O sei con me o sei contro di me – oppure dialoghiamo

444px-NAMA_Courtisane_&_client Quello della prostituzione è un argomento sempre vivo e sempre dibattuto sia nel web che sui media generalisti, anche se molto più (e meglio) nel primo che nei secondi. Ed è un bene che sia così, perché almeno significa che ancora in molti non lo considerano un fenomeno tranquillizzante, a cui fare l’abitudine. Rimane però il fatto che gran parte delle parole spese sul fenomeno della prostituzione sono del tutto inutili a fare qualche passo avanti verso una visione della prostituzione senza moralismi e luoghi comuni. Se c’è un argomento nel quale la retorica del “o con me o contro di me” fa male a tutti i partecipanti, è questo.

Lasciando stare vari* criptonazist*, fautori delle strade pulite e del decoro urbano, che ne scrivono non come qualcosa i cui attori sono esseri umani ma come una specie di malattia purulenta e fetente, da eliminare prima possibile dal corpo “sano” della società, rimane il fatto che gran parte del dibattito e delle discussioni accese dai commenti alle varie prese di posizione si polarizzano facilmente nella dualità “pro” e “contro” la prostituzione.

Io credo che dichiararsi pro o contro la prostituzione e basta non significhi assolutamente niente. Parole vuote, fuffa, aria fritta; innanzi tutto perché la parola “prostituzione” la si continua a usare tranquillamente come se il suo significato fosse unanimemente chiaro e accettato, e come se l’ordine di grandezza di questo fenomeno sociale fosse chiara a tutti. Basta prendere dei comuni esempi di ciò che normalmente viene chiamato prostituzione per capire che le cose non sono tanto facili.

Prostituzione si usa per indicare la vita di una ragazza nigeriana costretta a vivere sulla strada e a pagare un debito verso i suoi aguzzini, che in realtà è un inganno, perché l’hanno convinta che con il voodoo la sua famiglia d’origine andrà incontro a una brutta fine, se lei non paga. E loro non hanno alcuna intenzione di lasciarla esaurire il suo debito, mentre fa la bellissima vita della strada.

Prostituzione si usa per indicare una studentessa universitaria fuori sede che con la sua attività indipendente si paga la casa, la vita sociale e gli studi che vuole.

Prostituzione si usa per indicare un “ragazzo di vita”, che tanto piace a una stampa pruriginosa e a nostalgici intellettuali.

Prostituzione si usa per indicare l’attività economica sostanzialmente indispensabile a una persona in transizione per pagarsi burocrazia, medicine, esami, operazioni, dato che viene sistematicamente rifiutata da qualunque altro luogo di lavoro per il suo aspetto e le sue abitudini.

Prostituzione è anche quella minorile, è anche quella legata al turismo sessuale che parte da questo paese.

Casi ed esempi estremamente diversi, perché la parola “prostituzione” è troppo spesso usata solo come un facile contenitore per il proprio livore, o per indirizzare a un bersaglio facile un progetto politico, o per fare distinguo moralistici. Il fenomeno è sociale, e andrebbe affrontato a tutti i vari livelli nei quali si presenta: è facile capire che serve un’azione di supporto psicologico, di formazione delle forze dell’ordine, di contrasto all’economia sommersa legata alla prostituzione e alla tratta, di diffusione culturale di conoscenza del fenomeno, di organizzazione sociale per l’alto numero di persone coinvolte. Invece si leggono molto spesso volontà proibitive o legalizzanti come se la bacchetta magica del proibizionismo o della regolarizzazione potesse bastare in tutti i casi. E’ invece evidente che esprimersi a favore o contro una soluzione “univoca” serve solo a farsi facili amici, a raccogliere consensi poco pensati, e a non inquadrare il fenomeno della prostituzione nella sua vastità sociale e nelle sue ambiguità tanto fastidiose ai più – ma da affrontare lo stesso, anche se non piacciono.

Poi, rimanendo molti e diversi i fenomeni etichettati con quella parola, rimane da cercare una soluzione per la vita delle persone coinvolte. Sono d’accordo che ci sia da agire sulla “domanda” di prostituzione, sui clienti, sugli uomini che comandano, gestiscono e usano la prostituzione; che vendere e/o affittare il corpo sarebbe ovviamente una pratica da evitare/impedire se c’è sfruttamento, e che quindi c’è da lavorare sul concetto di autodeterminazione; però i cambiamenti culturali non hanno quasi mai i tempi giusti per agire sulle emergenze sociali. Vorrei leggere proposte su come salvare la ragazza nigeriana prima che intraprenda odissee sola in un paese straniero e venga braccata da chi la vuole morta; su come, e soprattutto perché, convincere la studentessa indipendente a rinunciare a una facile “bella vita” come la vuole lei; su come agire nella prostituzione maschile gay; su quali soluzioni alternative proporre a chi vede nella prostituzione l’unica possibilità di guadagnare i soldi necessari a diventare quello che si è – o semplicemente a pagare le bollette; su come bloccare l’adulto che compra il sesso di un bambino sfruttando la sua superiorità di classe economica, il suo potere. Sarebbe molto meglio che leggere bordate di critiche tra sostenitori e denigratori della regolarizzazione, tutti intenti a dimostrare il torto altrui senza raccontare con quale criterio sviluppare la propria soluzione al problema sociale, senza raccontare una soluzione articolata per tutto il problema “prostituzione”, senza l’umiltà e la lucidità di dire che stanno forse solo parlando di una piccola parte delle cose in gioco.

Io una soluzione non ce l’ho, so solo che non è possibile che ne basti una. Quindi cerco di capire meglio come stanno le cose, prima di sparare a zero sulle idee altrui. Magari, imparando a parlarne decentemente, cominceremo a fare qualcosa di utile per le persone che di questo fenomeno fanno la loro vita, più o meno volontariamente. Perché nel frattempo abbiamo i media generalisti come vampiri strombazzanti sui fatti di cronaca di cui non gl’importa sapere, in realtà, nulla di più di quello che basta ad alimentare le loro retoriche pruriginose. E allora dàje col concitismo dilagante, tutto tette che crescono, papà assenti e giocattoli abbandonati precocemente; dàje con la versione progressista a tutti i costi, che vede comunque una storia “ricca di sbalzi in avanti (il modo in cui le ragazze vivono se stesse)”; dàje con la filosofa che dice che manca tanto l’amore.

Luoghi, momenti e persone da ascoltare ce ne sono – ecco un esempio. Le associazioni ci sono, le esperienze da diffondere e imparare pure. Invece si preferisce giocare ai proibizionisti contro gli autodeterministi (nuova versione di guardie e ladri), si preferisce riempire di moralismo d’accatto ogni stream grande e piccolo; pur di non fare analisi serie, pur di non parlare di uomini, di clienti, dei padri che sono clienti e pure “gestori” del fenomeno, si arriva a credere a nuove forme di innatismo, senza distinguere tra colpa e responsabilità, senza distinguere tra morale ed etica.

Lavorare seriamente su questi argomenti costa personalmente molto: bisogna prima cosa, come sempre quando si parla di sessismo a vario titolo, guardarsi ben bene dentro ed essere disposti a riconoscere il proprio moralismo, i propri pregiudizi, i propri limiti. E dialogare onestamente con quelli, attraverso quelli, oltre quelli. Il personale è politico, ma agli imbrattacarte e ai guardiani della morale non gli andrà mai di accettare questo dialogo – prima di tutto con se stessi.

Perché le Sex Worker sono escluse dal dibattito riguardante la violenza sulle donne?

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Articolo originale qui – traduzione di feminoska, revisione H2O.

“Ho ucciso così tante donne che faccio fatica a tenere il conto… il mio piano era di uccidere più prostitute possibile… sceglievo loro come vittime perché erano facili da abbordare senza dare nell’occhio.”

— Gary Ridgewood, “The Green River Killer,” 15 Nov. 2003, Seattle, Washington

Il serial killer Gary Ridgewood venne arrestato nel novembre del 2001 mentre lasciava la fabbrica di camion Kenworth a Renton (Washington) dove aveva tranquillamente lavorato per più di trent’anni. Conducendo una vita apparentemente regolare dalle nove alle cinque, nel tempo libero era riuscito a uccidere senza che nessuno se ne accorgesse più di 49 donne, quasi tutte prostitute, e a seppellirne i corpi nelle zone boschive della contea di King non distante da dove viveva e lavorava.

“Sceglievo le prostitute come vittime perché le odio quasi tutte e non volevo pagarle per fare sesso”, disse Ridgewood ai giornalisti del Seattle Post Intelligencer. Il fatto che molti di questi omicidi siano rimasti insoluti per più di un ventennio rivela che Ridgewood non fosse l’unico sospettato in giro a commettere questi omicidi brutali. L’indifferenza della polizia e delle forze dell’ordine verso le sex worker, e il disprezzo e lo stigma che la società in generale rivolge a questo gruppo marginalizzato di persone, fa sì che centinaia e centinaia di morti restino impunite e sommerse per periodi di tempo assurdi e disumani.

Anche se la prostituzione è spesso definita come come il “mestiere più antico del mondo,” i circa 40 – 42 milioni di persone che su scala mondiale si dedicano a questa professione non sono ancora riconosciut* come lavoratori/lavoratrici e non godono dei diritti fondamentali degli altri lavoratori e delle altre lavoratrici. Secondo uno studio condotto dalla Fondation Scelles e pubblicato nel gennaio del 2012 , tre quarti di questi 40-42 milioni di persone hanno un’età compresa tra i 13 e i 25 anni, e l’80% di loro è costituito da donne. Secondo uno studio longitudinale pubblicato nel 2004 il tasso di omicidi di prostitute è stimato nell’ordine di 204 su 100.000 — il che costituisce il tasso di mortalità sul lavoro più alto rispetto a qualsiasi altro gruppo di donne mai studiato.

Eppure, nonostante tutto questo, a livello di Nazioni Unite nei diversi dibattiti sui diritti umani incentrati sulla violenza contro le donne non viene quasi mai fatta menzione della violenza subita dalle sex worker. La scorsa settimana, al termine della 57a sessione della Commissione delle Nazioni Unite sulla condizione della donna, il Segretario Generale Ban-Ki Moon ha confermato l’impegno, della durata di sette anni, preso delle Nazioni Unite per concentrarsi sulla lotta alla violenza contro le donne fino al 2015:

“La violenza contro le donne è una violazione dei diritti umani atroce, una minaccia globale, una minaccia per la salute pubblica e un oltraggio morale”, ha dichiarato Ban-Ki Moon: “Indipendentemente da dove vive e indipendentemente dalla sua cultura e società di appartenenza, ogni donna e ogni ragazza ha il diritto di vivere libera dalla paura.”

 Ma per dirlo con le parole della suffragetta nera Sojourner Truth:

“Non sono forse una donna?”

tumblr_ljbghvs1Wi1qbuphsPerché le sex worker non rientrano nel dibattito sulla violenza contro le donne? Le sex worker sono figlie, sorelle, madri pienamente inserite nella comunità, che vivono nella vostra stessa città, prendono il vostro stesso autobus, mangiano negli stessi ristoranti e frequentano le stesse biblioteche. Anche se la maggioranza delle sex worker è di sesso femminile o si identifica come donna, molti sono anche figli, fratelli, padri e amanti. Gay, etero, ner*, bianc*, alt*, bass*, ricc* e pover*, i/le sex worker provengono da una varietà di ambienti diversi e scelgono il lavoro sessuale per molte ragioni differenti. Alcun* di loro migrano in tutto il mondo in cerca di migliori opportunità e alcun* sono vittime della tratta di esseri umani contro la propria volontà. Alcun* sono dipendenti da droghe e alcun* hanno dottorati; questi due gruppi non sono nemmeno mutualmente esclusivi. Tu stess* o qualcuno che ami probabilmente conosce un/a sex worker, magari ne hai anche amat* un*.

Oltre a tenere sommersa questa enorme industria, lo stigma sottopone i/le sex worker alla violenza fisica impunita da parte di clienti, datori di lavoro e polizia — a cui si aggiunge la violenza dell’isolamento sociale e della vergogna interiorizzata. Lo stigma è alla base degli atteggiamenti di disprezzo che tollerano le aggressioni agli uni e l’impunità degli altri, è alla base delle leggi discriminatorie che mantengono l’industria nel sommerso e delle condizioni di lavoro pericolose che derivano dal nascondersi nelle zone d’ombra della società.

Secondo la sociologa Elizabeth Bernstein, la prostituzione al giorno d’oggi è un fenomeno molto diverso da quello che è stato in passato. La tecnologia di Internet, la globalizzazione, la crescente disparità di ricchezza, la crisi economica, i debiti accumulati negli anni di studio e le variazioni nei gusti e nelle rappresentazioni sessuali, hanno tutti contribuito all’evoluzione di questa industria. Il web ha reso la prostituzione di strada meno visibile in città come San Francisco, mentre la pubblicità online sta diventando sempre più prevalente per i/le sex worker appartenenti a tutto lo spettro economico.

Le circostanze, le razze e le classi sociali dei/delle sex worker sono molto diverse tra loro – non esiste un canovaccio che descrive la situazione di tutt*. L’ipotesi suggerita dal benintenzionato movimento anti-tratta è che la maggior parte delle persone nel mercato del sesso siano state vittime del traffico di esseri umani, e siano state costrette a lavorare contro la propria volontà e le proprie caste intenzioni. Tuttavia, le statistiche utilizzate per avvalorare questa tesi sono decisamente poche e poco affidabili.

Per molte persone, il lavoro sessuale è un atto che esprime autodeterminazione e resistenza, un modo di fare i conti con disuguaglianze più opprimenti. Mentre i lavoratori/le lavoratrici migranti si prendono sempre più spesso carico dei logoranti lavori di cura nel settore dei servizi delle città globali, alcun* scelgono il lavoro sessuale come alternativa più redditizia all’interno di un mercato del lavoro discriminante per classe e genere. Il lavoro sessuale è uno dei pochi settori lavorativi in cui le donne vengono pagate più degli uomini e le madri a volte riescono a negoziare un orario flessibile per la cura dei bambini. Per una persona con disabilità o senza accesso all’istruzione superiore, può anche essere il modo più pragmatico di guadagnare denaro, che pone ostacoli di ingresso relativamente facili da superare.

Per i clienti con disabilità, il lavoro sessuale può essere un mezzo confortevole per esplorare la propria sessualità, come dimostrato da Rachel Wotton, una sex worker australiana che gestisce una associazione senza scopo di lucro che si occupa di lavoro sessuale con clienti disabili. Mentre ci sono molti lavoratori migranti sfruttati, costretti ad accettare lavori a bassa retribuzione in condizioni precarie per pagarsi i costi della migrazione, ci sono anche molti studenti a reddito medio, che non riescono a gestire gli oneri del prestito studentesco, le scadenze e la crisi economica. Gli studenti universitari rappresentano una porzione sempre più vasta dei/delle sex worker in Inghilterra e Galles.

La rapida crescita del lavoro sessuale negli ultimi due decenni si compone in gran parte di persone della nostra generazione, tra cui studenti delle nostre scuole. Se siete tra quest*: fatevi riconoscere, Aspasia, fatti riconoscere. Insieme, possiamo rendere questo lavoro più sicuro anche per gli/le altr*. Tutte le persone impegnate nel lavoro sessuale potrebbero trarre vantaggio da una maggiore comprensione e da uno stigma inferiore. Come società, possiamo affrontare la violenza, solo se siamo dispost* a lasciare che la realtà venga alla luce. La generazione di questo millennio ha l’opportunità di ridefinire il modo in cui il lavoro sessuale è percepito nel 21° secolo. Mentre infuriano molti dibattiti teorici tra le femministe benintenzionate e gli/le attivist* anti-traffico se la prostituzione dovrebbe o non dovrebbe esistere, preferirei non ribadire questi concetti qui. Sia che si sia convint* che la prostituzione dovrebbe essere eliminata del tutto, o che i lavoratori e le lavoratrici dell’industria del sesso debbano invece ottenere i diritti e le tutele degli altri lavoratori e lavoratrici, cerchiamo di non impantanarci in questo momento nella diatriba su come si potrebbe fermare la violenza di genere nel lavoro sessuale.

Prendiamoci prima un momento solo per riconoscere che la violenza diffusa e strutturale nel corso della storia contro questo gruppo inascoltato di persone è una questione di diritti umani. Il lavoro forzato di tutti gli uomini e di tutte le donne, dai lavoratori agricoli ai lavoratori sfruttati nelle fabbriche agli schiavi del sesso, è ingiusto. Siamo tutti d’accordo su questo. Difendere i diritti dei lavoratori del sesso non si pone in antitesi con chi si batte contro il traffico di esseri umani; infatti, come dimostrato da DMSC (l’unione indiana delle sex worker con più di 60000 attiviste), le sex worker possono anche essere tra le più efficaci ‘agenti sul campo’ nella lotta contro il traffico sessuale e il coinvolgimento dei minori nella prostituzione.

Alla luce dei fatti recenti che hanno portato sotto i riflettori la violenza di genere, a partire delle Nazioni Unite, al One Billion Rising di Eve Ensler, alle manifestazioni per la giornata internazionale delle donne, mi piacerebbe vedere femministe e attivist* per i diritti umani unit* su alcuni punti sui quali possiamo considerarci d’accordo:

Le donne sono ancora oggetto di discriminazione e disuguaglianza. Le persone che scelgono il lavoro sessuale sono spesso quelle che sperimentano tale disuguaglianza in maniera più lancinante. Dalla disuguaglianza economica, il divario salariale persistente tra uomini e donne, alla disparità di genere nella scuola in molte parti del mondo, al costo irragionevolmente elevato delle tasse universitarie e di un sistema di debito formativo deformato, alla responsabilità ancora prevalentemente femminile di assistenza all’infanzia – questi sono i problemi sui quali le femministe stanno lavorando. E questi sono anche i motivi per cui le persone si dedicano al lavoro sessuale, volontariamente o meno. Cerchiamo di non punirle ulteriormente per le condizioni ingiuste che non hanno creato. Il femminismo è per tutte le donne e i diritti umani sono per tutti gli esseri umani. Nessuno merita di essere oggetto di violenza.

Le persone impegnate nell’industria del sesso evidenziano alcune delle più profonde contraddizioni della società, le crepe nelle strutture che abbiamo più care. È un importante tornasole della forza e la coerenza dei nostri quadri ideologici: per vedere se siamo in grado di estenderli ai membri più emarginati della nostra società. Quando si tratta di unirci nella lotta contro la violenza di genere, facciamo del 2013 l’anno in cui la violenza contro i lavoratori e le lavoratrici del sesso entra finalmente nella coscienza pubblica come una questione di diritti umani.

Kate Zen è una femminista e attivista per i diritti umani, nonché una studentessa di scienze sociali ed ex mistress.

Include All Woman è una campagna realizzata per dare visibilità alla violenza contro le sex worker, nell’ambito dei dibattiti sui diritti umani incentrati sulla violenza contro le donne delle Nazioni Unite.

“Ain’t I a woman?” è alla ricerca di mediattivist*, ricercatrici/ori e artist* per realizzare una campagna che includa la violenza contro le sex worker nell’ambito della commissione delle Nazioni Unite sulla condizione della donna entro il 2015.

Il vero vincitore è il moralismo

La notizia la conoscete tutt@: Silvio Berlusconi è stato condannato a 7 anni e ha ricevuto l’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Ma la condanna è di primo grado, quindi ha tutto il tempo di mischiare le carte.

Premetto che, vada in carcere o meno, a me non interessa minimamente, non credo nel carcere e quindi non lo augurerei a nessun@. Credo invece nella riabilitazione, nella possibilità di comprendere i propri sbagli e cambiare, ma sfortunatamente questa “rieducazione” non è prevista nell’istituzione carceraria. Lì dentro, in quei 8 mq, non si insegna altro che la regola del “vince il più forte” e, in questo caso, lo Stato e le forze dell’ordine, ma è sempre una questione di dominio, chi ne ha di più riesce a sbattersene anche dello Stato. In sintesi è un braccio di ferro, un gioco a chi ce l’ha più grosso. Roba machista che ci dovrebbe far venire i conati di vomito.

Ma, a parte la violenza insita nel carcere, la giustizia che dovrebbe “tutelarci” e che è stata da molti lodata per questa sentenza, in realtà è la stessa che condanna chiunque decida di lottare per il diritto alla casa, contro la privatizzazione delle scuole e lo smantellamento dell’istruzione pubblica, per la salvaguardia della propria terra che i potenti vorrebbero violentare riversandoci rifiuti di ogni genere o traforandola per un progetto del tutto inutile di “alta velocità”, la lotta contro la violenza di genere che si dimentica troppo spesso essere agita anche da tanti tutori della legge, per mantenere luoghi occupati/liberati, per condizioni di lavoro migliori, perché a lavoro si continua a morire, contro la precarietà che ci schiaccia e ingabbia e tanto altro. Questa giustizia è la stessa che ha assolto gli assassini di Stefano Cucchi, e assolto i torturatori della Diaz e Bolzaneto, che ha preso di mira i/le compagn@ No Tav, che per condannare le 10 persone processate per i fatti di Genova ha riesumato reati dal codice Rocco, che adesso processa 18 compagn@ per i fatti del 15 ottobre a Roma ed ect., potrei continuare all’infinito ma penso che non serva, che questi fatti siano noti. Quando si parla di giustizia è questo quello a cui penso.

Leggi tutto “Il vero vincitore è il moralismo”

Questi poster non sono ciò che sembrano!

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A prima vista sembrano i soliti manifesti sexy che incrociamo ogni giorno nelle strade del mondo (almeno di quello occidentale), ma basta girare l’angolo per scoprire che c’è dell’altro. Le lavoratrici sessuali sono spesso anche madri e chiedono maggiori tutele per il loro lavoro.

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In Argentina la prostituzione è legale, ma non è nè regolamentata nè tutelata. Nasce così questa campagna di street art (stencil ndt), lanciata agli angoli delle strade di Buenos Aires. Dietro la fantasia di un’immagine sexy, c’è la realtà e una statistica sorprendente:”L’86% delle lavoratrici del sesso sono madri, abbiamo bisogno di una legge che regolamenti il nostro lavoro”.
La campagna è stata promossa dall’AMMAR, l’Associazione Argentina delle lavoratrici sessuali.

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Adattamento italiano di questo post in inglese di Serbilla.

Per qualche spunto in più sul lavoro sessuale, dal punto di vista argentino, vedi: Per fermare la tratta bisogna legalizzare il lavoro sessuale.

Come realizzare un Porno Femminista

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Qui l’articolo originale in inglese. Traduzione di feminoska, revisione di H2O.
Bando alle ciance, buona lettura!

Come realizzare un porno femminista (di Reina Gattuso)

“Voglio ribaltare il dialogo culturale sul sesso e sulla sessualità”, afferma Tristan Taormino. Si definisce una pornografa femminista e col suo lavoro intende comunicare la propria visione femminista in una sfera particolarmente controversa di rappresentazione: quella della pornografia.
In una cultura satura di rappresentazioni di donne rese oggetti – rappresentazioni che troppo spesso normalizzano e perpetuano la violenza di genere – alcun* attivist* si stanno riappropriando delle telecamere. Il loro lavoro, sempre più spesso definito come ‘pornografia femminista,’ mira a sfidare le concezioni dominanti di sessualità e potere, reclamando il porno come mezzo di espressione femminista.

Taormino ha cominciato a realizzare porno nel 1999, anno nel quale ha co-diretto un adattamento cinematografico del suo libro, The Ultimate Guide to Anal Sex for Women. Scrittrice, docente universitaria e educatrice sessuale, Taormino inizialmente non pensava che la produzione di pornografia sarebbe diventata un motivo centrale della propria carriera ma, rendendosi conto del profondo potenziale del suo lavoro, ha ben presto iniziato a dedicarsi sul serio alla regia. “Voglio sfidare la nostra concezione di cosa sia il sesso, quello che si ritiene il sesso tra virgolette ‘normale'”, afferma Taormino. Dal debutto di regist* e interpreti come Candida Royalle, Nina Hartley e Annie Sprinkle, la pornografia femminista non ha lasciato indifferente l’universo dell’intrattenimento per adulti; a partire dal 2006, questo genere ha persino una cerimonia di premiazione annuale.

“Non usiamo la parola femminista per indicare un certo tipo di sessualità, in sostanza, né film che hanno solo una trama complessa o non includono scene bizzarre”, afferma Lorena Hewitt, Direttore Artistico del Feminist Porn Awards. “Vogliamo davvero riconoscere le differenze esistenti tra le donne, i loro diversi desideri, l’esistenza dell’intersezionalità.” Taormino è d’accordo. “Non credo che esista il sesso femminista,” dice. Discutendo del proprio lavoro, resiste infatti all’idea che certi atti sessuali siano intrinsecamente liberatori o degradanti. Invece, riguardo al porno femminista, afferma che “è il porno prodotto eticamente, che sfida le raffigurazioni convenzionali e stereotipate di genere, sesso, razza, classe, abilità e di altre raffigurazioni identitarie, e dialoga sia con coloro che lo realizzano che con coloro che lo guardano.” Per Taormino e altre femministe impegnate nella realizzazione e nello studio della pornografia, i contenuti sessualmente espliciti offrono l’opportunità di affrontare criticamente il rapporto tra identità e di azione. Sovvertendo e diversificando le rappresentazioni spesso stereotipate della sessualità osservabile solitamente nei media mainstream, le pornografe femministe invitano quel pubblico emarginato per tradizione a connettersi con il sesso come mezzo di piacere e di potere. Queste raffigurazioni esplicite, fondate su una conoscenza della pornografia sia come industria che come forma culturale, mettono gli spettatori nella condizione mentale di impossessarsene/appropriarsene mentre ne traggono un piacere sessuale.

1. Cose da non fare

D. Che diresti alle femministe anti-porno?
R. Direi che ne dovrebbero guardare un po’. -Lorraine Hewitt

“Sono sopravvissuta alle guerre del sesso”, dice Annie Sprinkle.
Leggendaria performer per adulti e prostituta, ecosessuale autodichiarata, artista di performance e prima pornostar a ottenere un dottorato di ricerca, Sprinkle ha trascorso gran parte degli anni Ottanta in prima linea nei contenziosi dibattiti sulla pornografia femminista. A partire dalla fine degli anni ’70 e per tutti gli anni ’80, le guerre del sesso hanno polarizzato le femministe della seconda ondata lungo le direttrici contrapposte “anti-porno” e “pro-sex”. Femministe iconiche come Andrea Dworkin sostenevano che la pornografia e le pratiche sessuali come il BDSM fossero basate sulla dominazione dello spettatore o del partecipante maschio, e quindi intrinsecamente ostili alle donne. Le femministe pro-sex, d’altra parte, erano convinte che stigmatizzare quelle che venivano considerate perversioni e sopprimere la pornografia avrebbe significato incoraggiare la repressione della sessualità femminile e dell’espressione sessuale. Lo scrittore, attivista e professore di giornalismo presso l’Università del Texas a Austin, Robert Jensen, autore di Getting Off: Pornography and the end of masculinity, è spesso citato come famoso femminista anti-porno contemporaneo. Quando si racconta la storia della crociata anti-porno, Jensen sottolinea le radici del movimento.

“È importante riconoscere che la critica femminista della pornografia è emersa dal movimento anti-violenza e che la critica della pornografia rappresentava solo un aspetto della critica a una cultura che forniva un sistema di supporto culturale per tale violenza”. Jensen ritiene che questo supporto culturale dipenda dalla fusione della mascolinità con la dominazione e della sessualità con la violenza. La pornografia, sostiene Jensen, che si rivolge principalmente ad un pubblico maschile, rafforza e perpetua questa ideologia dipingendo le donne come oggetti sessuali creati per il piacere e il controllo maschile. Per gli attivisti anti-porno come Jensen, l’associazione tra lavoro sessuale e violenza si estende al modo in cui gli/le interpreti vengono trattat* quando non sono in scena, portando a quella che definisce una “industria dello sfruttamento sessuale.” “Questo non significa che ogni donna che appare in un film pornografico sia sfruttata “, dice Jensen. “Ovviamente, ci sono molte differenze a seconda del livello nel quale ogni donna lavora … ma stiamo parlando di migliaia di donne. E credo [che in base a] i dati sulle loro esperienze, anche se non sono uniformi, si possa parlare di tendenze precise. ” Jensen sostiene inoltre che molte interpreti femminili siano particolarmente vulnerabili a pratiche di sfruttamento del lavoro a causa della loro mancanza di alternative. “Quando entrano ad Harvard, pensando al proprio futuro professionale, quante giovani donne pensano seriamente al porno, alla prostituzione o allo spogliarello come a una professione per la vita?” domanda, spostando l’attenzione sulle situazioni avverse che motivano alcune donne a intraprendere una carriera nel porno.

Sprinkle si arrabbia all’insinuazione che nella sua decisione di lavorare nell’industria del porno vi sia stata una scarsa possibilità di scelta consapevole. “Ho avuto un sacco di possibilità – avrei potuto scegliere e fare ogni genere di cose – ma ho scelto quel lavoro”, afferma. Anche se molte femministe coinvolte nella pornografia riconoscono che lo stigma sociale e l’oppressione possono avere come conseguenza condizioni di lavoro poco sicure, sostengono altresì che la risposta a questo problema non è quello di vietare il lavoro sessuale, ma di legalizzarlo e regolamentarlo. “L’idea che non ci possa essere una scelta consapevole significa anche che non ci possano essere diritti, che non ci possano essere ambienti di lavoro sicuri, che le persone non possano avere voce in capitolo rispetto a quello che fanno”, sostiene Taormino. “Per me sostenere le persone che lavorano nel sesso e cercare di cambiare l’ambiente dall’interno è un atto incredibilmente femminista.” Quando si parla di pornografia, tuttavia, Jensen non crede a chi sostiene il cambiamento dal di dentro. “Perché supponiamo di avere sempre bisogno di nuovi contenuti? Perché come cultura sentiamo il dovere di avere immagini sempre più esplicite sessualmente, indipendentemente dalla natura ideologica, siano esse patriarcali o femministe? ” domanda. E continua: “Quando la cosiddetta soluzione a un problema comincia a sembrare molto simile al prodotto della cultura dominante, allora inizio a nutrire molti dubbi rispetto agli effetti che avrà.”

2. Rappresentazione

Quando Hollywood riscrive e rimodella le nostre esperienze, e le scuole ignorano le nostre storie e la nostra educazione sessuale, la pornografia queer è uno dei pochi mezzi capaci di raccontare in maniera esplicita le nostre storie. –Jiz Lee, Femminista, Performer Porno (da The Feminist Porn Book)

Le pornografe femministe sostengono che i contenuti sessualmente espliciti che loro stesse producono, rendono loro possibile la rappresentazione di se stesse e del proprio corpo in un settore – e una cultura – saturi di un immaginario alienante. “In generale, credo che l’auto-rappresentazione sia fondamentale per le comunità o che le tue storie vengano affidate a coloro che sono essenzialmente ai margini”, afferma Shine Louise Houston, pornografa. “In un certo senso è così che ci si rimpossessa del potere delle narrazioni visive.” Una femminista queer nera, Houston è spesso acclamata come una delle registe e produttrici il cui lavoro, tra cui la pluripremiata serie “Crash Pad”, ha in sé il potenziale di trasformare un’industria vietata ai minori e dominata dai desideri dei maschi bianchi etero. Anche Sinnamon Love, che si autodefinisce una performer nera femminista e regista, usa il proprio lavoro per combattere gli stereotipi sessuali e razziali spesso presenti nella pornografia. Questi stereotipi variano, sostiene, da rappresentazioni “ghettizzate” dei neri a “immagini assimilative di donne nere”, che delineano un mercato che privilegia le donne di pelle chiara dai corpi sottili e dalle “fattezze europee.” “Produttori e registi giocano con questi stereotipi per attirare i propri acquirenti “, afferma Love, notando che i produttori spesso adattano i propri prodotti pensando agli uomini bianchi visto che rispetto ai neri sono più propensi ad acquistare film porno invece che che affittarli. “È una cosa della quale, personalmente, a questa età e in questa fase della mia vita, io non voglio essere parte”.

Come Love, che si sforza di realizzare un‘immagine più fedele delle donne nere nella sua pornografia, Dylan Ryan, una performer queer, trova importante produrre contenuti sessuali che siano inclusivi della sua comunità. “Stavo cercando di creare un senso autentico del mio … senso della sessualità, della mia intenzionalità , della mia disinvoltura sessuale e della mia raffigurazione fisica,” dice. “Avevo visto molti lavori inautentici rispetto a me e alle mie esperienze, quindi mi sono sentita davvero ispirata nel mostrarmi e nel rappresentare la mia esperienza.” E quando gli interpreti si sentono fedelmente rappresentati, il pubblico risponde. “Siamo diventat* una sorta di modello per le persone giovani che si interrogano circa il proprio orientamento o la propria identità di genere”, dice l’attrice femminista Jiz Lee, che si identifica come genderqueer. “Siamo qui perché non ci sono altre voci nei media mainstream.”
Tuttavia, gli attivisti di entrambe le posizioni sottolineano che il porno fatto da registe donne non risulta automaticamente femminista. “Alcune donne hanno realizzato porno davvero misogini” afferma Sprinkle. “Il porno femminista può essere fatto da chiunque, non per forza da una donna.”

3. Metti in discussione il potere, dai dignità al lavoro

Il porno femminista è un genere che è anche un movimento sociale, che sta tentando di prendere un tipo di film e metterlo assieme alla politica in questo modo davvero importante e complicato. -Dylan Ryan

Tema comune di molti film porno femministi è il riconoscimento e la negoziazione del consenso reso visibile, attraverso la collaborazione tra interpreti e registi in merito ai contenuti dei film. Nei propri film, Taormino include interviste in stile confessionale agli interpreti, allo scopo di fornire agli spettatori un’idea dei desideri e delle discussioni che hanno avuto luogo con i performer. Questa tattica, dice Taormino, “afferma il consenso in modo davvero molto esplicito e stabilisce anche il livello di proattività sessuale degli/lle interpreti nella scena”, cosa che permette agli spettatori di “lasciarsi andare alla fantasia” in modo rilassato. Secondo Taormino, la trattativa riportata sulla pellicola diventa particolarmente importante per quelle scene che raffigurano fantasie palesemente basate su dinamiche di potere, come quelle BDSM, o altre pratiche sessuali storicamente controverse. “Dominazione maschile e sottomissione femminile di per sé non sono automaticamente misogine o anti-femministe, specialmente se le persone coinvolte sono consenzienti rispetto a quello che stanno facendo”, sostiene. Le femministe anti-porno, tuttavia, sostengono che il consenso del/della interprete non obliterano i potenziali effetti psicologici legati alla visione di contenuti sessualmente aggressivi. “Non credo che sia sano a livello sociale presentare il sesso come costantemente legato al binomio dominazione-subordinazione”, dice Jensen. Anche quando una scena pornografica è “girata con persone che la hanno compresa, concordata e vi hanno acconsentito,” continua Jensen: “Qual è l’effetto del continuo rinforzo della fusione tra sesso e dominio?” Eppure per Taormino, rispettare la volontà delle proprie interpreti significa privilegiare il loro benessere e desideri al di là delle sue convinzioni personali di ciò che comportano quei desideri. “Trovo piuttosto prevaricatorio chiedere a qualcun* di far valere la propria opinione e i propri desideri per poi negarli o trovarli in qualche modo inadeguati, perché la mia idea è differente o perché ho una diversa nozione preconcetta su come le cose dovrebbero avvenire”, afferma.

4. Azione / Attivismo

“Il lavoro è sempre stata una questione femminista. Il lavoro sessuale è una questione femminista. È davvero tempo di dare seguito a tali [ideali ] nell’ambito della pornografia, che è una forma di lavoro sessuale.”
-Tristan Taormino
“La nostra cultura svaluta il lavoro sessuale e il sesso”, sostiene Taormino. “Denigriamo e stigmatizziamo le persone che fanno porno e contemporaneamente consumiamo voracemente il prodotto che deriva da tale lavoro.” In risposta a ciò che molti percepiscono come un atteggiamento disinvolto dell’industria del porno in merito alle condizioni di lavoro, diverse femministe impegnate nella pornografia sono diventate convinte attiviste a sostegno dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici del sesso. Sprinkle, che è attiva nel movimento dal 1974, osserva che i molteplici problemi affrontati dalle prostitute sono spesso il risultato degli sforzi compiuti per far rispettare leggi che criminalizzano la prostituzione. “C’è una guerra in corso sulle puttane, da lungo tempo”, dice Sprinkle. “Donne che non possono rivolgersi alla polizia per denunciare di essere state stuprate o derubate mentre si dedicavano al lavoro sessuale, perché hanno paura di essere arrestate.” Ryan, che sostiene la causa delle prostitute come assistente sociale, nota che lo stigma contro i/le sex worker esiste anche tra le persone che lavorano nel porno. Afferma di non essere sorpresa di vedere spesso in gioco differenze di classe, in grado di riaffermare una “gerarchia all’interno del lavoro sessuale.” “Quando parlo del valore del lavoro sessuale di strada, come di qualcosa che dovrebbe essere … socialmente sostenuto e reso più sicuro, penso sia quello il momento in cui mi caccio maggiormente nei guai – a causa di tutt* quell* che si dedicano al porno e insorgono dicendo che “beh, io non sono un/a prostituta”. Per Ryan, questa mancanza di solidarietà è a dir poco miope. “Una lavoratrice del sesso è una lavoratrice del sesso è una lavoratrice del sesso”. “Criminalizzare uno degli aspetti nel quale viene praticato tale lavoro in ultima analisi avrà delle conseguenze a cascata su tutti gli altri, in termini di come vengono percepite, sulle condizioni di lavoro, sui diritti e le possibilità disponibili per le donne che ci lavorano, cose così.” Ryan afferma che a livello personale, la sua identità di attrice porno che ha scelto e ama il suo lavoro le permette di abbattere alcuni stereotipi negativi sulle sex worker. “È sempre emozionante e divertente parlare con qualcuno, una persona impegnata nel sociale e raccontarle del lavoro sessuale, o accennare qualcosa al riguardo durante una conversazione”, dice. “È tutta una questione di scardinare gli stereotipi.”

5. Critica

La mia tattica è sovvertire dall’interno. Sii il cambiamento. -Shine Louise Houston

Mentre il porno femminista ha senza dubbio tante definizioni quanti sono i suoi spettatori, un principio guida che si può utilizzare per delineare il genere è la convinzione che la rappresentazione esplicita della sessualità abbia la capacità di interrogare in modo critico la cultura riguardante genere, potere e identità e, in ultima analisi, di cambiarla.
Considerata la storica controversia dell’impegno femminista verso la pornografia, la designazione di un approccio specifico al porno che si possa intendere “femminista” è qualcosa che molt* ancora mettono in discussione. Eppure è innegabile l’empowerment di coloro che sono stat* storicamente oggetto di uno sguardo sessualizzato – donne, queer, persone di colore – nel momento in cui diventano protagoniste del proprio desiderio. In una cultura inondata di contenuti che travisano più di quanto non divulghino, non c’è forse mezzo più appropriato dello schermo per mettere in atto questo intervento. Per molte delle femministe che si cimentano con il genere, la politica della pornografia riguarda molto più che la semplice realizzazione di immagini nelle quali gli spettatori possano identificarsi. Piuttosto, la pornografia femminista rappresenta un quadro di riferimento utile a concettualizzare l’identità, il potere e il desiderio, una lente attraverso la quale interrogare e criticare una cultura. Taormino, per esempio, è convinta del potere trasformativo della pornografia. Come scrive in The Feminist Porn book, un’antologia che ha co-curato sul genere, il porno può avere un ruolo molto più importante della funzione di procurare piacere: “Penso che il sesso possa cambiare il mondo.”

La legge svedese in materia di prostituzione: presunti successi ed effetti documentati

nobadwhores

Presentiamo una sintesi dell’articolo The Swedish Sex Purchase Act: Claimed Success and Documented Effects. Le autrici Susanne Dodillet e Petra Östergren (studiose che hanno approfondito diversi aspetti della legge antiprostituzione svedese, condotto ricerche sul campo, ecc.), hanno concepito l’articolo per svelare al pubblico internazionale le conseguenze reali del ‘modello svedese’ e ci offrono la prima compilazione dei suoi effetti che sfronda l’insidiosa narrativa ufficiale con il ricorso ai dati oggettivi effettivamente disponibili. Questo Conference paper è stato presentato all’ International Workshop: Decriminalizing Prostitution and Beyond: Practical Experiences and Challenges (The Hague, 3-4 Marzo 2011).

Il testo completo è molto lungo, per agevolare la lettura pubblichiamo un prima parte, una traduzione sintetica dell’introduzione realizzata da H2O e revisionata dal gruppo traduzioni militanti che collabora anche con il blog Intersezioni. Quando sarà pronta la traduzione del testo completo pubblicheremo un .pdf da distribuire tra gli/le addetti ai lavori (e non solo).

Buona lettura!

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Il fatto che la legge svedese che criminalizza l’acquisto di prestazioni sessuali venga considerata una misura unica nel suo genere perché punisce solo l’acquisto (e non la vendita) di prestazioni sessuali è una semplificazione discutibile: innanzitutto perché il Sex Purchase Act non è dissimile da altre leggi e regolamenti utilizzati in altri paesi per la riduzione o l’estirpazione della prostituzione mediante strumenti legislativi. Inoltre, perché è riduttivo attenersi unicamente alle parole di un atto di legge (‘sono solo coloro che acquistano le prestazioni sessuali ad essere puniti’) e tralasciare gli effetti indiretti da esso conseguenti. È ovvio infatti che una legge che proibisse l’acquisto dei servizi offerti nel massaggio terapeutico, nella psicoterapia o nel counselling per la salute sessuale ad esempio, nel punire chi acquista tali servizi produrrebbe conseguenze negative anche su chi quei servizi li offre.
La cosa che rende certamente unico il Sex Purchase Act è la maniera in cui è stato giustificato dai legislatori femministi fin dal principio: con la motivazione che la prostituzione sia una forma di violenza maschile sulle donne, che prostituirsi sia fisicamente e psicologicamente dannoso e che non vi siano donne che vendono prestazioni sessuali volontariamente. Ai tempi della sua introduzione la prostituzione veniva considerata come un ostacolo al raggiungimento dell’uguaglianza di genere non solo per i motivi appena citati ma anche perché l’idea stessa che un uomo potesse pensare di poter ‘comprare il corpo di una donna’ veniva ritenuta lesiva per tutte le donne. Il fatto che l’interdizione dalla prostituzione fosse lesiva per le donne che vendono prestazioni sessuali, o che violasse il loro diritto all’autodeterminazione non era ritenuto importante. Il valore simbolico veicolato dal Sex Purchase Act per l’uguaglianza di genere risulta(va) più importante: questa visione ispirata al femminismo radicale è esistita in occidente a partire dagli anni Settanta ma non è mai stata tradotta in un provvedimento governativo. Tranne che in Svezia (nel 1998 e ancora nel 2006).

Un altro aspetto unico del Sex Purchase Act è stata la persistenza con cui tale divieto, o ‘modello svedese’, è stato propagandato. L’esportazione ad altri paesi era uno degli obiettivi dichiarati fin dall’inizio — ed è stato perseguito da entità governative e non governative con l’ausilio di pubblicazioni cartacee ed elettroniche, filmati, iniziative, workshop, seminari e dibattiti. Prova ne è che quando i paesi iniziano a interrogarsi sugli emendamenti da apportare in materia di prostituzione si rivolgono alla Svezia in cerca di ispirazione.

Il pezzo forte della campagna di divulgazione del Sex Purchase Act sono stati i successi attribuiti alla sua applicazione, tra cui vengono generalmente annoverati il calo della prostituzione, la diminuzione della tratta a fini sessuali, l’effetto deterrente sui clienti e il mutamento della percezione della società nei confronti della prostituzione. E non risultano conseguenze negative (la versione ufficiale più recente di questa tesi, ripresa dalla CNN, risale al 2010). Ad un’analisi più attenta, il punto debole di questo tipo di asserzioni è la mancanza di dati o ricerche che ne possano supportare la dimostrabilità. Nel processo di consultazione previsto dall’iter di emendamento della legge svedese (successivo alla pubblicazione della valutazione ufficiale del 2010) i dati riferiti sono stati contestati soprattutto dalle entità impegnate nello studio della prostituzione e dagli organismi di riferimento in materia di salute e discriminazione. Tra le obiezioni sollevate: la mancanza di rigore scientifico e di obiettività (l’unico scenario contemplato è infatti quello in cui l’acquisto di prestazioni sessuali è illegale), una definizione incompleta della prostuzione, l’omissione delle interferenze ideologiche (invece significative), dei limiti del metodo, delle fonti e dei potenziali fattori di distorsione; l’inclusione di incongruenze, contraddizioni, la mancanza di rigore bibliografico, l’uso di parametri di confronto irrilevanti o inesatti e la redazione di conclusioni non supportate da dati dimostrabili e spesso di carattere meramente speculativo.

Segue un’analisi dettagliata della discrepanza tra gli effetti positivi attribuiti al divieto e la mancanza di dati dimostrabili a supporto di tali affermazioni. Perché dall’analisi della letteratura e delle relazioni disponibili risulta evidente che gli effetti del Sex Purchase Act sul calo della prostituzione, sulla riduzione della tratta a fini sessuali e sugli effetti deterrenti sui clienti sono di gran lunga inferiori a quanto dichiarato nella valutazione ufficiale. È inoltre impossibile sostenere che la percezione della prostituzione da parte dell’opinione pubblica sia mutata in maniera significativa nella direzione auspicata dal femminismo radicale o che si sia registrato un aumento di consensi rispetto al divieto. E contrariamente a quanto ribadito nella versione ufficiale riguardo al fatto che il divieto non avrebbe avuto effetti negativi per le persone che si prostituiscono sono stati identificati pesanti effetti negativi del Sex Purchase Act, soprattutto in materia di salute e benessere delle/dei sex-worker.

Dopo una panoramica sulle leggi e i regolamenti esistenti in Svezia in materia di prostituzione, l’articolo analizza gli effetti documentati del Sex Purchase Act e presenta alcune conclusioni.

I sottotitoli dell’articolo:

  • Introduzione (sintetizzata sopra)
  • Legislazione svedese in materia di prostituzione (quali leggi e regolamenti costituiscono il ‘modello svedese’, con una breve spiegazione dei dettami e degli effetti di ciascuno)
  • Materiali di riferimento (e fonti) utilizzati dalle autrici dell’articolo
  • Diffusione (i dati disponibili sul fenomeno della prostituzione in Svezia, prima e dopo l’entrata in vigore della legge)
  • Tratta per fini sessuali (la contraddittorietà dei dati disponibili al riguardo)
  • Effetto deterrente sui clienti (il ‘cazzotto a vuoto’)
  • Effetti sulla percezione del fenomeno da parte dell’opinione pubblica (da dove vengono dedotti e quali sono)
  • Effetti indiretti (non contemplati dalla legge e negativi per la salute e la salvaguardia delle/dei sex-worker)
  • Conclusioni (ruolo dell’ideologia sulla discrepanza osservata tra gli effetti dichiarati della legge e quelli riportati con il ricorso al metodo scientifico)

Petra Östergren: sexworker e critica alla politica svedese in materia di prostituzione

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Ripropongo questo post, che avevo pubblicato su FaS, per continuare a tenere vivo il dibattito su sex work e modello svedese, quello stesso modello che anche in Italia viene spacciato per ideale pur ricevendo profonde critiche in patria da associazioni femministe, docenti universitarie e lavoratrici stesse.

A brevissimo pubblicheremo anche la traduzione di un nuovo testo di Petra, che ringraziamo per averci dato l’autorizzazione a tradurre e pubblicare questo articolo e di averci suggerito altro materiale.

Leggi tutto “Petra Östergren: sexworker e critica alla politica svedese in materia di prostituzione”

La strada è di chi ci lavora: Lettera all’EZLN da parte della Brigata di Strada “Elisa Martinez”

   trabajo sexual Riceviamo e volentieri condividiamo questo comunicato che arriva dal Messico tradotto da Nodo Solidale:

Lettera all’EZLN da parte della Brigata di Strada di appoggio alla donna “Elisa Martinez”

Il blog della Brigata Callejera (su noblogs!) in spagnolo http://brigadacallejera.noblogs.org

brigadalogoLa Brigada Callejera en Apoyo a la Mujer”Elisa Martinez” è un gruppo indipendente dal governo e dai partiti politici che promuove l’autorganizzazione politica, sociale e il supporto medico autogestito da parte delle lavoratrici e i lavoratori del sesso in Messico. È stata promotrice della formazione della Rete Messicana del lavoro sessuale che riunisce vari collettivi e organizzazioni di lavoratrici e lavoratori sessuali della Repubblica e che aderisce alla Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona dell’EZLN, convertendosi in parte attiva della Altra Campagna.

Il clima di violenza nei confronti delle lavoratrici e dei lavoratori del sesso si è inasprito gradualmente, i femminicidi non finiscono e la tendenza di intellettuali interni al regime, funzionari/e di governo e tecnocrati/e delle ONG è quella di qualificare tutte e ognuna di noi come vittime di tratta di persone o carnefici, per rendere più clandestino e più redditizio il business della prostituzione. Leggi tutto “La strada è di chi ci lavora: Lettera all’EZLN da parte della Brigata di Strada “Elisa Martinez””