta la parte tecnica e i suoi segreti – come commercializzarlo e distribuirlo responsabilmente. Legati a questa produttrice potrete trovare prodotti come: Crash Pad Series, Heavenly Spire y Pink Label.porno femminista 1

♥ Bleu Productions di Maria Beatty: continuando sulla scia del buon cinema porno incontriamo questa regista newyorchese, i suoi film sono eleganti, con scene surrealiste, oniriche e affascinanti, alcune in bianco e nero e con musiche di grandi artisti del jazz come John Zorn. Maria Beatty ha esplorato la sessualità femminile nel cinema come nessun’altra donna fino a ora. Il suo film icona è The Black Glove filmato nel 1997, un bel film che pare una fotografia di Helmut Newton che prende vita propria per animare la sua fantasia, le sue protagoniste sono donne incredibilmente belle e fatali.

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♥ Dirty Diaries: è una collezione di 12 corti di porno femminista prodotti nel 2009 da Mia Engberg. E’ uno dei prodotti più rilevanti del movimento Sex-Positive e Porno femminista, poiché si tratta sia di un progetto artistico che politico. Dirty Diaries aspirava a stabilire delle regole per la creazione di pornografia che rispondesse a le necessità delle donne. Dobbiamo confessare che questo progetto è stato davvero la miccia per la creazione di Militancia Erótica. Potete vedere qui uno dei 12 corti (completo) intitolato Skin.

http://muvi.es/w1512

E per finire, come un orgasmo molto forte, presentiamo con un rombo di tamburi, ta!ta!taaaa! la bellissima, incredibile e spettacolare ♥Annie Sprinkle♥

ann porno femminismo militanza erotica♥ Annie Sprinkle: questa artista newyorchese è una sacerdotessa dell’erotismo, una conoscitrice dei sacri segreti del sesso. Lei è la grande promotrice del movimento Sex-Positive dagli anni ’80. Attraverso bellissime performance ci ha illustrato il potere che hanno i nostri corpi e la magia del sesso. E’ un’attivista per la libertà di espressione, per i/le lavorator@ sessuali e a favore di un sesso sano e forte. Annie Sprinkle ha anche diretto ed è stata protagonista di film pornografici legati ai movimenti Post-Porno, Sex-Positive, Porno Femministi, Eco-Porno e altre correnti: lei è la regina della rivoluzione sessuale.

Con amore, Militancia Erótica

Testo originale Guía de Porno Independiente Vol. 1, di Militancia Erótica. Traduzione di Serbilla, revisione di feminoska.

 

Deconstructing MicroMega #2 – Nappi, Latella

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Questo secondo dialogo si svolge tra Valentina Nappi e Maria Latella e ha come titolo “Sesso, merce e libertà”, ovvero il corpo tra libertà e sfruttamento, quindi il corpo femminile nei media ma anche nella prostituzione e – udite udite – nella pornografia. Come i tre argomenti stanno insieme, non ci verrà detto. L’anonim* mediatore/trice – che c’è, parla e propone gli argomenti – proponiamo noi di chiamarla Loretta, come il personaggio di Brian di Nazareth. Lei ci spiega subito qual è il dubbio che attanaglia tutt* in quel di Micromega e che li spinge ad indagare:

Il tema generale di questo dialogo è «il corpo delle donne tra libertà e sfruttamento» [è parecchio diverso dal titolo, come mai? Non ci è dato sapere]. Affronteremo quindi sia la questione dell’uso del corpo femminile nei media, sia nei fenomeni spesso direttamente associati – a torto o a ragione, a seconda delle opinioni [ah, è ancora una opinione che siano associati?] – all’idea di mercificazione del corpo, cioè la prostituzione e la pornografia, fenomeni che, al di là di come la si pensi, hanno una notevole importanza e pervasività nella nostra società [il problema non è come la si pensi, ma di che tipo di importanza e di pervasività vogliamo parlare. Vabbè].
Il dialogo comincia alla grande: Loretta presenta il punto di vista di Nappi, secondo la quale il problema della mercificazione del corpo della donna si risolverebbe ponendo fine alla disparità di accesso al sesso occasionale, accesso che sarebbe penalizzante per gli uomini. Una disparità in cui le donne, infatti, sarebbero in una posizione di forza, grazie al “potere sessuale” femminile, potere che “sfrutta” il desiderio maschile e contro cui lei (Valentina Nappi) come pornostar intende combattere, proponendo un’accessibilità universale al sesso occasionale pari per uomini e donne. Poche idee e molto confuse, come vedremo.

***

[Loretta ricorda che Nappi aveva sostenuto in un suo testo di voler offrire una masturbazione gratis a qualunque uomo la chiedesse, non per carità, ma per giustizia. Poi chiede chiarimenti a Nappi]
NAPPI: La masturbazione reciproca dovrebbe diventare normale, come prendere il caffè insieme. Ovviamente io non posso offrire un caffè a chiunque, non posso spendere le mie giornate offrendo caffè, però se capita [un se capita che mi fa pensare a questo pezzo di Lillo & Greg] lo faccio volentieri. Detto questo, è innegabile che fra uomini e donne ci sia un’asimmetria evidente, perché per le donne il sesso ha uno status speciale, non è considerato un’attività come qualunque altra, [e che vuol dire? Per me il sesso non è certo un’attività come qualunque altra: è molto migliore!] come invece dovrebbe essere [LORENZO: ma forse per te. Io tra fare sesso e togliermi un dente gradirei una differenza. SARA: Grazie, mi associo]. Da questo status speciale, le donne ricavano “un potere” che è il presupposto della mercificazione [capito? Siccome abbiamo un potere lo sfruttiamo per farci sfruttare. Interessante. Nappi avrebbe dovuto raccontare CHI ha conferito al sesso uno status speciale; mi pare di ricordare che una certa confessione religiosa, comandata da una rigida gerarchia maschile, abbia detto delle cose in questo senso. Poi ci sono stati secoli di “cavalleria” maschile che hanno insegnato qualcosa pure loro, mi pare. Così, per dire due cosette da niente che ci vengono in mente al volo].

***

[L’idea di dare agli uomini quello che è giusto si basa sul fatto che loro ne hanno bisogno oppure lo vogliono tanto. Ha un bel citare filosofi e cineasti, Nappi ha idee antiche e confacenti al discorso dell’oligarchia maschile dominante, per la quale le donne sono uno dei capri espiatori più performanti. Secondo questa visione infatti le donne hanno persino la responsabilità di subire violenze da un uomo, perchè non sanno individuare quelli buoni, oppure non sanno liberarsi di quelli cattivi quando “si manifesta” la loro cattiveria. SARA: Lorenzo, sarà un caso che Nappi nella vita faccia la pornostar? Sono polemica? LORENZO: Non so che dirti ma sto ancora aspettando la mia pippa quotidiana, allora me lo offri ‘sto caffè? SARA: Mi spiace ma sono allergica agli esercizi passivi!]

NAPPI: Qualche tempo fa Frank Matano [i link li mettiamo noi, Micromega non s’è degnato manco di mettere una nota – immaginiamo che il dott.Matano non sia proprio l’accademico che di solito si trova citato in questo prestigioso periodico. Qui e qui le due ricerche scientificamente attendibilissime cui si riferisce Nappi] fece un esperimento, che era già stato fatto in America: un ragazzo bellissimo chiedeva a 100 ragazze se avevano voglia di fare sesso con lui, e praticamente tutte risposero di no. Persino ragazze veramente brutte, alle quali difficilmente sarebbe mai capitato nella vita uno così bello! [Secondo i noti criteri oggettivi di bellezza, di cui Nappi custodisce i segreti, se sei un gradino più in basso di lui devi dire sì, altrimenti sei scema. Non è una visione sessista, no no] Solo una, su 100 interrogate, disse “forse”. Nell’esperimento al contrario, dove una ragazza carina ma non particolarmente bella [sempre secondo la scala Nappi] chiedeva a 100 ragazzi se avevano voglia di fare sesso con lei, più o meno la metà rispose di sì. Ecco, in questo consiste il “potere sessuale” delle donne. [Complimenti a Nappi: spiega una nota manifestazione del patriarcato come fosse una scelta delle donne. C’ha proprio le idee chiare.]

***

Dopo un discorso di Latella in cui si tenta di affrontare la complessità del fenomeno della prostituzione, con i vari approcci provati dai vari Stati, Nappi afferma:

NAPPI: Io credo che le vere vittime siano gli uomini. Le donne, nella maggior parte dei casi, scelgono di fare le prostitute [COSA?]. E molte di loro – basta parlarci per scoprirlo – sono molto consapevoli di questo loro “potere”, e parlano spesso di “spennare il pollo” [però, che analisi profonda]. Le prostitute sfruttano il desiderio maschile, sfruttano il bisogno dell’altro [E i pappa, non sfruttano niente? Ma no, gli uomini sono le vittime!]. Non forniscono un servizio che sono in grado di offrire in virtù di particolari doti naturali: è pura usura, perché sfruttano solo il differenziale di accesso al sesso occasionale tra chi ha la vagina e chi ha il pene. Non è che uno va a prostitute per avere un servizio particolare, ci va semplicemente per fare sesso [Ottima analisi, se non fosse che manca il protagonista principale. Nappi parla di prostituzione come fosse fatta solo da donne – mi risulta che ci sia qualcuno a “organizzarle”, o no? E poi, notoriamente, i clienti sono tutti semplicemente brave persone sfruttate da queste donnacce cattive, no?]. Questa sì che è una forma di mercificazione.

[SARA: mi voglio mettere nei panni di Nappi, per qualche secondo, ci provo. Il suo punto di vista da pornostar è che il sesso è uguale a tutte le altre attività; dopodichè è evidente che le donne hanno un potere e ne approfittano, quindi esse dovrebbero dare libero accesso al sesso in quanto fonte di piacere per gli uomini che ne hanno bisogno o ne soffrono la mancanza. Quindi basta che le donne non esercitino la propria volontà e il proprio diritto all’autodeterminazione nel decidere se, come, quando, dove, perchè, e soprattutto con chi fare sesso perchè scompaiano o vadano fortemente in crisi: prostizione e, come dice più avanti, il gossip sui giornali scandalistici basati sui nudi (ma, seguendo questo ragionamento, anche violenza, discriminazione, eccetera). Quindi donne, facciamo questo piccolo sacrificio, su. E poi dico non sia mai che si indaghi sul “bisogno maschile” che noi donne dobbiamo soddisfare: ma Nappi lo sa che questo argomento è vecchio come il cucco e serve a legittimare stupri e violenze da sempre? LORENZO: non mi importa tanto di sapere cosa Nappi sa – certo non s’è letta il libro di Serughetti, o non l’ha capito – ma sentire queste sue parole così simili a quelle che trionfano nei forum maschilisti mi basta. Nappi, semplicemente, non sa cosa sta dicendo e si appella ai luoghi comuni più maschilisti condendoli con qualche citazione. Purtroppo, pare che tanto basti a far passare una persona evidentemente impreparata per una valida blogger su MicroMega.]

***

D’altronde anche “Loretta” (la nostra mediatr* invisibile) afferma impunemente cose discutibili, tipo:

Viviamo oggi in una società che ha, almeno parzialmente, sdoganato la pornografia [EH? Appena vedrò trasmesso Gola profonda in prima serata su Rete4, allora ci crederò. Complimenti per il parzialmente, che non si sa che vuol dire]. Anni fa è esistito in America un movimento di femministe, con in testa Andrea Dworkin, che si scagliavano contro la pornografia. Oggi anche il movimento delle donne ha accettato il fenomeno [di grazia, QUALE movimento delle donne? Lo vogliamo capire una buona volta che il movimento delle donne non esiste? E quale fenomeno avrebbe accettato? Loretta chi sei? Palesati!!!]. […] Recentemente è nato in Italia un collettivo di donne che si chiama “Le ragazze del porno” […] che sta cercando attraverso un crowdfunding di finanziare un progetto di cortometraggi pornografici realizzati da loro stesse. [Manca poco che ci cada la mandibola: avevate capito che Torre stava girando cortometraggi pornografici, quindi nel primo articolo si stava facendo spudoratamente pubblicità per procacciarsi i dinè? Noi avevamo capito che stava facendo un documentario sulle ex pornostar pentite che erano tanto struggenti (quante volte ha usato questa parola? Almeno tre!). Poveri illusi. Ah, per completare la sua lucida disamina, Nappi aggiunge poco sotto che]
NAPPI: Ormai la cosiddetta industria del porno non fattura quasi nulla.
[Solo il porno online alza tremila dollari al secondo. Non è un segreto eh, sono stime commerciali come se ne fanno in ogni settore. Ma Nappi è una pornostar, come il collega Siffredi è dotata di competenza infusa e onniscienza divina.]

***

Non l’abbiamo trascurata eh, è che i commenti e le risposte di Latella sono tutte più o meno di questo tenore:

LATELLA: Il papa ha parlato di “avidità senza limiti” e mi pare evidente il legame tra questa ossessione per il possesso di beni e la mercificazione del corpo delle donne: è come se si fosse perso totalmente il senso della gerarchia delle cose importanti e dei valori, riconoscendone sostanzialmente uno solo. Il denaro, le cose. […] sono cresciuta nell’Italia in cui, fino agli anni Ottanta, la piccola come la grande borghesia aveva chiaro il senso delle regole. Se mio padre mi avesse mai visto parlare con un condannato per qualsiasi reato mi avrebbe preso a schiaffi per strada e rimandato a casa. [Ci pare superfluo ogni commento. Potremmo suggerire, per par condicio, a Latella Le ragazze di Benin City, tanto per chiarirle anche che intendere, come fa in un punto, la prostituzione come un servizio talvolta utile alla società perché aiuta ad allentare le tensioni sociali, è un concetto che si merita qualcosina in più delle sberle di papà.]

***

Il dialogo finisce comicamente con due post scriptum perché, per motivi che non vengono riportati dalla nostra Loretta, a un certo punto s’è interrotto. Ovviamente Latella scrive che forse la più disincantata è proprio la giornalista, tanto per ribadire che la pornostar è in fondo più bigotta di lei, mentre Nappi si fa forte dello scarto generazionale per chiedersi se le persone di cultura ragionano così, cosa ci possiamo aspettare dal genitore o dall’educatore medio? passando per rivoluzionaria voce delle giovani generazioni, stanche dell’atteggiamento di superiorità di certe vecchie parruccone.

Con chi sta MicroMega è facile dirlo: solo una delle due ha un suo blog nella testata, dove per esempio si può argomentare che fare i pompini è un’arte paragonabile a suonare il violino.

Complimenti a MicroMega. E al violino.

Sara Pollice & Lorenzo Gasparrini

Deconstructing MicroMega #1 – Siffredi, Torre, Ardovino

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Cominciamo a parlare del numero 5/2014 di MicroMega nello specifico, dedicandoci al primo dialogo di quelli proposti. Esiste un porno al femminile? è il titolo, e dialogano Rocco Siffredi e Roberta Torre, con Adriano Ardovino a fare da moderatore/curatore.
Le parti citate del dialogo le prendiamo dalla rivista ma voi potete gustarvi
qui quasi tutto il dialogo – notevole che MicroMega sia riportato da Dagospia, vero? E poi, notate anche come questo sito abbia percepito il messaggio di diversità che l’articolo vorrebbe introdurre rispetto al porno tradizionale, si vede chiaramente dalle foto. Evidentemente hanno qualcosa in comune. Chissà. Comunque le difficoltà di non presentare per intero il testo che commentiamo – per motivi di copyright e perché non è salutare stare troppo davanti al video – le superiamo presentandovi delle parti salienti, le cose più divertenti e interessanti. Immaginate di leggerle, come certi vecchi sketch d’avanspettacolo, intervallate da un battito di piatti e dalle risate del pubblico; tipograficamente, con i tre asterischi.

***

Comunque la si giudichi (sul piano estetico e morale), la pornografia occupa nella nostra società uno spazio ampio e storicamente inedito. Sarebbe impossibile, volendo descrivere il mondo odierno così com’è, non tener conto di quanto la rappresentazione esplicita della sessualità attraversi buona parte della nostra cultura, non solo quella cosiddetta «pop» o quella legata alle arti visive e al cinema. Dall’immaginario privato al corpo esibito, dalla fruizione di contenuti in rete alle nuove forme di «dipendenza» e ai legami con la politica, la pornografia è ormai strettamente intrecciata con la nostra quotidianità [ok, lo diamo come dato di fatto, e facciamo finta che tutti sappiamo perché – mentre invece ci vorrebbe almeno un numero di MicroMega a parte per ricostruire il tutto. Pazienza].

E se il pensiero femminista, soprattutto a partire dagli anni Sessanta, ha condotto battaglie cruciali (e purtroppo ancora attuali) contro la mercificazione e lo sfruttamento mediatico del corpo femminile, da qualche decennio a questa parte molte donne hanno formulato un approccio diverso al tema. Un approccio forse più «libertario», sicuramente meno persuaso che il problema sia soltanto la violenza maschile o il punto di vista «patriarcale» [le premesse di Ardovino esprimono il taglio politico di questo pezzo, perché di politica si tratta anche se gli attori chiamati ad esprimersi non esplicano un punto di vista definito. Sembrano stranamente i temi cari alla critica femminista all’industria pornografica. In questo caso avremmo l’impressione che si presenti quella critica come vecchia e superata, dalle stesse donne, senza però citare fonti e confutare posizioni].

Si inserisce qui, mi pare, il progetto intitolato Le ragazze del porno, al quale partecipano diverse registe italiane, la più nota delle quali è Roberta Torre. Ispirato alla cineasta indipendente Mia Engberg, che in Svezia ha usufruito di finanziamenti pubblici per realizzare alcuni cortometraggi sulla sessualità «vista e vissuta dalle donne», il progetto ne riprende il «manifesto». Vi si parla della «necessità», soprattutto in Italia (dove si «consuma» molta pornografia, quasi mai fatta da donne), di raccontare corpi e pratiche da un diverso punto di vista. Di liberare una diversa rappresentazione del desiderio e del piacere. Di dare visibilità a un immaginario che le donne stesse, talvolta, si troverebbero a marginalizzare o a negare. Come stanno realmente le cose? [Ardovino è un genio dell’ambiguità, perché questa diversità continuamente citata non si capisce bene da che tenda a distinguersi: dall’approccio maschile? Che non viene descritto, se non nel testo molto vagamente, oppure dall’approccio femminista (femminile, per carità) citato poc’anzi? Da tutte e due? In due casi su tre diremmo che secondo Ardovino la critica femminista al porno oltre che vecchia e superata è anche monolitica, oppressiva e censoria, niente male per un testo di approfondimento e di critica di “alta qualità”. Questo dubbio ci accompagnerà nella lettura. Forse lo saprà mettere in chiaro il noto esperto di pornografia femminile Siffredi, di cui Ardovino non ritiene necessario specificare il motivo della presenza nella sua presentazione – invece, per Torre, sì.]

***

SIFFREDI: Molte donne mi dicono ad esempio: «Entra nella mia testa, fa del mio corpo quello che vuoi» [Sarebbe stato carino capire quando e in che circostanza, ma forse è meglio non indagare].

TORRE: Questo è quello che ogni donna desidera [SARA: Lorenzo scusa, devo andare a comprare un prodotto di Siffredi perchè non posso sfuggire alla matematica, la quale si sa è una scienza e non un’opinione. LORENZO: Fai pure; posso accompagnarti io?].

SIFFREDI: È l’atteggiamento che adotto io [quale? Sapere in anticipo quello che ogni donna desidera? Fichissimo, siamo alla pornotelepatia. Attenzione, per chi lo avesse dimenticato: siamo sempre dentro un numero di MicroMega intitolato Il corpo della donna tra libertà e sfruttamento]. Ma lo faccio in maniera naturale, perché a me piace vederle godere, le donne [che carino, è tanto premuroso]. Per fortuna la natura mi ha aiutato, nel senso che per natura sono una persona alla quale di godere per se stessa non gliene frega niente [ha la vocazione del martire, lui], quindi nel mio lavoro mi trovo bene, sia nei confronti delle attrici con cui lavoro sia nei confronti dei fan. Ogni mio film è rivolto fin dal principio a tutte le migliaia o milioni di persone che lo vedranno. E io cerco una connessione con una donna per realizzare qualcosa di particolare, che possa piacere a tantissime altre donne [sarà il caso di dirglielo, visto che invece comprano e scaricano soprattutto uomini. Ah, che destino cinico e baro]. Questo è un po’ il «sistema» che seguo, anche se non sempre viene compreso [tranquillo, ci pensa MicroMega].

TORRE: Lo capisco benissimo. Al tempo stesso, dobbiamo sempre rispettare le differenze. Ci tengo a ribadire, di nuovo, che questa è comunque una mia visione e che non voglio, né posso, parlare a nome di tutte le donne [Cara Torre, potevi dirlo alla frase precedente. Comunque, Siffredi invece non ha problemi a farlo, lui parla per tutte le donne perché le ha conosciute tutte. E niente battute, siamo su MicroMega]. Probabilmente, infatti, molte donne non la pensano come me.

SIFFREDI: Il novantotto per cento ti assicuro di sì… [lui non spara cifre a caso eh, dispone di un campione molto grande e ben selezionato secondo i migliori criteri delle scienze statistiche]

TORRE: In qualche modo, quello che tu «senti» [lei ci prova a insinuare che non può “saperlo” ma che al massimo lo “sente”, e ci vorrebbe un moderatore a farlo notare. Ardovino, dove sei?] conferma qualcosa che anche molte donne avvertono, me compresa. E in fondo è questo che mi spinge a raccontare e a rappresentare. L’ipocrisia non giova mai a nessuno [invece far straparlare Siffredi su MicroMega, sì?].

***

SIFFREDI: A volte ti trovi veramente davanti a dei pezzi di carne [del destino dei quali né Siffredi né MIcroMega sembrano volersi occupare]. Dal lato opposto, poi, vedi giovani donne che non sanno neanche come iniziare un approccio [scusa, lato opposto a quale?]. Il mio sesso vuol essere invece un sesso particolare, un viaggio con una donna per portarla su altri piani, per cercare di entrarle veramente nel cervello, in maniera profonda, per poi poter giocare insieme [com’era l’approccio femminile al porno? Ah, sì voleva esprimere un diverso punto di vista, liberare una diversa rappresentazione del desiderio e dare visibilità ad un immaginario che le donne stesse si troverebbero a marginalizzare o a negare. A me sembra che oltre al corpo qua si voglia dire che nel porno è possibile entrare e manipolare anche la mente di una donna, il che mi sembra sia da denunciare e non da celebrare – ah già, questo è quello che ogni donna desidera, ha detto Torre].

Quando agli attori viene mostrato un video e viene detto loro: «You have to do it like Rocco, Rocco style» (cosa che capita spesso e che vivo con «imbarazzo»), quando li vedi cominciare a sputarsi o a dare schiaffi ripetendo meccanicamente dei gesti che tu fai soltanto al momento giusto, con una persona che se l’aspetta, che vuole esattamente quella cosa in quel determinato momento, allora non è altro che una replica completamente meccanica [va bene, ma una replica DI COSA? Si tratta di due attori, no? Ma lo leggiamo solo noi che il caro Siffredi fa finta di non dover esplicitare che è in ballo un rapporto di potere giocato tra realtà e rappresentazione, sempre a scapito di uno solo dei protagonisti?].

E questo significa oltrepassare il limite, che è il contrario di quello che cerco di fare io, ossia essere sempre «al limite», senza mai oltrepassarlo [il limite DI COSA, dillo!]. Un limite al di là del quale si generano solo violenza gratuita ed esibizione (finta) di virilità (presunta).Quando vedo questi ragazzi che mi imitano in modo esteriore, mi rendo conto di quanto sia lontana la mente maschile dal comprendere le donne [ah.Tu vedi i ragazzi imitarti penosamente e pensi che non siano capaci di comprendere le donne. Il dio Siffredi non lo si mette in discussione, mai. Infatti Ardovino – che mi risulta essere filosofo schietto – avrebbe dovuto interromperlo già dieci volte almeno, per chiedergli di essere un poco più preciso e rispettoso delle parole, dato che tra realtà, finzione e rappresentazione Siffredi sta facendo un casino a suo comodo. Invece, niente].

E anche di quanto sia complicato cercare di «connettersi» sul piano mentale. Non si insegna in poco tempo, a certi ragazzi [ah, lo si insegna? E dove? E come?]. Soprattutto, gli uomini che non sono predisposti (e ti assicuro che sono tanti) non lo potranno mai capire [PREDISPOSTI? Esiste il gene della comprensione delle donne? ARDOVINOOO!]. Con questa finta erezione (forzata, chimica), oggi si sentono tutti leoni, e finiscono per utilizzare l’«attrezzo» molto male. Il che significa allontanarsi ancora di più [capito il problema? Bisogna saper usare bene l’«attrezzo» per entrare nella testa delle donne, dato che questo è quello che ogni donna desidera. Su MicroMega].

***

TORRE: … Il discorso è molto ampio e non riguarda solo le singole coppie. Quando c’è un problema, nel rapporto tra uomo e donna, indubbiamente viene vissuto dentro e fuori dalla stanza da letto [e fin qui non ci piove]. E mi pare che oggi non ci sia alcuna facilità di rapporti tra i due generi [un po’ vago ma può ancora andare]. Di certo le donne non hanno ancora ottenuto quello che volevano ottenere attraverso le battaglie femministe e spesso hanno perso fette d’identità molto cospicue [che cosa sono le fette d’identità? Che vuol dire?]. L’uomo, d’altro canto, si trova assolutamente spiazzato [embè, già c’ha i suoi limiti, te poi gli parli di fette d’identità… e comunque spiazzato in che senso?]. E di rimando lo è anche la donna [LORENZO: come sarebbe di rimando? Di rimando a cosa, e perché? Vabbè che è un dialogo, ma cerchiamo di renderci comprensibili! SARA: Come, Lorenzo! Ma allora non mi stai sul pezzo, è da prima che si parla di matematica: l’uomo è spiazzato? Di conseguenza lo è anche la donna, del resto le femministe hanno perso, ci rimane solo la matematica!]. E’ indubbio che tutto questo non possa non tradursi in una incomprensione [e te credo, spari parole a vanvera] anche fisica, sessuale. Sono sempre più convinta che alla fine il corpo è l’unica cosa che non mente [forse non mente – ammesso di capire cosa vuol dire che un corpo mente – ma certo è confuso, l’hai detto tu, è nella incomprensione. Non ne parliamo più?]. Me ne convinco lavorando con gli attori, lavorando in teatro, osservando le reazioni fisiche degli esseri umani [VA BENE, ti convinci che non mente, ma rimane il fatto dell’incomprensione, che non è un mentire. Allora?]. Senza voler fare voli pindarici, direi che oggi più che mai la sessualità e la sua rappresentazione possono essere un nodo importante, artisticamente vitale e rilevante, di raccontare quello che sta succedendo tra uomo e donna [ma succede da quando l’uomo fa i graffiti sulle grotte! E che ci voleva Torre per dirlo? E’ questa la misura del suo contributo al dialogo? Confermare a Siffredi che lui è il dio delle donne e dire ovvietà?].

TORRE: Oggi, a trent’anni di distanza [da Cicciolina e dal Partito dell’Amore, ndr], la posta in gioco è provare a parlare del sesso «insieme» alla politica [eh? E che vuol dire?], contrastando in ogni modo il punto di vista solo negativo e a tratti infamante con cui ancora se ne parla [di quale dei due? Vabbè, tanto…], tentando cioè di «far parlare» diversamente il sesso anche in termini di cultura e di rappresentazione audiovisiva [e io che pensavo che sarebbe dovuta essere la cultura e la rappresentazione a dover cambiare per parlare decentemente del sesso. Invece, guarda un po’, è il sesso che va fatto parlare diversamente. Ma non aveva detto poco prima che il corpo è l’unica cosa che non mente?].
SIFFREDI: Credo anch’io che dovrebbe essere così [come ha fatto Siffredi a capire cos’ha detto Torre? Ah, già, lui è “predisposto” di natura].

***

SIFFREDI: Non dimentichiamo comunque che si sta parlando di pornografia [ti giuro, Rocco, che l’avevo capito: non mi sembra certo di star leggendo MicroMega]. In una coppia «normale» [ci sono anche altri modelli, evidentemente], l’uomo non vuole una moglie «troia», perché anzi la desidera «a comando» [io so di molti milioni che vogliono una troia a comando, di che tipo sono?]. Se invece si accorge di avere una donna molto «performante» dal punto di vista sessuale, non la vuole più [il fatto che ne stia parlando come di un bene acquistato difettoso non smuove il nostro “predisposto” di un millimetro, né smuove il filosofo che assiste al dialogo]. La pornostar diventa una sorta di Anticristo per l’uomo normale, che la sogna, la desidera in quell’attimo, ma poi la vuole distruggere. Io invece sono uno [lui, il predisposto] che ama la donna con tutto l’«involucro», cioè per intero, con tutto il suo corpo [ma involucro di che? ARDOVINOOO dove sei? Manco l’Anticristo ti fa intervenire?]. Vedo tanti pornostar che laddove si sporcano a causa dei rapporti anali o con le mestruazioni, odiano le donne. Non si può dimenticare che il corpo della donna si porta dietro anche questi fardelli, che sono legati alla natura [sai che novità! La donna è corpo e natura da almeno tre millenni, quelli dominati dal patriarcato che la vuole inferiore all’uomo proprio perché le manca la razionalità! Veronesi poi lo ribadisce nel suo articolo centrale, come vedremo: la vedono nello stesso modo, ecco perché si scambiano i convegni!].

TORRE: È perfettamente vero, ed è un altro aspetto che distingue il maschile dal femminile [notate la delicatezza di Torre, un altro – gli altri, chissà, si sono persi con le fette d’identità.].

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ARDOVINO: Un’ultima domanda. C’è posto, nella pornografia, per il pudore e la vergogna? [Assist finale di Ardovino. Pronti?]

SIFFREDI: L’ultimo ricordo che ho risale a trent’anni fa, dopo i primi sei mesi di porno, quando ho visto per la prima volta il mio sedere e i miei testicoli da dietro. Lì ho provata tanta, tanta vergogna. Ma dopo quell’immagine lì, mi sono abituato e la vergogna, per me, non è più nudità da almeno trent’anni [adesso qualcuno dovrebbe dire qualcosa sull’alienazione e l’uso dei media, ma ci vorrebbe un filosofo, mannaggia]. So che sembra scontato, che lo si ripete troppo spesso, però la vergogna la provo quando vedo i ragazzini che annegano o muoiono di fame [sì, è scontato]. Il pudore, invece, lo sento come qualcosa di molto più intimo. Non è sicuramente legato a un’immagine, altrimenti non farei quello che faccio. Direi che il pudore sono i sentimenti, sono il cuore. Tutto quello che ad esempio sento per mia moglie, Rosa, grazie alla quale sono riuscito a mantenere il mio equilibrio [e su, diciamolo anche su MicroMega: dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna. Cosa ridete? Vi vedo, eh!]. Una donna che ti capisce e che ti sorride e che ti lascia libero. Che ti fa andare a lavorare, appunto, con un bellissimo sorriso. E quando torni a casa, sai comunque che puoi contare su di lei [il declino conservatore di Siffredi è deprimente. Infatti prima parla male dei porno attori che si lamentano dei fluidi corporei di una donna sul set, poi all’ultimo si scopre marito soddisfatto di una donna che mentre lui fa il porno divo l’attende a casa, lo capisce e lo comprende. Che bel quadretto familiare. Visto? Il predisposto, il dio delle donne, alla fine è uno come tutti gli altri. Però non è «normale»: Rosa, sicuramente, non è né «troia», «a comando», vero?].

TORRE: Ancora una volta, credo che tutto sia relativo a una forma di consapevolezza. La vergogna, il sentimento di sentirsi ridotti a oggetto, non passa per il corpo [SCUSA? ], e di sicuro non è legata in modo necessario al tipo di situazioni che abbiamo descritto. Sono di nuovo d’accordo con Rocco: la vergogna mi pare qualcosa di legato a una mancanza di consapevolezza. Riguarda molti aspetti, ma di certo non può riguardare una condizione di nudità e men che meno il sesso [Torre, che dice, lo chiediamo a chi ha subito uno stupro?]. «Pudore», invece, mi pare una delle parole più dimenticate della nostra società. Nell’Italia di oggi non esiste alcun pudore. L’idea di non legarlo a un corpo nudo mi pare però necessaria e a tratti indispensabile [non lo è già di suo, basta il vocabolario]. Soprattutto, credo che entrambi i termini, vergogna e pudore, non si possano più associare, in nessun modo, alla sessualità e al corpo nudo, ai suoi gesti e ai suoi movimenti, anche a prescindere dal porno. Forse, in qualche modo, la vergogna resta legata alla violenza. Ci si può vergognare per una violenza, questo sì. Ma non per un corpo. Non per un atto sessuale [di nuovo, la invito a parlarne con chi ha avuto, o si occupa, di esperienze di violenza sessuale. Potrebbe esserle d’aiuto. Ma dopotutto, perché mai se ne dovrebbe accennare in un numero di MicroMega intitolato Il corpo della donna tra libertà e sfruttamento, in un dialogo sulla pornografia?].

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Insomma: “Le ragazze del porno” è un lavoro sulla sessualità e sul desiderio delle donne che hanno fatto porno e che ora se ne sono distaccate. Mentre Ardovino e Siffredi tentano di tenere il discorso sul porno, Torre insiste sulla sessualità e sul desiderio, al massimo sull’erotismo. Inoltre i suoi discorsi tendono sistematicamente a fare da sponda a quelli di Siffredi che essendo più “interno” all’argomento, risulta essere molto più competente di lei. Sarà un caso ma in questo articolo quella fuori posto e sprovvista di una sua legittimità sembra proprio Torre, l’unica donna. Ma non si voleva valorizzare qui il punto di vista femminile sul porno? Infatti Siffredi appare come l’esperto, colui che ha l’ultima parola per confermare quello che viene detto. Nei confronti di Torre e di tutte le donne ha un atteggiamento paternalistico, lui sa cosa è bene per le donne, lui sa cosa vogliono, il suo porno è assolutamente confacente ai desideri delle donne. Grazie alla moglie Rosa.

Questo è MicroMega 5/2014. E siamo all’inizio, eh.

Sara Pollice & Lorenzo Gasparrini

Dell’utilità di certi commenti banali

piratesII

 

Questo è un commento ricevuto per il primo articolo sul numero 5/2014 di MicroMega.

pornografia è quella forma di fiction incentrata su atti sessuali non simulati e in cui la non simulazione cioè la verità di quello che accade è continuamente mostrata e dimostrata dalle inquadrature pertanto le scene erotiche di film e telefilm “normali” e dei film d’autore dei citati Pasolini e Oshima non sono porno perchè c’è simulazione e in ogni caso non vi è la prova visiva dell’avvenuto rapporto sessuale

Ne parliamo non tanto per l’autore – noto personaggio ossessivamente presente su qualunque spazio virtuale si occupi di questioni di genere, tranne quelli che lo respingono per manifesta inutilità, come questo – quanto perché per una volta, invece di esprimersi con futili tautologie, ha espresso un medio pensiero che rappresenta il sentire comune sulla pornografia.

Cioè ha detto una solenne stupidaggine. Ben mascherata da luogo comune eh, ma ‘na stupidaggine.

Non è certo richiedibile a tutti di essere pienamente informati sul dibattito attuale riguardo la pornografia, ma è facile supporre che un blog che si presenta come «pornotransanimalfemminist*» lo sia. Se ci vieni a sentenziare armato solo della tua conoscenza da accanito spettatore di serial, degli esami al DAMS e delle definizioni da vocabolario, è facile che tu sia ignorato come poràccio insipiente – oppure che, come in questo caso, tu sia utile agli altri per chiarire qualcosa.

Ciò che le donne trovano riprovevole nella pornografia, hanno imparato ad accettarlo nei prodotti di ‘alta’ cultura e nella letteratura. Ciò che l’analisi femminista identifica come la struttura pornografica della rappresentazione – non la presenza di una qualità variabile di ‘sesso’, ma la sistematica oggettivazione della donna nell’interesse dell’esclusiva soggettivazione dell’uomo – è un luogo comune dell’arte e della letteratura come della pornografia commerciale.

Questa breve citazione – da Susanne Kappeler, The Pornography of Representation, Oxford, Polity Press 1986, p. 103, traduzione mia – di un testo di quasi trent’anni fa dovrebbe far capire che definire ancora la pornografia sostanzialmente come quei film o riviste o immagini «dove la gente scopa davvero» è un pochino infantile e riduttivo – se non è in malafede. Ho scelto il primo passo che m’è venuto in mente, ma la bibliografia disponibile è sterminata.

Il problema non è ciò che viene rappresentato e il suo opinabile valore morale. Il problema è la struttura politica, sociale ed economica che produce, veicola, diffonde e rappresenta quel tipo di rapporto di potere tra uomini e donne: i primi sempre soggetti, le seconde sempre oggetti. Ed è intendere il problema in questo modo che permette di farlo uscire dai pruriginosi e inutili confini della morale – legata a ciò che si vede, alla verità di ciò che si vede, a ciò che è accettato come osceno da un certo gruppo sociale – per studiarlo come fenomeno legato ad altri aspetti della società, come le questioni di genere, i femminismi, il patriarcato, i problemi di una industria da 13 miliardi di dollari l’anno (nel 2007) immersa nell’illegalità contrattuale e sindacale, la contaminazione di questa forma di rappresentazione verso la pubblicità, la moda, gli altri generi cinematografici e letterari, e così via.

Se c’è gente che se ne occupa in questo modo da almeno quarant’anni – libri, ricerche, convegni, discussioni in pubblico, analisi, testimonianze – forse è il caso di abbandonare simpatiche, divertenti e politicamente innocue definizioni come «atti sessuali non simulati» e impegnarsi a studiare, capire e parlare più propriamente.

O fare altro, eh, rimanendo amici come prima. Non è un obbligo documentarsi, ed è vero per MicroMega come per chiunque. Però, se ti fai dare degli euro per qualcosa che hai scritto, o se vieni a commentare pensando di poter insegnare qualcosa, allora sì: sarebbe meglio farlo.

Deconstructing MicroMega #0

rembrandt-self-1-copertina1630-890x395Questa che segue è la presentazione del numero 5 2014 di MicroMega, dedicato a Il corpo della donna tra libertà e sfruttamento. E’ passato un po’ di tempo, è vero, ma dovevamo pur leggerlo: e noi non siamo grandi intellettuali o lettori raffinati come in media ha MicroMega, quindi c’abbiamo messo parecchio a leggere e a renderci conto di cosa avevamo letto. Nei prossimi giorni faremo seguire degli appunti su ciascun articolo, ma è il caso di fermarsi anche su questa presentazione, tanto per dire qualcosa su quello che c’è in questo numero. E, soprattutto, su quello che non c’è.

Da giovedì 24 luglio in edicola e su iPad il nuovo numero di MicroMega, un monografico dedicato al “corpo della donna tra libertà e sfruttamento”. Ad aprire due dialoghi: nel primo uno dei più famosi attori porno italiani, Rocco Siffredi, e la regista Roberta Torre discutono della possibilità di un porno “al femminile” [ma avvertiamo solo noi, oltre l’impreparazione culturale dei due interlocutori, un loro vago “conflitto d’interessi”?]; nel secondo, la pornostar Valentina Nappi e la giornalista Maria Latella affrontano temi come la prostituzione, la mercificazione del corpo femminile, il rapporto tra giovani e sesso [anche in questo caso ci sfugge la correlazione tra interlocutori e argomenti: non era disponibile qualcuno delle associazioni che si occupano di prostituzione, di tratta? Qualche sociologo o studioso di questioni di genere? Un formatore, un educatore esperto di questioni sessuali? No perché, con lo stesso criterio, appena MicroMega si decide per un numero sulla fisica quantistica, noi ci candidiamo].

Un’intera sezione è dedicata alla pornografia [oh quale audacia: i signori perdono il monocolo, le signore svengono. Presto, i sali!]. La rappresentazione esplicita dell’atto sessuale continua a essere un tabù. Su queste ambiguità – e su queste ipocrisie – [quali? Ne è stata nominata a stento una] ha giocato Lars von Trier con il suo Nymphomaniac, che rappresenta l’ultimo tassello di un rapporto complicato e ambivalente del cinema con la rappresentazione del sesso, come riportato da Fabrizio Tassi. Un rapporto ambivalente perché spesso fondato su una netta separazione tra il sesso in film ‘normali’, se non addirittura d’autore, che si possono permettere solo di alludere e ammiccare [se non ricordo male – due esempi vecchi eh, tanto per dire – nè Pasolini nè Oshima ammiccavano affatto: sono registi di porno commerciale? Forse il problema è un altro, non quello che si vede e quello che no], e i film porno veri e propri, un genere a sé, la cui storia – raccontata da Pietro Adamo – è andata di pari passo con i cambiamenti tecnologici, dalle riviste a internet, passando per cinema e videocassette. Un fenomeno molto controverso, su cui intellettuali, filosofi e, soprattutto, femministe [toh, finalmente, eccole], si sono sempre divisi: il porno è uno strumento di oppressione delle donne, o un elemento di contestazione della moralità conservatrice e quindi di potenziale liberazione per le donne stesse? [Solo due ipotesi possibili? Tutto qui, MicroMega? Mentre del porno “al femminile” abbiamo fatto parlare Siffredi. Complimenti] Matthieu Lahure ricostruisce i termini della controversia.

In un iceberg su “corpo e tabù” Gloria Origgi ci ricorda che la nostra intera vita si può leggere sul proprio corpo. Un corpo che, per le donne soprattutto, ha spesso rappresentato una condanna ai ruoli stereotipati di madre o prostituta [meno male che ce lo ricorda lei, oggi non se ne parla più, vero?]. Ma persino quello che sembra l’istinto più naturale per una donna – quello materno – naturale non è affatto, come sostiene nel suo contributo Élisabeth Badinter [si sono sbagliati, il pezzo di Badinter sembra l’unico appropriato di tutto il numero. Gli è sfuggito, è evidente]. Mentre Giulia Sissa traccia la parabola dei movimenti femminili, che oggi rivendicano con orgoglio il corpo erotico come strumento di lotta [ma quindi tutti i movimenti, o solo questi ultimi?]. Eppure i tabù sono duri a morire [aridàje: quali tabù?], come dimostrano le straordinariamente variegate politiche di gestione della prostituzione descritte da Giulia Garofalo Geymonat [che lavora in Svezia: vogliamo parlare del tabù degli studi di genere in Italia? Dite che c’entra qualcosa? Ma no] e l’ostilità verso la figura dell’assistente sessuale per i disabili, tratteggiata da Alessandro Capriccioli [un giornalista, non un operatore del settore. Ma il tabù è chiamare le persone competenti?]. A chiudere la sezione un inedito dell’illustre oncologo Umberto Veronesi dal titolo “Il corpo delle donne dalla mortificazione all’emancipazione” [tema caro a ogni illustre oncologo, come certamente sapete; però, considerando che Siffredi lo sinvita a convegni medici e dice la sua sul cancro alla prostata, tutto quadra perfettamente].

Ma è compatibile la religione con l’emancipazione delle donne? [«Estiqaatsi», direbbe un grande capo indiano, ma qui siamo su MicroMega, quindi ci occupiamo di tutto il risibile con grande qualità] Carlo Augusto Viano delinea la storia del posto che le donne hanno occupato nella religione cristiana, dalle origini fino a papa Bergoglio: una presenza costante, ma sempre un gradino sotto all’uomo e non pare proprio che su questo fronte Francesco stia portando novità rilevanti [eh, meno male che ce lo dice MicroMega]. Il sacrificio del figlio e il ripudio della donna sono, secondo il giudizio di Rachid Boutayeb, due elementi essenziali di tutte le religioni monoteistiche, e dell’islam in particolare [altra novità sconcertante. Io me n’ero accorto perché le religioni monoteistiche con a capo una divinità femminile sono pochine, ma che volete che ne sappia io, mica scrivo su MicroMega].

Infine un saggio di Siri Hustvedt analizza l’idea di femminilità che pervade le tele di Picasso, Beckmann e de Kooning [prima di invocare ancora Estiqaatsi, una domanda: artiste di cui parlare non ce n’erano, vero?].

Quello che manca è una lunga lista di argomenti dal nostro punto di vista importantissimi quando si tratta del corpo delle donne. Dagli ambiti che concernono l’autodeterminazione come il diritto di scegliere la maternità o di rifiutarla, oppure al diritto alla vita che viene messo in pericolo dalla violenza domestica maschile e da quello che è a volte (troppe) l’esito di questa violenza, il femminicidio. Oppure ancora si potrebbe parlare di quello che attualmente è il dibattito sull’importanza di un’educazione a sentire il corpo, fin da piccoli, con il tocco materno, su quanto questo condizioni il nostro essere propensi alla dominanza o alla partnership. Per non parlare delle discriminazioni che il corpo delle donne subisce in quanto appartenente alle donne, fin dalle scuole materne con giochi, libri e atteggiamenti dei “grandi” tesi a far sedimentare stereotipi di genere fin dalla tenera età. Fino al terribile tema che vede il corpo di 60 milioni di bambine nel mondo essere oggetto di pedofilia da parte di “mariti” promessi che fanno buoni affari, a scapito spesso della vita di queste piccole, anche dopo la prima notte di nozze. E sono i primi esempi che ci vengono in mente.

Si potrebbe obiettare che queste discriminazioni, queste limitazioni, queste violenze e queste uccisioni coinvolgono anche il corpo maschile. A parte che non tutte queste ingiustizie sociali sono vissute dai corpi dei maschi, infinite storie e finanche infinite (ahinoi sempre poche) statistiche ci parlano di quello che invece viene agito dai corpi maschili nella stragrande maggioranza dei casi, e che solo per una minoranza di uomini possono definirsi delle circostanze in cui quelle vengono subite.

Si potrebbe anche obiettare che questi argomenti sono assenti, seppure importanti, ma che molti altri vengono invece sviscerati dalle molte testimonianze presenti nel testo. Però a questo proposito invece c’è una povertà da registrare già in partenza e dichiarata apertamente nel sommario: «un’intera sezione è dedicata alla pornografia». Contando anche le pagine iniziali in cui si interroga Siffredi e Nappi su sesso, pornografia e quant’altro, le pagine dedicate al porno – e dedicate in quel modo, di cui parleremo – sono 84 su 200. Troviamo che questo sia di un’aridità sconcertante. Anche perchè sono seguite a ruota da [numero] pagine sul sesso e [numero] pagine sulla prostituzione. Poi segue la religione, un articolo affidato a Umberto Veronesi di argomento indefinibile, e l’arte.

Non ho citato l’articolo di Giulia Sissa: è l’unico articolo che si interroga sui movimenti (udite udite!) “femminili” sul corpo della donna, ma anche qua, come vedremo, solo riguardo alle “pruderie” delle donne e non sulle conquiste importantissime che il movimento femminista in Italia e nel mondo ha compiuto.

Insomma: MicroMega fa un numero su Il corpo delle donne tra libertà e sfruttamento e le femministe, i diversi femminismi, non ci sono. Non ci sono negli argomenti, non ci sono tra i nomi degli autori. Femministe? Mai esistite. Ah, no, veramente no, saremmo ingiusti. Se ne parla sì, a proposito delle diverse prese di posizione sul porno. Complimenti a MicroMega per la considerazione e il respiro culturale dato a questo suo numero.
Stay tuned – ne parleremo ancora.

Sara Pollice & Lorenzo Gasparrini

Deconstructing Domani è un altro porno

 

Annie_Sprinkle_Neo_Sacred_ProstituteNon voglio deludere le/gli aficionad*s dei deconstructing di Lorenzo Gasparrini, di cui non mi illudo di raggiungere il livello… ma nei giorni scorsi ho letto un post sul blog di Femminile Plurale (nomen omen?) al quale non potevo rispondere che così. Buona lettura!

Domani è un altro porno

Ovvero: la dolce illusione borghese di porsi fuori della norma [Borghese? Da dove nasce questa presupposizione di appartenenza, e ancor di più, il senso dispregiativo con cui è utilizzata?] 

Questo post nasce come risposta ad una mail in cui ci veniva presentato il libro Pornoterrorismo di Diana Pornoterrorista.

Ogni iniziativa che si propone di rendere “la sessualità e il corpo come territori da decolonizzare dalla repressione patriarcale, ecclesiastica e capitalistica” suscita in noi interesse [Ottimi propositi, ma riusciranno ad essere messi in pratica? Stiamo a vedere].

Tuttavia le nostre perplessità sorgono nel momento in cui dalla problematizzazione iniziale, dalla posizione di alcune questioni che anche noi riteniamo urgenti, si passa poi al piano delle possibili soluzioni. [Soluzioni? Non mi pare Diana parli di soluzioni, al massimo  fa delle proposte. Liber* di condividerle o meno… le “soluzioni” appartengono ad un altro filone di pensiero, quello che definirei vagamente autoritario]. Lo scritto di Diana Pornoterrorista si inscrive all’interno di quel filone che si autodefinisce come femminismo pro-sex [Esatto, si autodefinisce, a pieno titolo perché non esiste, allo stato dell’arte, un patentino femminista… o sì?]. Di esso noi mettiamo in discussione non solo il presupposto fondante ma anche le conseguenze [Liberissime di non riconoscervi in questa proposta, ma forse un po’ meno di bocciarla come se si trattasse del Male incarnato. Pare che esistano molteplici femminismi…pare, perché esistono soggett* che invece non sono così possibilist* in merito a ciò che può definirsi femminismo e cosa no…ma andiamo avanti].

Il femminismo pro-sex si fonda sulla nozione superficiale [Per chi? E’ la commissione della genuinità del femminismo che ne ha decretato la fallacia?] e postmoderna secondo cui l’ uso consapevole del proprio corpo come merce/prodotto/oggetto di scambio sia espressione di libertà [Grazie per il tentativo di sintesi, fallito. Il femminismo pro-sex ha una visione un po’ più complessa di così – forse la complessità sfugge a chi guarda le cose solo dall’esterno senza mai cercare un incontro con chi è protagonista del movimento o semplicemente la pensa diversamente da sé.  Dunque, tra le altre cose, il femminismo pro-sex problematizza il tabù riservato all’uso consapevole della propria sessualità, anche – e non SOLO – come oggetto di scambio economico; e questo considerato il fatto evidente a chiunque, che tutte le altre nostre parti corporee, e anzi potremmo spingerci a dire tutte le nostre esistenze, divengono, nel sistema capitalistico, possibili merci di scambio; e che, date le condizioni attuali d’esistenza, per alcune persone l’utilizzo della propria sessualità come mezzo di sussistenza fa parte di una scelta autodeterminata e consapevole – il fatto che non sia sempre così non cancella la realtà di quest’affermazione]. In questo prospettiva per una donna è possibile accettare consapevolmente e volontariamente la prostituzione [Accettare? Scegliere!]. In egual modo il porno, come vendita di immagini a sfondo sessuale, appare come strumento che minerebbe le logiche del mercato e del capitale [Il postporno mette al centro lo sguardo e i desideri delle donne e delle soggettività non conformi:  questo è sicuramente rivoluzionario, e per il momento non entra in logiche di mercato mainstream – avete sentito vero del crowdfunding messo in piedi per il tour…non esattamente un prodotto appetibile dal vorace mercato capitalista, a quanto pare! Non si capisce inoltre perché l’unico campo di lotta anticapitalista da cui bisogna continuamente partire debba essere quello del lavoro sessuale – di fatto impedendo ad alcun* soggett*, a partire da un sentire personale nei confronti di certi aspetti della propria corporeità che non è universalmente percepito in maniera problematica, di autodeterminare la propria scelta in merito a quale parte del proprio corpo mettere a servizio di un sistema, al quale siamo asservit* tutt*, per sopravvivere. Il sistema va certamente messo in crisi, ma l’abolizionismo vede il mostro capitalista solo quando vuole impedire il lavoro sessuale, non certo nella comune, e per ora necessaria pratica, di vendere le proprie prestazioni ad altr*. Quando, anche grazie al vostro impegno profuso a piene mani, le persone avranno un reddito di esistenza che le svincoli dalla necessità di lavorare per vivere, allora sì che tutto il sistema di sfruttamento sarà rimesso in discussione; fino ad allora ad ognun* deve essere possibile fare scelte consapevoli per sé stess*, senza scelte calate dall’alto]. L’autosfruttamento sembrerebbe essere sintomo di autonomia, segno inequivocabile di libertà [L’autosfruttamento è tale per tutt* coloro che devono lavorare per vivere, e non solo per chi lavora in campo sessuale. E le badanti? E le cameriere? E i netturbini? E i contadini? E i minatori? E chi lavora in catena di montaggio? Ah, ma il loro sfruttamento si può sopportare! E in ogni caso, anche l’impiegato ‘sceglie’ obbligatoriamente di farsi sfruttare per sopravvivere, oppure muore di fame!]. All’essere sfruttati dagli altri si oppone lo sfruttarsi da sé, ponendo questa come azione anti-capitalista [Essere consapevoli di essere, volenti o nolenti, inserit* in un sistema di sfruttamento, e poter solo scegliere come e non sé essere sfruttat* a me pare di una lucidità disarmante, altro che autosfruttamento!]. Tale posizione è, al contrario, profondamente capitalista, diremmo il suo compimento finale [“Direste così” perché avete dei tabù nei confronti della sessualità; se non li aveste, o li metteste in discussione, vedreste il lavoro sessuale per quello che è: un lavoro come tanti, e tutti i lavori odierni sono inseriti in un sistema capitalista. Non si vede il motivo per il quale il lavoro sessuale sarebbe un ‘compimento finale’ rispetto a quelli citati precedentemente, che logorano e uccidono migliaia di persone ogni anno]. Essa è alla base della società consumistica in cui viviamo e del sistema economico in cui ci troviamo dove, grazie alla possibilità di disporre del proprio corpo come meglio si desidera, alcuni esseri umani in posizione di evidente svantaggio economico, di genere, sociale, etnico e geografico divengono merci ad uso e consumo di altri [Non è alla base, ma si inserisce in un sistema: o lo si mette tutto in discussione, o si evita di fare moralismi inutili]. Eterosfruttamento ed autosfruttamento appartengono allo stesso paradigma capitalistico. Per superarlo bisogna perciò guardare altrove [Sicuramente, ma in ogni direzione, non con l’ossessione monotematica di alcun* abolizionist*].

Abbiamo letto e discusso con attenzione tra di noi l’intervista a Diana Pornoterrorista e rileviamo uno slittamento tra lo scopo assolutamente legittimo di liberare i corpi dall’oppressione patriarcale, ecclesiastica e capitalista e le pratiche messe in atto per raggiungerlo. Rileviamo cioè un’evidente contraddizione tra ciò che si vuole ottenere e il metodo per ottenerlo, il quale, ci pare evidente,  genera risultati contrari a quelli desiderati [Leggere un’intervista ‘tra di voi’ non significa confrontarsi con chi si va a criticare, conoscerne in toto il pensiero, il modus operandi, la politica. Per fare questo bisogna affrontare ciò che non si conosce o non si comprende, più e più volte, scontrarsi casomai, ma in un’ottica dialogica, non monologante, altrimenti non esiste contraddittorio e perciò nemmeno crescita].

Come ogni paradigma anche quello eteronormativo si costruisce su alcune polarità che ne fissano i concetti e il senso. Muoversi all’interno di esse, non vuol dire non superarle ma, al contrario, affermarle [Dire che Diana si muove in un paradigma eteronormativo vuol dire avere una grande confusione in testa di lei, della sua politica e del suo lavoro… ovvero parlare senza conoscere, cosa che andrebbe evitata].

Tra queste polarità una centralità essenziale è quella tra il corpo e la mente/anima. Affermare la priorità dell’anima/mente è stare dentro al paradigma. Così come affermare, come fanno le pornoterroriste, l’assoluta centralità del corpo [Diana sicuramente non ha paura di usare il corpo  – anche a fini politici – ma nel contempo declama poesie e legge testi! Direi che c’è ampio spazio sia per la mente che per il corpo!]. E’ starci dentro, semplicemente rovesciandolo [Non è semplice per niente, e decostruire/riappropriarsi non è rovesciare]. Non si esce così dal paradigma, non lo si supera [Invece con la dicotomia donne perbene/donne permale lo si supera?]. Allo stesso modo, affermare la necessità della «riappropriazione del fallo», non mette in discussione l’assoluta centralità che esso riveste come simbolo fondante della cultura patriarcale [Quando si parla di fissazione fallica… a parte che un fallo finto, separato dal corpo, un fallo che diventa strumento, un fallo che esiste senza un uomo, un fallo che può essere… un vegetale, ne depotenzia l’immagine dominante, la ridicolizza, la neutralizza. In ogni caso è solo una parte di un discorso, non la sua totalità]. Non è cioè rifiutare la cultura patriarcale ma riaffermarla, perché il significato del simbolo è talmente forte e consolidato culturalmente che quello che passa in questa operazione non è il nuovo significato sovversivo, ma il simbolo in quanto tale (Questo discorso vale anche per altre parole — “puttana”, “cagna” — il cui significato e in cui la dimensione del simbolo sono così forti che una riappropriazione, lungi dall’ottenere l’effetto sovversivo sperato, rinforza il significato negativo e patriarcale di partenza. L’operazione di riappropriazione e rovesciamento non è evidente e non è efficace). [Questo continuerà a succedere fino a quando ci saranno tante donne aggrappate al loro status di donna perbene. L’uso che fanno della parola ‘puttana’ le sex worker lasciamolo decidere a loro che non sono minus habens – anche se alcun* soggett* parlano costantemente ‘su’ di loro, senza mai parlare ‘con’ loro].

Se da un lato ci troviamo in sintonia con la volontà di combattere la violenza contro quello che è fuori dalla norma, dall’altro lato ci rendiamo conto che Diana pone, a sua volta, una norma ben precisa, che emerge nel mondo in cui vengono stigmatizzate le donne che non si adeguano ad essa. Se non si scopa con il culo o non si apprezza il sado allora si è delle represse o addirittura delle bacchettone moraliste [Ma dove? Quando? Non mi pare che le performance di Diana siano obbligatorie o che si sia costrett* a portarsi il tubetto di vaselina appresso! O ad abbracciare le sue idee. Quello che vedo io qui, e che accade spesso, è che chi ha un approccio sanzionatorio – leggasi, le abolizioniste – immaginano le altrui proposte con lo stesso piglio legiferante che è l’unico che sanno immaginare loro. Direi che essere pro-postpornografia apre delle possibilità a chi le desidera, essere anti significa invece toglierle anche a chi vorrebbe averle – da parte di chi reputa di sapere dove stia il giusto e lo sbagliato per sé e per le/gli altr*. Se non è cattonazismo questo! E vale pure per chi si professa laic*! Ah, peraltro: poco prima si critica l’uso non convenzionale del simbolo fallico colpevole di non decostruire l’immaginario del potere, se usi il culo sei discriminatori* verso chi non lo fa… l’asessualità potrebbe rivelarsi a vostro giudizio  un’opzione abbastanza neutra?!]. Anche questa è esclusione. Anche questo è imporre una norma. Non solo, si impone così la stessa norma che si vorrebbe combattere. Cosa c’è di sovversivo in questo? Qui ritroviamo un’altra polarità tipica del paradigma eteronormativo, quella che ruota attorno ai due poli ‘santa’ e ‘puttana’. Focalizzarsi sull’uno opponendosi all’altro è stare dentro alla logica eteronormativa e non superarla. [Il bue diede del cornuto all’asino, ovvero essere abolizioniste è ok e non fa parte della logica eteronormativa, anche se dice ad alcune persone come devono vivere la propria esistenza; il postporno invece,  per come è descritto in queste ultime righe, appare come una milizia che obbliga a fisting anali…forse avete preso troppo alla lettera la parola terrorismo! Rassicuratevi, il tour di Diana non è lo sbarco dei mille dildo!]

Il porno appartiene in pieno all’etica eteronormativa, ne è una diretta discendenza, qualunque significato vogliamo dargli, di qualunque immagine vogliamo riempirlo. Il porno è in se’ mercato, ovvero capitalismo che si incarna nella sessualità e la sfrutta. Quello che esprimiamo non è un giudizio morale su di esso, ma una valutazione politica sulla sua funzione ‘economica’. [E’ invece un giudizio tutto morale, dal momento che non combattete con uguale fervore tutte le altre logiche di sfruttamento che sottendono al lavoro salariato, precario, ecc.ecc. E credo non abbiate mai visto postporno per dire che appartiene all’etica eteronormativa!]

E ancora: cosa c’è di sovversivo e terrorista nel proporre come modalità di “liberazione” il dolore al posto del piacere (sic) quando esso è esattamente ciò che viene già assegnato alle donne nella pornografia mainstream? [Il dolore che piacere – non al posto di – e perciò scelto consapevolmente non  è, e non può essere paragonato, al dolore inflitto contro la volontà di chi lo subisce]. Cosa c’è di liberatorio nel proclamare ancora una volta la necessità di relazioni basate sul dominio quando è esattamente questo che il patriarcato vuole per noi? [Il fatto che non si capisca o condivida come e perché le pratiche BDSM – che sono comunque performative più di quanto siano relazioni basate su una realtà di dominio, e c’è una bella differenza! –  possano essere fonte di piacere per alcun* non può diventare motivo valido per negare la realtà: per alcune persone è così, e pare siano tante, a giudicare dai siti/forum/luoghi dedicati a tali pratiche; ancora, nessuno vi costringe a pratiche non consensuali: di quello che di sé stess* scelgono di fare le/gli altr*, che ve ne importa?]. In molte parti del mondo le donne subiscono mutilazioni, violenze, matrimoni forzati, stupri. È preoccupante proporre il dolore come via di liberazione quando per la maggior parte delle donne nel mondo il dolore è la regola e non conduce di certo alla liberazione [Cosa c’entrano le pratiche citate? Suggerire di scoprire nuove possibili vie di piacere – scelte, consapevoli – non implica incitare allo stupro, trovo persino offensivo questa equazione!]

Quella che noi vorremmo è una sessualità libera e non l’imposizione di modelli di comportamento, qualunque siano questi modelli [E negando a Diana  – e a chi ne condivide il pensiero – la possibilità di vivere come desidera la propria sessualità, che chiaramente non corrisponde ai vostri modelli, fate esattamente l’opposto]. Vorremmo un paradigma dove ciascuno sia libero di esplorare la propria sessualità e scoprirne i lati nascosti, senza che ci sia nessuno che giudica quali siano quelli normali e quali anormali, quali morali e quali immorali [Ma se avete appena detto che il dolore non può essere piacevole! Migliaia o forse persino milioni di persone direbbero il contrario, ma chiaramente voi ne negate le capacità di giudizio e di scelta, o l* definite superficiali… se questa non è sovradeterminazione!]. Ma se la sessualità diventa sfruttamento economico dei corpi, allora non possiamo che dirci contrarie [Insomma, puoi sfruttare tutto di te, testa, mani, corpo, puoi farti venire il cancro, l’asbestosi, il tunnel carpale, ma la vagina – o la fica, secondo i gusti – non si tocca!]. E ciò non ha a che fare con la morale ma ha a che fare con il modello economico che ciò porta con sé. Esso è, per noi, l’esatto contrario della libertà [Ecco, quando farete un discorso realmente anticapitalista, ne riparliamo. Fino ad allora, prendersela con le sex worker, le/i performer postporno etc. è proprio quello che sembra: moralismo. Fatevene una ragione].

 

Sesso dell’orrore – Intervista a Diana Pornoterrorista

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“Là fuori c’è una guerra”, dichiara il manifesto Pornoterrorista sottoscritto da Diana J. Torres: una guerra contro l’ordine sessuale e l’imposizione di genere, nella quale si vince solamente combattendo il nemico con la stessa violenza. La performer spagnola, oltre a dire questo e molto altro nel suo libro Pornoterrorismo, ci mette il corpo, per chi desidera vederlo e anche per chi non vuole.

di Laura Milano e Nico Hache, (traduzione di feminoska, revisione di Lafra e Serbilla. Articolo originale qui).

La donna nuda con il passamontagna in testa e la granata-dildo in mano non esita ad affermare che “quando dall’altra parte non hai nessuno con cui dialogare, ciò che resta è il terrorismo. Il pornoterrorismo attacca la violenza contro ciò che è fuori dalla norma. Cioè, mette in scena – come tutta la postpornografia – sessualità sovversive. Questo è terrorista”. Lei è Diana Pornoterrorista, un mostro sessuale meraviglioso e inquietante dalla testa ai piedi (o, per meglio dire, dagli anfibi alla cresta). Il suo lavoro come artista di performance iniziò dieci anni fa nella nativa Madrid, con il gruppo di cabaret gore-porno-trash Shock Value e oggi è uno dei punti di riferimento del postporno in Spagna. Attualmente risiede nella città di Barcellona, ​​da dove gestisce la sua centrale operativa postporno e di attivismo queer con un collettivo di artisti locali.

Diana è una guerriera esperta ai margini del genere, una donna che ama pensarsi come costruita alla periferia di quello che è il prototipo di donna (e anche di uomo). E’ un’esibizionista dichiarata, che sale sul palco per recitare le proprie poesie al ritmo di orgasmi terrificanti. Un corpo e una voce determinata a combattere per la liberazione dei corpi, la riappropriazione e il riscatto dei loro desideri più profondi.

Che ruolo ha il corpo nel pornoterrorismo?
-Ne è l’anima. Non si può ignorare il corpo nel pornoterrorismo. Questa è politica del corpo e perciò non considero nessun altro modo di fare politica. I nostri corpi non normativi dimostrano che esistono altre opzioni e stanno anche terrorizzando un pochino. Per questo preoccupano.

Perché hai scelto di lavorare attraverso la performance e la poesia?
-Sul palco mi sento al sicuro, non ho paura di nulla. E mi sembra assai preziosa la possibilità di metterci la faccia. Mi sento più insicura nello scrivere un post sul mio blog, dietro allo schermo. La stessa cosa è successa quando ho scritto il libro, Pornoterrorismo; mi è piaciuto molto farlo, ma mi sento decisamente più a mio agio quando vedo le reazioni delle persone contemporaneamente a quello che sto facendo.

Nelle tue performance sono sempre presenti elementi di S/M, fist-fucking, squirting. Perché queste pratiche sessuali sono terroriste secondo te?
-Non considero il fist-fucking sovversivo perché non è doloroso. Per quanto sia visivamente forte, non fa male. Il BDSM, invece, è terrorista, sovversivo, perché mette in gioco il dolore come piacere.

Il dolore però non è necessariamente presente nelle pratiche BDSM.
-Questo è vero, però c’è sempre una situazione di dominazione. E metterla in discussione è sovversivo. Non sono importanti in quel contesto le questioni economiche, etniche, culturali o altro. Chiunque può dominare chiunque, i rapporti di potere consolidati si trasformano. Il dolore è di solito una punizione; trasformarlo in un premio, in piacere, è sovversivo. Allo stesso modo lo squirting è terrorista, e lo uso per mostrare l’orgasmo femminile, negato dalla medicina e anche dal porno. Quello che non si vede non esiste.

IL CORPO E’ IL MESSAGGIO
Sale sul palco una persona ingessata dalla testa ai piedi, a passo molto lento. Sul suo corpo possono leggersi gli insulti che il pubblico ha scritto su richiesta della performer. Il silenzio carico di tensione che avvolge la sala è bruscamente interrotto dal suono delle furiose sculacciate ricevute da questo corpo ingessato. Grida, dà voce agli insulti stampati sul corpo, si lascia cadere a terra mentre rompe le fasce e invita il pubblico a spogliarsi. Dopo aver recitato le sue poesie, si rimuove gli aghi infilati in fronte, leccandosi il sangue che cade dalle ferite, si fa penetrare dal pugno di una collaboratora. Diana usa il proprio corpo come arma da guerra in ogni performance, non solo come mezzo ma come fine in sé.

Hai affermato di usare il piacere come cavallo di Troia per trasmettere il messaggio. Qual’è questo messaggio? Il piacere è solamente uno strumento?
-Non è solo uno strumento, il piacere è parte di quel messaggio. Quando le persone sono sedute di fronte a un palco a guardare uno spettacolo che sanno chiamarsi Pornoterrorismo, alcune sono già aperte alla proposta. Ma altre vengono solo per la parola “porno”, non per la parola “terrorismo”, capisci? E alcune persone vengono perché sanno che ci saranno tette, culo e sesso dal vivo. Quindi penso che il piacere sia come un amo di modo che, quando il pesciolino abbocca per bene, lì nel teatro può liberarsi di tutto il resto.

E che cosa è che vuoi liberare nello spettatore?
-Questa è la violenza di cui ci nutriamo ogni giorno col telegiornale, che ci circonda. Durante l’ultima performance ci sono stati alcuni momenti molto violenti, come il numero dei peccati della Chiesa, dove faccio un elenco dei suoi peccati, che potrebbero anche essere definiti crimini. E sono argomenti che la gente non manda giù facilmente. Quindi penso che arrivare con una predisposizione per l’eccitazione sessuale ti metta in uno stato di vulnerabilità. Questo l’ho capito una volta che stavamo guardando il telegiornale allo scoppiare della guerra in Iraq: era un vero massacro. E ho cominciato a pensare che non è un caso che i telegiornali vengano trasmessi proprio all’ora dei pasti, li trasmettono proprio in quel momento nel quale inghiotti tutto. Così ho pensato, “perché non utilizzare queste strategie – che sono manipolatorie – per il mio stesso messaggio?

Che impatto credi abbiano le tue performance sul pubblico?
-Spero di aiutare le persone che assistono al mio lavoro a scoprire le diverse forme della propria sessualità. Ho scelto di non lavorare otto ore al giorno per dedicare tutto il mio tempo a studiare questo. Leggo molto, penso e poi lo restituisco masticato e facile da capire. Ci sono intellettuali che lavorano in questo campo da un altro punto di vista, leggono Judith Butler e poi spiegano la teoria di genere, ma davvero poch* l* capiscono. Io cerco invece di renderla accessibile a tutti, e qui, naturalmente, ha luogo a volte una certa discriminazione intellettuale, dove il discorso accademico cerca di legittimarsi sugli altri modi di affrontare la sessualità.

Nel tuo libro affermi che “scoprire la propria sessualità è anche scoprire come il nostro sesso non ci appartiene affatto.” Chi ci ha derubato della nostra sessualità? Come possiamo riprendere il controllo dei nostri corpi e dei piaceri?
-In primo luogo, il patriarcato. Poi la Chiesa. Poi la scienza, con la medicina come strumento. E infine il capitalismo. Questa è la catena di istituzioni che hanno tentato di applicare il controllo su corpo e sessualità. E dobbiamo uscirne, dobbiamo poter scopare con il culo senza avere il prete nella stanza a dirci che è peccato. Non è facile, perché è qualcosa che abbiamo dentro di noi da quando siamo molto piccol*, dal momento che ci assegnano un genere biologico. Ma si realizza con l’attivismo, con una vita attiva basata sul lavoro sul corpo.

Nell’ambito di questo attivismo, vedi nel femminismo il percorso corretto per la liberazione del corpo e della sessualità?
-No, perché in molti casi il femminismo è reazionario ed escludente; io stessa mi sento esclusa dal femminismo, nelle sue categorie non c’è posto per me. Il femminismo è per la liberazione delle donne, ma respinge la prostituzione, il porno, il sado, considerandoli forme di violenza contro le donne. Io sono a favore della prostituzione e del sado e faccio porno. Respingo il femminismo perché lascia fuori uomini e trans. Di fronte al rifiuto del maschile, per esempio, propongo l’appropriazione del fallo, ossia di appropriarsi in maniera autodeterminata dei simboli del patriarcato piuttosto che distruggerli.

Perché ti identifichi con il transfemminismo ? Quali sfide implica l’etica transfemminista contro l’ordine sessuale normativo?
-La sessualità, il genere, le rappresentazioni del corpo, non possono essere isolate dal contesto economico globale, politico e istituzionale in cui si svolgono. E questo contesto è il capitalismo. Il transfemminismo implica coerenza con la lotta anti-capitalista. Io mi schiero contro il femminismo che proclama la liberazione delle donne, ma allo stesso tempo utilizza Windows invece di un software libero. Le lotte che si instaurano nel campo della sessualità non possono essere separate dalla lotta contro il capitalismo, la coerenza è necessaria a questo proposito. Lo stesso accade al contrario, quando l’attivismo anti- capitalista non include il lavoro sul corpo. Questo è ciò che accade con il movimento 15 -M qui in Spagna, le/gli indignat* che vogliono la rivoluzione, ma poi tornano a casa e non sanno scopare se non nella posizione del missionario. Senza una politica del corpo e del genere nessuna rivoluzione è possibile, né ha senso la sovversione sessuale staccata dalla lotta contro il capitalismo.

Quali azioni specifiche possono essere adottate per attuare una politica del corpo e di genere?
-Attraverso il transfemminismo, ad esempio, portiamo avanti la campagna STOP Transpatologización, con la quale reclamiamo la necessità di rimuovere il transessualismo dal DSM IV e dagli altri manuali internazionali di diagnosi mediche. Il transessualismo è definito come un disturbo della personalità. Recentemente abbiamo esaminato il nuovo progetto e non appare più, è stato rimosso, ma invece la sindrome premestruale è stata inclusa in quanto condizione temporanea. Pensa! Una volta al mese tutte le donne sono pazze.

In Argentina è ora in corso un dibattito sulla legge sull’identità di genere, che permetterà alle persone trans di cambiare ufficialmente il proprio nome e sesso senza spiegazioni.
-Beh, sono più avanti di noi. Qui si deve ancora passare attraverso un processo medico-psichiatrico di due anni, dopo di che l’istituzione medica decide se sì è o meno in grado di prendere questa decisione.

LA RETE POSTPORNO
Se il postporno funziona principalmente a partire dai collettivi e dall’autogestione nella produzione, il lavoro di Diana è come un filo in questa rete di volontà interessat* a creare nuove e sovversive rappresentazioni della sessualità. In questo senso la proposta Pornoterrorista trova nel postporno il proprio inquadramento e la propria rete di alleanze a partire dalla quale scagliarsi in modo transfemminista, creativo e al di fuori della logica commerciale contro il porno mainstream. Una di queste linee di azione e di lavoro collettivo trova la propria sintesi nella Muestra Marrana, un festival porno non convenzionale autogestito e organizzato da Diana, Claudia Ossandón e Lucia Egaña che ha luogo ogni estate nella città di Barcellona. Il festival è un’occasione non solo per presentare le produzioni audiovisive legate al postporno, ma anche per creare uno spazio di scambio e di dibattito sulle molteplicità sessuali sovversive e sulle pratiche che stanno ai margini del sistema eteronormativo. “La pornografia è fatta per vendere certe pratiche e certi corpi. La differenza fondamentale è che nel postporno possono comprendersi tutte le pratiche. Se ti eccita metterti una fragola nel culo o se mangiando una banana hai un orgasmo, così sia. Per la pornografia sarebbe un’aberrazione o una di quelle pratiche che si inseriscono nel genere ‘crazy and funny’. E la cosa più importante del postporno è che include le donne come produttore, registe, attore”, dice Diana. Pensando a queste ultime, la questione degli assenti è inevitabile.

Dove sono gli uomini nel postporno?
-Davvero non lo so. Li aspettiamo. Non ho alcun problema a fare dei laboratori con i ragazzi, fare postporno o qualsiasi altra cosa. Ma non vengono. C’è molta più paura nei ragazzi in generale, e il fattore problematico è dato dal fatto che le donne e gli uomini con i quali si relazionerebbero non gli piacciono, perché siamo corpi poco normativi. Sto aspettando questo momento, adesso mi piacerebbe giocare con più uomini, ma è molto difficile. L’ultima volta che ho giocato con gli uomini erano completamente impenetrabili, esseri pieni di paure e frustrazioni. In questo senso penso che la pornografia abbia fatto molto male agli uomini, danni soprattutto interiori. Molte donne non hanno mai visto porno nella loro vita, al contrario è quasi un insegnamento culturale che i ragazzi vedano i porno. E questo ti rimane dentro. Poi improvvisamente scoprono le pratiche postporno che sono diverse da ciò che vedono nel porno, che non confermano quello che era apparentemente così importante e chiaro, si sentono come nudi.

In questo senso, gli uomini hanno molto più lavoro da fare. Non che tra noi non si parli di sesso, ma lo facciamo in modo diverso.
-È vero, la pornografia e le modalità di acculturazione della sessualità maschile sono frustranti perché non sono reali. Né il tuo corpo è così, né le tue pratiche sono così, né ciò che ti piace è così. Questo dovrebbe indurre gli uomini a fare postporno, ma non succede. Temono che arrivi una tipa punk con la cresta a scoparli nel culo.

Sembra che ogni contatto con il culo dell’uomo, qualsiasi tipo di penetrazione si riferisca ad una identità omosessuale.
-Certo, si parte dal presupposto che le donne non penetrano e gli uomini non sono penetrati. Quindi, se ti penetrano e soprattutto se lo fa una donna, smetti di essere un uomo e diventi un finocchio. E’ come una regola matematica di base alla quale tutt@ hanno creduto e che è come un fantasma che informa gli ani di mezzo mondo. C’è un testo molto interessante di Beatriz Preciado chiamato Terrore Anale, che parla di queste paure dell’analità e della penetrazione.

Cosa credi manchi al postporno?
-Il postporno è considerato una forma di rappresentazione artistica della sessualità, ma non commerciale. In sintesi, è considerato come un movimento. Perché alla fine siamo come topolini che lavorano sempre ai margini. Sarebbe bello se ci fosse un riconoscimento per la gente che ha lavorato per anni su questo. Sono dieci anni che lavoro come artista e finora non ho visto alcun frutto a livello istituzionale, artistico e nemmeno di pubblico.

Questo riconoscimento di cui parli significherebbe entrare nel circuito dell’arte istituzionale. Pensi che un ampliamento del territorio di influenza del postporno significherebbe una perdita del proprio potere sovversivo?
-Mi piacerebbe vendere la mia arte ai musei, ma non credo sia possibile. Sempre che questo non implichi auto-censura, non vedo nulla di male nel raggiungere più persone e ottenere soldi dallo Stato. L’anno scorso, per esempio, abbiamo organizzato nel Museo Reina Sofia di Madrid un evento chiamato La Internacional Cuir, dove abbiamo fatto le nostre performance. Ma è un’eccezione, perché di solito non viene comprato. Il postporno e il pornoterrorismo sono periferici, marginali.

Dunque che cosa si è raggiunto finora con il postporno?
-Si è ottenuto che il femminismo sia più divertente e arrapato rispetto a prima, che sia anche più inclusivo e meno discriminatorio. Penso che sia uno dei migliori risultati del postporno: trasformare il femminismo in una cosa sexy. Anche a livello artistico è molto importante, infatti il postporno sta rimodellando il mondo dell’arte. In sintesi, i risultati sono sessualizzare il femminismo e sessualizzare il mondo dell’arte. E farlo in modo politico, etico.

Scopri il sito di Diana qui.

Finalmente anche in Italia, l’artista e performer Diana J. Torres presenterà ad Aprile, nel corso di un indimenticabile tour, il suo libro Pornoterrorismo.
Il tour di presentazione si terrà tra il 9 e il 21 di aprile 2014.
Le città che ospiteranno l’evento saranno:

9 aprile: PALERMO
10 aprile: NAPOLI
11, 12, 13 aprile: ROMA
14 aprile: BOLOGNA
15 aprile: GENOVA
16 e 17 aprile: MILANO/RHO
18 e 19 aprile: TORINO

ADOTTA UNA PORNOTERRORISTA!
Sul sito di crowdfunding Verkami puoi acquistare Pornoterrorismo in prevendita, e sostenere così il tour di Diana in Italia.
Aderisci, diffondi e PARTECIPA!
Evento Facebook qui.

Perché ci piace il postporno

SprinkleGoddessPerchè ci piace il postporno?
Di Lafra

“C’è vita al di là del mondo normalizzato”
Beatriz Preciado

Nella storia della lotta delle donne per la liberazione sessuale alcune problematiche hanno sempre provocato difficoltà di analisi e grandi imbarazzi. Tra queste la più controversa è indubbiamente quella sulla pornografia.

L’industria pornografica contemporanea, caratterizzata da una produzione seriale e una distribuzione su larga scala, nasce negli anni ’50 negli Stati Uniti. Nel 1953 Hugh Hefner lancia una rivista nuova, dedicata agli uomini. Nel primo numero di questa rivista compare la foto a colori di una giovane donna seminuda destinata a diventare una diva erotica del XX secolo. La ragazza è Marilyn Monroe, la rivista Playboy.

In piena guerra fredda Playboy, trasformandosi nella rivista maggiormente distribuita negli Stati Uniti (alla fine degli anni ’60 era arrivata ad avere un pubblico maschile di più di sei milioni di lettori), apportò un contributo eccezionale al cambiamento del panorama culturale e dell’immaginario sessuale maschile. Nascono con Playboy nuovi miti erotici: la ragazza della porta accanto, la coniglietta, la cameriera, la segretaria… Lo sguardo dell’uomo si insinua in una artificiosa intimità per spiare le vite surreali di donne giovanissime, chirurgicamente rimodellate e apparentemente prive di una ricerca del piacere non funzionale a quello maschile. I corpi nudi che vengono mostrati sono frutto di una ricercata architettura di genere, i canoni estetici rappresentano l’esasperazione di ciò che è considerato “femminile”: il risultato è un paradosso. Il mondo dell’immaginario pornografico è popolato di superfemmine che svolgono azioni quotidiane, come passare l’aspirapolvere o battere a macchina, e che con espressione di sorpresa e accondiscendenza soddisfano le voglie del maschio di turno.

E’ proprio questo immaginario sessuale, che ha popolato le fantasie degli uomini per decenni, ad aver contribuito alla costruzione di un modello sociale fortemente eteronormativo, ossia di imposizione della eterosessualità come norma, dove la divisione tra il maschile e il femminile era stabilita e rappresentata da corpi esasperatamente sessualizzati e da ruoli ben definiti.

Inoltre, la pornografia era, e prevalentemente rimane, un prodotto di uomini per gli uomini. La ricerca del piacere, che non sia quella del maschio, non è immaginata, tagliata fuori da ogni narrazione e rappresentazione. Sebbene l’industria pornografica si sia con gli anni allargata, cercando di aprirsi a nuovi mercati, come al pubblico omosessuale, il punto di vista che prevale è sempre quello dell’uomo. E con uomo intendo quello che è stato definito il grado zero di normalità nella società eteropatriarcale capitalista: il maschio bianco occidentale eterosessuale di classe media. Con queste premesse è comprensibile la critica mossa da molte femministe all’industria pornografica, accusata quindi di commercializzare i corpi delle donne, svilirne la sessualità e creare stereotipi e modelli lontani dalle persone reali con ripercussioni violente sulle loro vite. Meno comprensibili sono alcune scelte politiche di alcuni gruppi femministi che, soprattutto negli Stati Uniti degli anni ’80, hanno mosso una guerra alla pornografia in quanto tale.

L’oscenità della pornografia sta nel collocare al centro ciò che è considerato intimo e privato. La sessualità è infatti considerata un fatto personale. L’industria pornografica rompe questo tabù, non con l’intento di liberare la sessualità degli individui ma imponendogli un modello e arruolando un esercito di maschi addestrati a “marciare a tempo”. Il meccanismo funziona così bene che non è un caso che televisione e pubblicità ci bombardino di corpi e ammiccamenti a sfondo sessuale. L’allusione viene recepita perfettamente da sensibilità sovrastimolate e sovraeccitate. In questo panorama a dir poco inquietante, nascono nuovi progetti e nuove forme di lotta. Se la sessualità è un fatto personale allora, come ha teorizzato Kate Millet, è anche una questione politica. E altrettanto è la sua rappresentazione. Dal rifiuto alla pornografia mosso dal femminismo degli anni ’70-’80, si stanno aprendo nuovi orizzonti nella lotta alla normalizzazione sessuale agita dall’industria pornografica. Nasce il postporno nelle sue molteplici forme e pratiche. Tra le anticipatrici di questo movimento c’è indubbiamente Annie Sprinkle, che da attrice porno diventa regista e performer, con l’intento di smascherare il maschilismo della pornografia fino ad allora realizzata. A lei si deve l’inizio del Do it Yourself postporno. Iniziano a circolare lavori realizzati da donne per un pubblico femminile, si girano i primi “porno per donne”, e i video porno femministi come la più attuale raccolta di cortometraggi Dirty Diaries della svedese Mia Engberg o i film della regista Erika Lust. Progetti ancora legati al circuito commerciale ma che inseriscono comunque elementi di rottura all’interno dell’industria pornografica. Nascono laboratori di postporno creati da gruppi e collettivi queer o femministi, completamente autogestiti, dove alla riflessione teorica si affianca la pratica di produzione e sperimentazione di nuove forme di desiderio.

Il postporno non vuole togliere la rappresentazione della sessualità dalla scena pubblica, quindi dal piano politico, ma vuole intervenire per sovvertire e dare voce all’immaginario di tutti quei soggetti esclusi, marginalizzati, umiliati dalla pornografia maschilista funzionale al mercato e alla riproduzione della divisione binaria dei generi. Il postporno si rivolge alle persone e le sprona a smettere di subire i modelli sessuali imposti e diventare le proprie personali pornostar. La sua azione non è semplicemente dare voce (e gemiti) a chi non si considera il pubblico della pornografia mainstream, ma quella di inventare nuove forme condivise, collettive, visibili, aperte. Il postporno è il copyleft della sessualità che supera le barriere imposte dalla rappresentazione pornografica dominante e il consumo sessuale normalizzato. Il suo obiettivo è modificare la sensibilità e la produzione ormonale attraverso un movimento politico che costruisca in maniera liberata e partecipata ciò che è considerato privato e vergognoso. Perché ci piace? Perché scardina le dinamiche di genere, è insubordinazione, divertimento e desiderio. È la nostra rivoluzione sessuale.

Per approfondimenti puoi cliccare qui.

 

Concha!

CONCHA è il primo cortometraggio postporno del collettivo femminista e queer COVEN Berlin. Ispirato dal concetto foucaultiano della degenitalizzazione del sesso e del piacere (cioè la rottura del monopolio erotico tradizionalmente detenuto dai genitali), questo film prova a perturbare le aspettative di spettatrici e spettatori sul porno, mixando elementi simbolici e e non-espliciti in una provocatoria danza intima. CONCHA è  un pezzo video di 2 minuti e 9 secondi, con musica della berlinese Jane Freiheit, realizzato dall’artista multimediale e queer Judy Mièl, che vede la partecipazione del talento-di-lingua Lo Pecado. Buona visione!

Come realizzare un Porno Femminista

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Qui l’articolo originale in inglese. Traduzione di feminoska, revisione di H2O.
Bando alle ciance, buona lettura!

Come realizzare un porno femminista (di Reina Gattuso)

“Voglio ribaltare il dialogo culturale sul sesso e sulla sessualità”, afferma Tristan Taormino. Si definisce una pornografa femminista e col suo lavoro intende comunicare la propria visione femminista in una sfera particolarmente controversa di rappresentazione: quella della pornografia.
In una cultura satura di rappresentazioni di donne rese oggetti – rappresentazioni che troppo spesso normalizzano e perpetuano la violenza di genere – alcun* attivist* si stanno riappropriando delle telecamere. Il loro lavoro, sempre più spesso definito come ‘pornografia femminista,’ mira a sfidare le concezioni dominanti di sessualità e potere, reclamando il porno come mezzo di espressione femminista.

Taormino ha cominciato a realizzare porno nel 1999, anno nel quale ha co-diretto un adattamento cinematografico del suo libro, The Ultimate Guide to Anal Sex for Women. Scrittrice, docente universitaria e educatrice sessuale, Taormino inizialmente non pensava che la produzione di pornografia sarebbe diventata un motivo centrale della propria carriera ma, rendendosi conto del profondo potenziale del suo lavoro, ha ben presto iniziato a dedicarsi sul serio alla regia. “Voglio sfidare la nostra concezione di cosa sia il sesso, quello che si ritiene il sesso tra virgolette ‘normale'”, afferma Taormino. Dal debutto di regist* e interpreti come Candida Royalle, Nina Hartley e Annie Sprinkle, la pornografia femminista non ha lasciato indifferente l’universo dell’intrattenimento per adulti; a partire dal 2006, questo genere ha persino una cerimonia di premiazione annuale.

“Non usiamo la parola femminista per indicare un certo tipo di sessualità, in sostanza, né film che hanno solo una trama complessa o non includono scene bizzarre”, afferma Lorena Hewitt, Direttore Artistico del Feminist Porn Awards. “Vogliamo davvero riconoscere le differenze esistenti tra le donne, i loro diversi desideri, l’esistenza dell’intersezionalità.” Taormino è d’accordo. “Non credo che esista il sesso femminista,” dice. Discutendo del proprio lavoro, resiste infatti all’idea che certi atti sessuali siano intrinsecamente liberatori o degradanti. Invece, riguardo al porno femminista, afferma che “è il porno prodotto eticamente, che sfida le raffigurazioni convenzionali e stereotipate di genere, sesso, razza, classe, abilità e di altre raffigurazioni identitarie, e dialoga sia con coloro che lo realizzano che con coloro che lo guardano.” Per Taormino e altre femministe impegnate nella realizzazione e nello studio della pornografia, i contenuti sessualmente espliciti offrono l’opportunità di affrontare criticamente il rapporto tra identità e di azione. Sovvertendo e diversificando le rappresentazioni spesso stereotipate della sessualità osservabile solitamente nei media mainstream, le pornografe femministe invitano quel pubblico emarginato per tradizione a connettersi con il sesso come mezzo di piacere e di potere. Queste raffigurazioni esplicite, fondate su una conoscenza della pornografia sia come industria che come forma culturale, mettono gli spettatori nella condizione mentale di impossessarsene/appropriarsene mentre ne traggono un piacere sessuale.

1. Cose da non fare

D. Che diresti alle femministe anti-porno?
R. Direi che ne dovrebbero guardare un po’. -Lorraine Hewitt

“Sono sopravvissuta alle guerre del sesso”, dice Annie Sprinkle.
Leggendaria performer per adulti e prostituta, ecosessuale autodichiarata, artista di performance e prima pornostar a ottenere un dottorato di ricerca, Sprinkle ha trascorso gran parte degli anni Ottanta in prima linea nei contenziosi dibattiti sulla pornografia femminista. A partire dalla fine degli anni ’70 e per tutti gli anni ’80, le guerre del sesso hanno polarizzato le femministe della seconda ondata lungo le direttrici contrapposte “anti-porno” e “pro-sex”. Femministe iconiche come Andrea Dworkin sostenevano che la pornografia e le pratiche sessuali come il BDSM fossero basate sulla dominazione dello spettatore o del partecipante maschio, e quindi intrinsecamente ostili alle donne. Le femministe pro-sex, d’altra parte, erano convinte che stigmatizzare quelle che venivano considerate perversioni e sopprimere la pornografia avrebbe significato incoraggiare la repressione della sessualità femminile e dell’espressione sessuale. Lo scrittore, attivista e professore di giornalismo presso l’Università del Texas a Austin, Robert Jensen, autore di Getting Off: Pornography and the end of masculinity, è spesso citato come famoso femminista anti-porno contemporaneo. Quando si racconta la storia della crociata anti-porno, Jensen sottolinea le radici del movimento.

“È importante riconoscere che la critica femminista della pornografia è emersa dal movimento anti-violenza e che la critica della pornografia rappresentava solo un aspetto della critica a una cultura che forniva un sistema di supporto culturale per tale violenza”. Jensen ritiene che questo supporto culturale dipenda dalla fusione della mascolinità con la dominazione e della sessualità con la violenza. La pornografia, sostiene Jensen, che si rivolge principalmente ad un pubblico maschile, rafforza e perpetua questa ideologia dipingendo le donne come oggetti sessuali creati per il piacere e il controllo maschile. Per gli attivisti anti-porno come Jensen, l’associazione tra lavoro sessuale e violenza si estende al modo in cui gli/le interpreti vengono trattat* quando non sono in scena, portando a quella che definisce una “industria dello sfruttamento sessuale.” “Questo non significa che ogni donna che appare in un film pornografico sia sfruttata “, dice Jensen. “Ovviamente, ci sono molte differenze a seconda del livello nel quale ogni donna lavora … ma stiamo parlando di migliaia di donne. E credo [che in base a] i dati sulle loro esperienze, anche se non sono uniformi, si possa parlare di tendenze precise. ” Jensen sostiene inoltre che molte interpreti femminili siano particolarmente vulnerabili a pratiche di sfruttamento del lavoro a causa della loro mancanza di alternative. “Quando entrano ad Harvard, pensando al proprio futuro professionale, quante giovani donne pensano seriamente al porno, alla prostituzione o allo spogliarello come a una professione per la vita?” domanda, spostando l’attenzione sulle situazioni avverse che motivano alcune donne a intraprendere una carriera nel porno.

Sprinkle si arrabbia all’insinuazione che nella sua decisione di lavorare nell’industria del porno vi sia stata una scarsa possibilità di scelta consapevole. “Ho avuto un sacco di possibilità – avrei potuto scegliere e fare ogni genere di cose – ma ho scelto quel lavoro”, afferma. Anche se molte femministe coinvolte nella pornografia riconoscono che lo stigma sociale e l’oppressione possono avere come conseguenza condizioni di lavoro poco sicure, sostengono altresì che la risposta a questo problema non è quello di vietare il lavoro sessuale, ma di legalizzarlo e regolamentarlo. “L’idea che non ci possa essere una scelta consapevole significa anche che non ci possano essere diritti, che non ci possano essere ambienti di lavoro sicuri, che le persone non possano avere voce in capitolo rispetto a quello che fanno”, sostiene Taormino. “Per me sostenere le persone che lavorano nel sesso e cercare di cambiare l’ambiente dall’interno è un atto incredibilmente femminista.” Quando si parla di pornografia, tuttavia, Jensen non crede a chi sostiene il cambiamento dal di dentro. “Perché supponiamo di avere sempre bisogno di nuovi contenuti? Perché come cultura sentiamo il dovere di avere immagini sempre più esplicite sessualmente, indipendentemente dalla natura ideologica, siano esse patriarcali o femministe? ” domanda. E continua: “Quando la cosiddetta soluzione a un problema comincia a sembrare molto simile al prodotto della cultura dominante, allora inizio a nutrire molti dubbi rispetto agli effetti che avrà.”

2. Rappresentazione

Quando Hollywood riscrive e rimodella le nostre esperienze, e le scuole ignorano le nostre storie e la nostra educazione sessuale, la pornografia queer è uno dei pochi mezzi capaci di raccontare in maniera esplicita le nostre storie. –Jiz Lee, Femminista, Performer Porno (da The Feminist Porn Book)

Le pornografe femministe sostengono che i contenuti sessualmente espliciti che loro stesse producono, rendono loro possibile la rappresentazione di se stesse e del proprio corpo in un settore – e una cultura – saturi di un immaginario alienante. “In generale, credo che l’auto-rappresentazione sia fondamentale per le comunità o che le tue storie vengano affidate a coloro che sono essenzialmente ai margini”, afferma Shine Louise Houston, pornografa. “In un certo senso è così che ci si rimpossessa del potere delle narrazioni visive.” Una femminista queer nera, Houston è spesso acclamata come una delle registe e produttrici il cui lavoro, tra cui la pluripremiata serie “Crash Pad”, ha in sé il potenziale di trasformare un’industria vietata ai minori e dominata dai desideri dei maschi bianchi etero. Anche Sinnamon Love, che si autodefinisce una performer nera femminista e regista, usa il proprio lavoro per combattere gli stereotipi sessuali e razziali spesso presenti nella pornografia. Questi stereotipi variano, sostiene, da rappresentazioni “ghettizzate” dei neri a “immagini assimilative di donne nere”, che delineano un mercato che privilegia le donne di pelle chiara dai corpi sottili e dalle “fattezze europee.” “Produttori e registi giocano con questi stereotipi per attirare i propri acquirenti “, afferma Love, notando che i produttori spesso adattano i propri prodotti pensando agli uomini bianchi visto che rispetto ai neri sono più propensi ad acquistare film porno invece che che affittarli. “È una cosa della quale, personalmente, a questa età e in questa fase della mia vita, io non voglio essere parte”.

Come Love, che si sforza di realizzare un‘immagine più fedele delle donne nere nella sua pornografia, Dylan Ryan, una performer queer, trova importante produrre contenuti sessuali che siano inclusivi della sua comunità. “Stavo cercando di creare un senso autentico del mio … senso della sessualità, della mia intenzionalità , della mia disinvoltura sessuale e della mia raffigurazione fisica,” dice. “Avevo visto molti lavori inautentici rispetto a me e alle mie esperienze, quindi mi sono sentita davvero ispirata nel mostrarmi e nel rappresentare la mia esperienza.” E quando gli interpreti si sentono fedelmente rappresentati, il pubblico risponde. “Siamo diventat* una sorta di modello per le persone giovani che si interrogano circa il proprio orientamento o la propria identità di genere”, dice l’attrice femminista Jiz Lee, che si identifica come genderqueer. “Siamo qui perché non ci sono altre voci nei media mainstream.”
Tuttavia, gli attivisti di entrambe le posizioni sottolineano che il porno fatto da registe donne non risulta automaticamente femminista. “Alcune donne hanno realizzato porno davvero misogini” afferma Sprinkle. “Il porno femminista può essere fatto da chiunque, non per forza da una donna.”

3. Metti in discussione il potere, dai dignità al lavoro

Il porno femminista è un genere che è anche un movimento sociale, che sta tentando di prendere un tipo di film e metterlo assieme alla politica in questo modo davvero importante e complicato. -Dylan Ryan

Tema comune di molti film porno femministi è il riconoscimento e la negoziazione del consenso reso visibile, attraverso la collaborazione tra interpreti e registi in merito ai contenuti dei film. Nei propri film, Taormino include interviste in stile confessionale agli interpreti, allo scopo di fornire agli spettatori un’idea dei desideri e delle discussioni che hanno avuto luogo con i performer. Questa tattica, dice Taormino, “afferma il consenso in modo davvero molto esplicito e stabilisce anche il livello di proattività sessuale degli/lle interpreti nella scena”, cosa che permette agli spettatori di “lasciarsi andare alla fantasia” in modo rilassato. Secondo Taormino, la trattativa riportata sulla pellicola diventa particolarmente importante per quelle scene che raffigurano fantasie palesemente basate su dinamiche di potere, come quelle BDSM, o altre pratiche sessuali storicamente controverse. “Dominazione maschile e sottomissione femminile di per sé non sono automaticamente misogine o anti-femministe, specialmente se le persone coinvolte sono consenzienti rispetto a quello che stanno facendo”, sostiene. Le femministe anti-porno, tuttavia, sostengono che il consenso del/della interprete non obliterano i potenziali effetti psicologici legati alla visione di contenuti sessualmente aggressivi. “Non credo che sia sano a livello sociale presentare il sesso come costantemente legato al binomio dominazione-subordinazione”, dice Jensen. Anche quando una scena pornografica è “girata con persone che la hanno compresa, concordata e vi hanno acconsentito,” continua Jensen: “Qual è l’effetto del continuo rinforzo della fusione tra sesso e dominio?” Eppure per Taormino, rispettare la volontà delle proprie interpreti significa privilegiare il loro benessere e desideri al di là delle sue convinzioni personali di ciò che comportano quei desideri. “Trovo piuttosto prevaricatorio chiedere a qualcun* di far valere la propria opinione e i propri desideri per poi negarli o trovarli in qualche modo inadeguati, perché la mia idea è differente o perché ho una diversa nozione preconcetta su come le cose dovrebbero avvenire”, afferma.

4. Azione / Attivismo

“Il lavoro è sempre stata una questione femminista. Il lavoro sessuale è una questione femminista. È davvero tempo di dare seguito a tali [ideali ] nell’ambito della pornografia, che è una forma di lavoro sessuale.”
-Tristan Taormino
“La nostra cultura svaluta il lavoro sessuale e il sesso”, sostiene Taormino. “Denigriamo e stigmatizziamo le persone che fanno porno e contemporaneamente consumiamo voracemente il prodotto che deriva da tale lavoro.” In risposta a ciò che molti percepiscono come un atteggiamento disinvolto dell’industria del porno in merito alle condizioni di lavoro, diverse femministe impegnate nella pornografia sono diventate convinte attiviste a sostegno dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici del sesso. Sprinkle, che è attiva nel movimento dal 1974, osserva che i molteplici problemi affrontati dalle prostitute sono spesso il risultato degli sforzi compiuti per far rispettare leggi che criminalizzano la prostituzione. “C’è una guerra in corso sulle puttane, da lungo tempo”, dice Sprinkle. “Donne che non possono rivolgersi alla polizia per denunciare di essere state stuprate o derubate mentre si dedicavano al lavoro sessuale, perché hanno paura di essere arrestate.” Ryan, che sostiene la causa delle prostitute come assistente sociale, nota che lo stigma contro i/le sex worker esiste anche tra le persone che lavorano nel porno. Afferma di non essere sorpresa di vedere spesso in gioco differenze di classe, in grado di riaffermare una “gerarchia all’interno del lavoro sessuale.” “Quando parlo del valore del lavoro sessuale di strada, come di qualcosa che dovrebbe essere … socialmente sostenuto e reso più sicuro, penso sia quello il momento in cui mi caccio maggiormente nei guai – a causa di tutt* quell* che si dedicano al porno e insorgono dicendo che “beh, io non sono un/a prostituta”. Per Ryan, questa mancanza di solidarietà è a dir poco miope. “Una lavoratrice del sesso è una lavoratrice del sesso è una lavoratrice del sesso”. “Criminalizzare uno degli aspetti nel quale viene praticato tale lavoro in ultima analisi avrà delle conseguenze a cascata su tutti gli altri, in termini di come vengono percepite, sulle condizioni di lavoro, sui diritti e le possibilità disponibili per le donne che ci lavorano, cose così.” Ryan afferma che a livello personale, la sua identità di attrice porno che ha scelto e ama il suo lavoro le permette di abbattere alcuni stereotipi negativi sulle sex worker. “È sempre emozionante e divertente parlare con qualcuno, una persona impegnata nel sociale e raccontarle del lavoro sessuale, o accennare qualcosa al riguardo durante una conversazione”, dice. “È tutta una questione di scardinare gli stereotipi.”

5. Critica

La mia tattica è sovvertire dall’interno. Sii il cambiamento. -Shine Louise Houston

Mentre il porno femminista ha senza dubbio tante definizioni quanti sono i suoi spettatori, un principio guida che si può utilizzare per delineare il genere è la convinzione che la rappresentazione esplicita della sessualità abbia la capacità di interrogare in modo critico la cultura riguardante genere, potere e identità e, in ultima analisi, di cambiarla.
Considerata la storica controversia dell’impegno femminista verso la pornografia, la designazione di un approccio specifico al porno che si possa intendere “femminista” è qualcosa che molt* ancora mettono in discussione. Eppure è innegabile l’empowerment di coloro che sono stat* storicamente oggetto di uno sguardo sessualizzato – donne, queer, persone di colore – nel momento in cui diventano protagoniste del proprio desiderio. In una cultura inondata di contenuti che travisano più di quanto non divulghino, non c’è forse mezzo più appropriato dello schermo per mettere in atto questo intervento. Per molte delle femministe che si cimentano con il genere, la politica della pornografia riguarda molto più che la semplice realizzazione di immagini nelle quali gli spettatori possano identificarsi. Piuttosto, la pornografia femminista rappresenta un quadro di riferimento utile a concettualizzare l’identità, il potere e il desiderio, una lente attraverso la quale interrogare e criticare una cultura. Taormino, per esempio, è convinta del potere trasformativo della pornografia. Come scrive in The Feminist Porn book, un’antologia che ha co-curato sul genere, il porno può avere un ruolo molto più importante della funzione di procurare piacere: “Penso che il sesso possa cambiare il mondo.”