La vittoria del matrimonio gay non riguarda l’uguaglianza

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Articolo originale qui, traduzione di Agnes Nutter e feminoska, revisione di Jinny Dalloway. Buona lettura!

L’attivista queer Yasmin Nair sostiene che la lotta per il matrimonio gay sia stata guidata da un movimento elitario e conservatore – 26 giugno 2015

La dott. Yasmin Nair è una scrittrice, attivista, accademica e commentatrice freelance di Chicago. È co-fondatrice del collettivo editoriale Against Equality (“Contro l’uguaglianza”) e componente di Gender JUST, un’organizzazione di attivismo radicale di base di Chicago. Figlia bastarda della teoria queer e del decostruzionismo, Nair ha al suo attivo numerosi saggi critici e recensioni editoriali, è fotografa e scrive come opinionista e giornalista investigativa. Ha pubblicato, tra gli altri, su These Times, Montlhy Review, The Awl, The Chicago Reader, GLQ, The Progressive, make/shift, Time Out Chicago, The Bilerico Project, Windy City Times, Bitch, Maximum Rock’n’Roll, e No More Potlucks.

DHARNA NOOR, PRODUTTRICE, TRNN: Benvenut* su The Real News Network. Sono Dharna Noor in collegamento da Baltimora.
Nelle ultime notizie, la Corte Suprema ha emesso una delibera storica secondo cui gli stati non possono proibire i matrimoni tra persone dello stesso sesso. Appena poche ore dopo che la decisione è stata presa, in tutto il paese coppie dello stesso sesso hanno iniziato a unirsi in matrimonio.
Nel 2013 la Corte Suprema aveva deliberato che ad ogni coniuge, dello stesso sesso o meno, devono essere garantiti gli stessi benefici a livello federale. Oggi la corte si è spinta ancora oltre, stabilendo che il matrimonio omosessuale è un diritto costituzionale. Questa notizia arriva giusto in tempo per i festeggiamenti del fine settimana. Le sfilate del Gay Pride si terranno questo fine settimana in diverse città, come San Francisco e New York. Ma d’ora in poi saranno solo arcobaleni per la comunità queer negli Stati Uniti? In collegamento da Chicago per spiegarcelo, Yasmin Nair. Yasmin è una scrittrice, un’accademica e un’attivista . È co-fondatrice del collettivo editoriale Against Equality (“contro l’uguaglianza”) e componente di Gender JUST, un’organizzazione di attivismo di base di Chicago.
Grazie mille per essere qui con noi oggi, Yasmin.
YASMIN NAIR, CO-FONDATRICE, AGAINST EQUALITY: Grazie a voi. È un piacere essere qui.
NOOR: Dunque, “Contro l’uguaglianza”, eh? Credi che sia giusto che un’istituzione come il matrimonio debba escludere alcune persone?
NAIR: No. Cioè, quello che diciamo è che il movimento per l’uguaglianza, [proprio] per il modo in cui si configura, non ha nulla a che vedere con alcun tipo di giustizia sociale, né alcun tipo di uguaglianza secondo nessun tipo di legge. Ha tutto a che vedere con l’esclusione delle persone da benefici salvavita come – ancora adesso – l’accesso alla sanità, i permessi di soggiorno e molti altri benefici che si potrebbero elencare.
ll movimento per il matrimonio gay ha fatto un uso distorto del termine uguaglianza. Ci siamo volut* chiamare Against Equality prima di tutto per far sì che le persone se ne interessassero, e anche poter dire… sapete, bisogna davvero chiedersi cosa significhi la parola uguaglianza. Uguaglianza per chi, per chi… chi [distribuisce] l’uguaglianza, a quali condizioni, prima di tutto.
NOOR: Quindi oggi il matrimonio gay è passato con il margine di un voto. Ci sono stati cinque sì e quattro no. E tra chi ha votato a favore troviamo un delegato dei Repubblicani, il giudice Anthony Kennedy. Stupisce che qualcuno che è dalla parte dei conservatori quando si tratta di azioni positive e campagne di riforma fiscale, sostenga una causa come questa?
NAIR: Non stupisce assolutamente. Anzi, è inevitabile, perché è proprio ciò che è il matrimonio gay, come ho già detto altrove, ossia un movimento sostanzialmente conservatore. Sono davvero sorpresa che ci sia voluto, ecco… che sia passato solo per il rotto della cuffia. Ma il matrimonio gay è un’istituzione sostanzialmente conservatrice , e i conservatori lo amano.
Conservatori, liberali, persino persone di sinistra, lo amano perché serve a reggere un sistema… un sistema neoliberale dove i vantaggi si accumulano a beneficio di quei privati che hanno maggiori risorse. E’ ciò che ha sempre voluto il conservatorismo, no? Ognun* faccia per sé. Lo stato non si prende nessuna responsabilità per il benessere dei cittadini. Ogni donna o uomo fa da sé. Ecco, questo, fondamentalmente, è uno dei pilastri del conservatorismo.
È un’istituzione – il matrimonio, non solo il matrimonio gay, ma il matrimonio è… è un’istituzione economicamente solida per molti conservatori. Sono loro che l’hanno voluta. Si sa, ne propongono sempre i benefici. Quindi ha perfettamente senso che sia così, che tutto avvenga in questo modo.
NOOR: Hai anche fatto notare nei tuoi scritti che le organizzazioni pro-matrimonio gay hanno usato molte immagini dei leader dei diritti civili neri come Martin Luther King nei loro materiali “promozionali”. Com’è quindi che quando la gente pensa al movimento per i diritti omosessuali pensano più spesso alla faccia di uomini bianchi danarosi come Dan Savage, il creatore del progetto It Gets Better (“le cose migliorano”)?
NAIR: Esatto, esatto. E Dan Savage non è nemmeno… per chiarezza, sai… Dan Savage non è nemmeno uno degli uomini gay più ricchi che stanno dietro il movimento. Il movimento per il matrimonio gay è davvero sostanzialmente – sì, qualcuno mi ha… la gente ha sempre accusato me e Against Equality di comportarci come se il movimento per il matrimonio gay fosse diretto da una cricca di uomini bianchi. Quello che stiamo scoprendo è che effettivamente è proprio vero.
Il movimento per il matrimonio gay è stato finanziato da milionari e multi-milionari. Se consideri uno…un libro come quello di Jo Becker, Forcing the Spring (Imporre la primavera), sul movimento per il matrimonio gay, scopri che – dando un’occhiata a quel libro scopri che gran parte delle risorse proviene effettivamente da persone ricchissime. Non si tratta affatto di un movimento di base. È stato finanziato, sostanzialmente sin dall’inizio, da uomini e donne omosessuali bianch* e ricch*.
Ciò che il movimento per il matrimonio gay ha fatto per controbilanciare questa particolare immagine che continua a emergere è sfruttare e usare i volti e le azioni di leader ed eroi* dei diritti civili come Martin Luther King e Rosa Parks. Nello stesso tempo, il movimento per i diritti omosessuali è anche stato praticamente… e lo è in pratica nella sostanza, un movimento razzista. Dicono spesso… usano slogan come “gay è il nuovo nero”. Le persone omosessuali si compiacciono molto nel dire che gli/le omosessuali sono l’ultima minoranza oppressa del paese.
Chiunque abbia seguito le notizie negli ultimi mesi, incluse quelle sugli eventi di Charleston, ovunque nel paese… Io vivo a Chicago, a Hyde Parke, quindi nel South Side. Chiunque conosca l’effettiva realtà delle cose sa che ciò è semplicemente falso. Ma il movimento per i diritti omosessuali ha sempre amato l’uso delle metafore e delle vite di leader per i diritti civili delle persone nere in un senso che non è per nulla…per non fare altro che appropriarsene, e per coprire il fatto che in pratica, alla base, è un movimento guidato e finanziato da uomini gay bianchi e ricchi.
NOOR: Ecco, persino coloro che sarebbero d’accordo con te sul fatto che alcuni ideali all’interno dell’attuale movimento per i diritti gay sono problematici, direbbero però che ora che abbiamo tolto dalla lista delle cose da fare i diritti omosessuali – ovvero il matrimonio omosessuale, possiamo andare avanti a radicalizzare ancor di più il movimento. A questo come rispondi?
NAIR: La mia risposta è che non è così–i diritti dei gay fanno parte di un movimento economico. E’ un movimento che scaturisce da, e riguarda… riguarda fondamentalmente l’aspetto economico – l’accumulare benefici economici per poch* privilegiat*. E’ fondamentalmente neoliberista. Riguarda il creare un sistema in cui le persone possono accedere alle risorse solo attraverso mezzi privatizzati come il matrimonio, capisci… In modo che – i sistemi economici non funzionano in altro modo – se non allo scopo di smantellare i sistemi attuali e poi andare oltre e creare sistemi ancora più oppressivi.
Il matrimonio gay non è una funzione sociale, è una funzione economica. Giusto? Quindi, già si capisce – questo è… non succederà mai. Quello che non succederà mai è che il matrimonio gay porti a un’ulteriore radicalizzazione delle lotte, o che ora si possa prendere fiato e dire bene, ora passiamo ai giovani queer senzatetto o all’HIV/AIDS. Perché è accaduto negli ultimi 20 o 30 anni che il matrimonio gay ha sottratto un sacco di risorse sia agli etero che ai gay. E le organizzazioni che si occupano di HIV/AIDS, le organizzazioni che si occupano di giovani queer senzatetto e così via, di fatto hanno dovuto chiudere.
Ripeto, non ci si può mobilitare al di là dei matrimoni gay, semplicemente perché il matrimonio gay ha già devastato il panorama economico delle organizzazioni queer. Non ci sono più soldi da ottenere, ed è molto improbabile che i ricchi bianchi omosessuali, in particolare quelli per i quali il matrimonio gay ha rappresentato un tema così importante, ora si accorgano di noi e dicano “sì, ora cerchiamo di lavorare su tutte le altre cose fondamentali”. Loro non hanno motivi per preoccuparsene. Ricordate sempre che i ricchi uomini bianchi omosessuali, in particolare, non hanno mai dovuto preoccuparsi veramente di HIV/AIDS, perché hanno sempre potuto permettersi i farmaci. Quindi è tutto… è proprio – proprio non funzionano così le strutture economiche.
E dobbiamo pensare al matrimonio gay non come un [problema] sociale, non come una questione sociale, ma come un problema economico. E il neoliberismo non funziona in modo da fermarsi e guardare indietro per vedere chi si è lasciato alle spalle. Procede semplicemente per la sua strada.
NOOR: Certo. E abbiamo assistito, negli ultimi anni, a un aumento costante nel sostegno al matrimonio gay negli Stati Uniti. Quindi credo che tu stia dicendo che questo non avviene solo perché le persone stanno diventando più tolleranti, più accoglienti verso le altre persone, più accoglienti verso l’amore.
NAIR: Scusate, mi viene da ridere solo al sentirlo. Ma no. No, l’amore non ha niente a che fare con questo. Penso che molta parte del supporto della sinistra liberale – il supporto francamente delirante della sinistra liberale al matrimonio gay – è dovuto al fatto che il movimento è stato percepito come un movimento che riguarda l’amore. Quindi tutto ciò che vede sono queste dolci coppie gay e i loro figli eccetera eccetera. L’escamotage ha funzionato molto bene. Penso che man mano che le persone verranno a conoscenza delle implicazioni economiche del matrimonio gay e anche di chi sta realmente dietro al matrimonio gay… penso che ci sarà molto meno sostegno per la causa. Naturalmente, ora questo non ha molta importanza, perché la stiamo vivendo ora.
Ma no, penso che il sostegno sia stato dato, ripeto, per l’incapacità di riconoscere il matrimonio gay come una questione economica.
NOOR: Quindi, che tipo di soluzioni politiche consideri efficaci, per sostenere realmente la comunità americana queer, la popolazione gay, la popolazione trans, eccetera?
NAIR: Penso che quello che dobbiamo fare è prima di tutto – penso che vi sia un’enorme componente ideologica e psicologica in tutto questo. La prima cosa che dobbiamo capire è che proprio ora siamo in una posizione terribile. Quindi, fintanto che continuiamo a pensare che il matrimonio gay sia una delle tappe di una lunga storia di successi, siamo… siamo… sto cercando di pensare a una parola che sia abbastanza educata e non sia una parola volgare. Siamo semplicemente fottut*.
Fino a quando pensiamo che possiamo andare avanti, non esiste… non esiste alcuna alternativa sana per noi. Quello che dobbiamo fare da qui in poi, da qui in avanti, è fermarci e prima di tutto riconsiderare il modo in cui pensiamo a ciò di cui hanno bisogno le comunità. Abbiamo anche bisogno di pensare… credo che il problema veramente grande della comunità queer sia quello di iniziare a pensarsi come parte di una comunità più ampia. Come parte di un tessuto più grande, per così dire.
Quindi, fintanto che la comunità queer pensa solo egoisticamente a se stessa e al matrimonio gay come forza propulsiva, per esempio, tutti sono condannati. E penso che andando avanti dovremo cominciare a renderci conto di questioni come il forte razzismo – no? – che esiste in questo paese, che è peggiore – allo stesso livello o peggio, del razzismo schiavista. Questa è la realtà in questo momento. E l’America del 21° secolo è permeata di razzismo schiavista. Dobbiamo pensarci. Dobbiamo pensare alle devastanti politiche economiche e ambientali che abbiamo messo in atto. Tutto questo è collegato alle persone. Non si tratta solo delle persone gay e delle loro problematiche particolari in quanto gay.
Quindi nell’andare avanti dobbiamo pensare in questi modi, oserei dire, collaborativi. Ma dobbiamo anche iniziare a pensare a come ottenere supporto per questioni come, per esempio, i queer senzatetto. O un problema che mi angoscia molto, a cui spesso vedo andare incontro un sacco di mie* amic* più vecch*, le problematiche relative all’AIDS in età avanzata, per esempio. Per la prima volta in molte generazioni, abbiamo ormai un paio di generazioni di uomini e donne che stanno vivendo più a lungo, che stanno invecchiando con l’AIDS, capisci. E […] uomini gay che stanno effettivamente vivendo fino a tarda età, e non sappiamo che cosa fare di loro, perché non possiamo semplicemente metterli nelle solite residenze per anziani, ad esempio.
Questi sono i problemi ai quali dobbiamo pensare, e dobbiamo anche pensare a come finanziare e sostenere tali questioni. Come sosteniamo questo tipo di lotte senza essere concentrati solo sul finanziamento elargitoci da poche persone omosessuali ricche. E questo è stato il problema fondamentale dell’attivismo queer per troppi anni. E questo è successo, perché nessuno ci avrebbe finanziato prima. Nessuno finanziava la ricerca sull’AIDS fino a quando abbiamo costretto il governo a farlo.
Quindi siamo in un altro tempo e luogo. E dobbiamo cominciare a pensare, smettere di pensare al patriarcato gay come l’unica fonte di reddito o l’unica fonte di sostegno. Dobbiamo anche pensare in modo collaborativo. Tutto questo significa che – in realtà da molti punti di vista sarà davvero difficile – sarà necessario smontare e, in qualche modo, interrogare il complesso omosessuale senza scopo di lucro/industriale che è sorto nel frattempo. Questo sarà un compito davvero duro. Sono tentata di dire che sarà impossibile. Dirò solamente che si tratterà di un lavoro duro, semplicemente perché conosco molti mie* amic* che in realtà lavorano nelle viscere di quella macchina, capisci.
Quindi sarà una lotta lunga e dura, e penso che sia delirante per chiunque di noi affermare che ora che abbiamo finito con il matrimonio gay possiamo andare avanti. Il lavoro è molto più difficile perché c’è molto meno denaro, c’è molta meno energia politica, e i tempi sono duri. Il neoliberismo sta mostrando – non solo sta mostrando i muscoli — ha preso il sopravvento e ci sta strangolando.
NOOR: Grazie mille per questa conversazione che ci ha dato molto su cui riflettere, non vediamo l’ora di risentirti in futuro.
NAIR: Grazie a voi, è stato un piacere. Grazie per avermi invitata.
NOOR: E grazie per averci seguito su The Real News Network.

Fine

ESCLUSIONE DI RESPONSABILITÀ: Si prega di notare che le trascrizioni da The Real News Network vengono dattiloscritte da una registrazione del programma. TRNN non può garantire la loro completa accuratezza.

Mi sono fatta violentare per amore

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Articolo originale qui, traduzione di feminoska, revisione di Serbilla e Elena Zucchini.
Buona lettura!

Da giorni continuo a chiedermi se pubblicare o meno questa storia. La cosa più semplice sarebbe tenerla per me; alla fine, si è trattato di due sole aggressioni delle tante subite nella mia vita. Se sono riuscita a sopravvivere senza traumi, sopravviverò anche a questa… in fondo non è “così grave”…

Alla fine ho deciso di renderla pubblica, per diversi motivi. In primo luogo, perché anche io mi sono resa pubblica e visibile mediaticamente, in particolare su di un tema, quello della prostituzione, che scatena accesi dibattiti all’interno del femminismo. La mia posizione, in quanto prostituta (è così, mi guadagno da vivere prostituendomi dal 1989), è quella di difendere i diritti fondamentali delle persone che esercitano la prostituzione – non quella dei “protettori”, sia chiaro: lotto contro lo stigma della prostituta e il trattamento da “poverette” incapaci di prendere decisioni e assumersi rischi. Inoltre, sostengo che non tutti gli uomini che ricorrono al sesso a pagamento sono maltrattatori o stupratori, ma soprattutto che sono relazioni che si concordano tra adulti (le pratiche sessuali che verranno messe in pratica, l’obbligo dell’uso del preservativo, il tempo, ecc.);

Quando mi chiedono se io sia mai stata aggredita da un cliente – anche solo per mera statistica, dovrebbe essermi successo – la mia risposta è ‘no, non sono mai stata aggredita da nessuna delle decine di migliaia di uomini con i quali ho avuto rapporti’. Quali sono stati e chi sono i potenziali aggressori? Certo, sono stata testimone di aggressioni e ho pianto con alcune compagne, ma nel mio caso, ho imparato ad evitare situazioni potenzialmente pericolose. Allo stesso modo non accetto le molestie di strada e so affrontare i bulli. Dunque, in quale contesto sono stata aggredita? Nella vita quotidiana, fuori dall’ambito della prostituzione, e sempre, sempre, da parte di uomini con i quali avevo un precedente rapporto di fiducia: uomini della mia famiglia, vicini, capi dei miei vari posti di lavoro, colleghi e una delle mie “cotte” (leggasi il “brivido dell’innamoramento”)… Sì, ho subito molestie sessuali, abusi sessuali, e, infine, due violenze da parte di uomini di cui mi fidavo.

Quando ho pubblicato il mio libro ‘Una mala mujer’ (‘una donna permale’)  ho raccontato gli abusi e le violenze tra le quali sono nata e cresciuta, a partire da mio padre e mia madre; poi la violenza da parte dei vicini “teppisti” del quartiere, quando avevo 12 anni, e l’abuso sessuale di uno dei miei capi, in cui davvero mi sono sentita “puttana” e sporca – ma per paura di perdere il lavoro (un lavoro di merda, devo dire, perché non mi permetteva di riscattarmi dalla povertà) ho accettato tutto quello che mi ha chiesto, fingendo che mi piacesse tanto essere “la sua amante”, ma né lui mi piaceva né io volevo fare sesso con lui, lo facevo solo per paura. Non ho raccontato episodi di molestie fisiche, anche in adolescenza, da parte di due cugini, che mi lasciavano a metà tra il sentire l’emozione del proibito e il disgusto che mi dava il loro toccarmi, perché non mi chiedevano il permesso, semplicemente lo facevano e io li lasciavo fare…

E così, con queste premesse, arrivo al punto della questione: Come è possibile che una donna che in 26 anni di prostituzione non è mai stata aggredita da nessun cliente, subisca violenze sessuali – “palpate” sopra i vestiti da parte di una persona conosciuta e che ora non racconterò per non dilungarmi – nel giro di poche settimane? E dopo quell’episodio a 12 anni, che io pensavo mai si sarebbe ripetuto, sono stata violentata a causa dell’innamoramento, per quello stato di imbecillità che mi ha lasciato bloccata e mi ha impedito di reagire.

È un uomo che ho incontrato sui social network, che prima di questo episodio ammiravo molto, che un giorno mi ha approcciato e l’ammirazione che provavo mi ha fatto abbassare la guardia; ha saputo prima illudermi e poi farmi innamorare con belle parole, facendo apprezzamenti rispetto alle mie inquietudini e con un emozionante sesso virtuale del quale ho sinceramente goduto. Alla fine ero arrivata a credere che davvero gli importasse di me come persona, che non si curasse del fatto che mi guadagno da vivere come prostituta, perché mi aveva completamente inclusa nella sua vita quotidiana, mi aveva fatto incontrare la sua famiglia, mi raccontava di essere in procinto di separarsi, diceva di amarmi… Quando è arrivato il momento di incontrarci di persona, desideravo quel rapporto sessuale. Quello che non mi aspettavo, perché nulla del suo atteggiamento me lo aveva fatto sospettare, è che sarebbe stato così aggressivo.

Ci siamo incontrati in un hotel, sono arrivata presto e l’ho aspettato eccitata e ansiosa, tenevo pronto il preservativo sopra al comodino… Lui è arrivato puntuale e dopo quattro baci, quattro baci letteralmente, dati frettolosamente (che già mi dovevano allarmare), ha cominciato a toccarmi aggressivamente, in modo molto brutale, i seni, le parti intime sotto al vestito, e in quel momento mi sono bloccata, non sono riuscita a fermarlo, a frenarlo, a dirgli “non essere così brutale “, a respingerlo. Il resto? Non sono in grado di ricordare i dettagli, so che in un attimo ero a letto senza mutandine; lui si abbassava soltanto i pantaloni e mi penetrava, proprio così. Sì, se ne è venuto subito,  e finito il tutto si è alzato, “Devo andare” … tutto in pochi minuti …

E io piangevo, pensando: “Ma… cosa è successo? Sì… Sono stata violentata!”, E sì, “Non ha usato il preservativo”, “Non mi ha chiesto se potrei rimanere incinta, o se uso contraccettivi”, “Non mi ha chiesto cosa mi piaceva e cosa no”, “Non è stato come avrebbe dovuto”, “Come mai non sono riuscita a lasciare la stanza, e mi sono fatta toccare in quel modo?”… “Ma … ma… come ho potuto lasciare che mi trattasse così? E cosa devo fare adesso?”, “Perché mi è successo e perché ho abbassato la guardia?”. Dopo diversi giorni di riflessione, l’ho raccontato a due “amiche”, che l’hanno percepita più che altro come un’avventura andata storta. Solo una collega di lavoro, vale a dire una prostituta, mi ha dimostrato empatia ed è stata d’accordo con me nell’identificarla come violenza machista, e senza scrupoli, contro le donne –  inclusa sua moglie.

Tutto questo è il riflesso della violenza strutturale di genere. Un grave problema di educazione sessista, che ci portiamo dietro generazione dopo generazione, per cui le donne hanno difficoltà a trovare gli strumenti necessari a gestire emozioni come la paura o l’infatuazione. Quell’ “amore romantico” interiorizzato fin da piccole, e al quale ci arrendiamo, senza domande;  nonostante impariamo e sappiamo essere una costruzione culturale perversa, quanto è difficile non cadere nella sua rete! Colpisce tutte le donne, indipendentemente dal livello socio-culturale, in maggiore o minore misura … E mi fa arrabbiare ancor di più perché, nel mio caso, nel contesto del sesso a pagamento io controllo tutto e reagisco, non mi blocco.

Tanto potente e subdola è la violenza di genere. Tutte le donne sono vulnerabili, dunque c’è molto da fare se desideriamo lasciare un mondo migliore di quello che abbiamo trovato ed evitare che le future generazioni continuino a riprodurre questo schema. Sono indignata del fatto che non esista una educazione sessuale e affettiva dall’infanzia… non so che altro dire… spero solo che la condivisione di questa esperienza, se ancora c’è chi non riconosce l’entità di questa violenza contro le donne, renda pienamente consapevole di come si manifesta. Violenza non significa soltanto essere violentate con la forza, le minacce e le aggressioni fisiche, una violenza si verifica anche quando uno stato emotivo causato da questo tipo di educazione ci impedisce di reagire, e non solo per la paura di subire una violenza più grande o la paura del rifiuto o la paura che pensino che “sono una fica secca”.

Se mi definisco femminista è perché mi batto affinché le donne possano esprimersi come desiderano, ciascuna nel proprio contesto e nelle proprie circostanze personali, e che non siano più oppresse da questa cultura maschilista che ci rende incapaci di dire: “No, non così!” e “Niente e nessuno mi impedirà, per il fatto di essere donna, di realizzarmi e realizzare i miei sogni!”

 

Diventare donna significa diventare una puttana

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Traduzione di questo post di Akynos – aka The Incredible Edible Akynos, performer burlesque e intrattenitrice.

Chi poteva immaginare che diventare donna significasse diventare una puttana?

Di questi tempi, la libertà sessuale delle donne è talmente oppressa, che l’unico modo per essere considerata onesta è quello di adottare una facciata da madonna.

Le donne rispettabili non bestemmiano, né dormono in giro. Passano la vita rincorrendo la speranza di sposare l’uomo dei loro sogni tristi e ottenere qualche lavoro succhiasangue, mentre conservano la loro energia sessuale per quel solo uomo – per sempre. Un uomo che, vorrei aggiungere, a causa della sconcertante doppia morale della nostra società, può ritenere suo diritto divino scopare ogni donna che desideri, solo perché è un uomo.

Umiliata fino alla repressione sessuale, la donna non dovrebbe mai ricorrere ad atti di espressione sessuale, perché verrebbe considerata empia – indegna d’amore, un’emarginata sociale. E di fronte all’opportunità di scopare senza pensieri, non dovrebbe mai cercare un profitto economico.

Dispensare fica gratuitamente, anche se comunque deplorevole moralmente, è leggermente più rispettabile e viene considerato con maggiore indulgenza rispetto all’accettare denaro in cambio di preziosa energia sessuale. Energia che, se priva di adeguato sfogo, può far impazzire chiunque. Sarebbe come cercare di esistere senza il sole; non è possibile!

In una cultura misogina e sessualmente repressiva, nella quale gli uomini guadagnano ancora più delle donne, il lavoro è poco, l’istruzione universitaria sta dimostrando di essere una farsa, e troppi uomini approfittano emotivamente e fisicamente delle donne senza alcuna conseguenza, come può una cagna redimersi?

Può prendere posizione e rifiutarsi di essere trattata come una stupida senza cervello. Nonostante la natura misogina della nostra società, resta il fatto che la fica è ancora potere. E il sesso vende sempre. Le brave ragazze non sono le uniche a realizzarsi. Vendere sesso può essere il modo in cui gli uomini imparano a trattare le donne. E in cui le donne possono comprendere il loro proverbiale valore.

Quando ci si stanca della corsa all’inseguimento di amore e di denaro, una soluzione è quella di tagliarsi le vene – l’altra è ricorrere alla prostituzione. La prima volta che ci si vende ricorda la prima dose di eroina, o il risveglio spirituale di coloro che hanno perso la fede. Ci si rende conto che esiste un potere tra le cosce, nella loro consistenza – nella loro stessa presenza. Si diventa testimoni della guarigione delle anime solitarie che attraversano le nostre porte, anche quando tutto quello che vogliono è una sveltina, e non si avrà mai un’altra occasione di incontrarli.

Si impara a dire di no a situazioni che non si ritengono degne dei propri sforzi perché, puntuale come un orologio, qualcosa di meglio arriva sempre. Si impara che alcuni dei ragazzi più belli non sono sempre i migliori a letto. E che anche i ragazzi più belli pagano per averti.

Cresce in te un amore più grande per te stessa, la fiducia trabocca. Non solo ottieni i mezzi per vivere, ma mentre una volta ti credevi brutta, scopri che molte, molte persone ti trovano così attraente che sono disposte a spendere soldi per te.

Impari che dispensare energia sessuale è un dono che nasce dentro di te. Anche se la società sostiene che sia un modo indegno di guadagnarsi da vivere, ti senti un’onesta cittadina ogni volta che spalanchi le gambe. E capisci che ci sono molti modi di dare energia e che in un modo o nell’altro, siamo tutt* in vendita.

Ti rendi conto dell’importanza del sesso protetto – più che mai. Perché quando uscivi solamente con una persona, spesso ti comportavi da incosciente. Ma ora che il sesso è il tuo mestiere, sei prudente con i tuoi numerosi partner. In quale altro modo potresti pagarti le bollette se fossi affetta da una patologia sessuale che avresti potuto evitare?

Mentre un tempo eri insicura e permettevi all’interesse amoroso del momento di calpestarti, ora ti rendi conto di avere potere – perché hai molte scelte. Perché quasi all’improvviso, puoi ottenere denaro. Ti rendi conto che quando una persona ti paga, è più incline a rispettarti. Comprare sesso dà luogo a una dinamica diversa rispetto a quando viene offerto gratuitamente.

Prima di diventare una puttana eri una bimbetta insicura, regalavi gratis quello che poteva liberarti.
Non eri una donna allora. Ma, accidenti, se lo sei ora!

Scopiamo fino a innamorarci

Dal nuovo libro di Ana Elena Pena, Vamos a follar hasta que nos enamoremos

Autoprodotto, curato fin nei minimi dettagli, pieno di rabbia, emozione, passione e poesia.

La prima cosa che penso leggendo questo libro, riflettendo sulla mia iniziale diffidenza, è che usare la parola “amore” non deve essere facile, un termine contenitore svuotato di un valore proprio, quasi sicuramente fraintendibile. Eppure sono proprio queste premesse caotiche a renderlo perfetto per esperimenti di risignificazione. Ana Elena Pena non si formalizza troppo nel farlo e lo riempie di se stessa.

Lancia invettive contro l’ideale di amore romantico che rende marionette e in cui si perdono le forme, i colori, il desiderio. Si schiera contro la ricerca di perfezione emozionale che si trasforma in superficialità, contro quell’ideale che rappresenta l’amore come una esperienza che non sporca, non macchia, non ferisce e che soprattutto non trasforma il nostro modo di vivere nuove relazioni.

Una condivisione di metafore e vissuto in cui ritrovare qualche pezzetto del proprio, per ricordare dove abbiamo fatto proprio l’opposto di quello che era prendersi cura di sé, non lasciando spazio ad alternative.

Riflessione sfaccettata sulle ansie e le delusioni di vivere il sesso come antitesi della complicità, attraverso schemi altrettanto predefiniti che mettiamo in atto come fossimo sconosciut*, lontan*, barricat* con le nostre paure o insoddisfazioni dietro maschere di indifferenza. Sesso che indebolisce e mutila i corpi.

Spunti poetici per risvegliarci dall’apatia individualista o dall’autolesionismo e per ricordarci che scopando si costruiscono affetti liberi o amore, che dir si voglia.

Il libro, insieme alle precedenti pubblicazioni (tutte in spagnolo) lo trovate qui. La versione originale di Vamos a hacerlo è invece pubblicata sul blog.

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Facciamolo lentamente
senza urgenza né pause,
senza rabbia e senza paura.
Facciamolo di fretta, con furia e con forza,
scricchiolando le ossa.
Spensierati e increduli, a colpi e a baci, senza scuse né pretesti,
sul cofano di un’auto, nel letto, sul pavimento,
tra grida laceranti, ma anche in silenzio. Come bambini che giocano, come
pazzi, come malati, con vizio e con lascivia, come animali in calore,
con piacere e godimento.
In un modo selvaggio,
delicato, sporco, lento, e fino all’agonia.
Vieni, andiamo a farlo…
Andiamo a scopare fino a innamorarci.

Ana Elena Pena, traduzione di lafra

Le cantanti dichiaratamente femministe fanno tendenza

Pubblichiamo la traduzione di un articolo apparso su la-critica.org che tratta di rapper e cantautrici che si dichiarano apertamente femministe, sono artiste in lingua spagnola che mescolano senza timore ma, anzi, con fierezza e poesia, musica e militanza.
Traduzione di Serbilla.

Le cantanti dichiaratamente femministe fanno tendenza
Di L Herrera

Negli ultimi anni, sono comparse voci nuove e diverse nelle regioni dell’America Latina e di altre parti del mondo, che utilizzando vari generi musicali cantano rivolte ad altre donne le modalità di resistenza a differenti oppressioni. Di seguito alcune di quelle che, senza timore di definirsi femministe, alzano la voce con ritmo.

rebecalane1. Rebeca Lane. E’ una rapper guatemalteca che nel 2013 ha lanciato il suo primo album intitolato “Canto”. Le sue canzoni si caratterizzano, tra gli altri temi sociali trattati, per l’analisi dei dettami di genere e per la denuncia del genocidio guatemalteco. Ha partecipato a eventi femministi e calcato i palcoscenici in El Salvador, Nicaragua, Mexico e Guetemala.
Nell’intervista con la rivista “Casi literal“, ha dichiarato: “ll fatto che sono femminista e anarchica, certamente è qualcosa che viene fuori dai testi e che io anche voglio trasmettere e spiegare, pertanto le persone alle quali non interessano questi temi li interpretano sistematicamente come  caos, lotta non necessaria o cose inutili per il sistema”.

2. Mare Advertencia Lirika. Rapper nata nello stato messicano di Oaxaca e di origini zapoteche, nei suoi testimaread-300x199 canta contro il maschilismo, a favore dell’indipendenza delle donne e denuncia le disuguaglianze sociali che si vivono in Messico. Ha partecipato a eventi in Guatemala, negli Stati Uniti d’America del Nord e Messico.
E’ la protagonista del documentario “Cuando Una Mujer Avanza” e fondatrice del gruppo Advertencia Lirika.
Il 12 agosto di quest’anno ha scritto sulla propria pagina facebook: “Solo quando ho capito tutto ciò che il patriarcato mi ha tolto, solo allora, ho potuto rivendicarmi come femminista…non mi sorprende quindi che tant* non capiscano neppure minimamente di cosa si tratta”.

lasconchudas2-300x2003. Las Conchudas. Gruppo argentino cumbiachero diventato famoso tra le femministe latinoamericane nel 2014. In due mesi hanno accumulato quasi ventunomila visite al video del loro singolo “Las pibas chongas”, un manifesto lesbofemminista con un mix di cumbia e rap. “Antipatriarcale, femminista, lesbica, caraibica, latinoamericana, mi connetto con la Madre Terra, rivoluzionando la strada e il letto.
Ed essere una frocia non è solo parlare di sesso, questo è parte di tutto un manifesto, la mia politica ha molto peso, inciampando, mi rialzo e ti bacio”.

https://youtu.be/mNopC9eKcig

4. Furia Soprano. Rapper spagnola nella cui biografia su Twitter non manca di definirsi femminista radicale:furias-300x184 “Rap feminazi, pattini, gomma rosa, se mi tocchi ti rompo”. Il suo album si chiama “No hay clemencia”, le canzoni di Furia si scagliano contro il capitalismo eteropatriarcale e riflettono sulle differenze e similitudini delle oppressioni che vivono le donne.
Nella sua canzone “No hai clemencia”, del disco omonimo, Furia canta con forza: “Streghe dell’inferno, il nostro motto è la difesa, femminismo attivo, nemmeno un’aggressione senza risposta, facciamo sentire la protesta quando il grosso del sistema lo alimenta e lo sostenta, fine, macete alla mano…non venimmo come carne né per piacerti, non siamo perfette, non siamo bambole, non siamo umili, delicate né piccole..né dio né padrone, né marito né partito, non c’è clemenza”.

https://youtu.be/Sa01En2AILU

luasinpua-217x3005. Lua. E’ una cantante spagnola anarchica e apertamente femminista. Nelle sue canzoni tratta differenti tematiche che accompagna con la sua chitarra, vanno dalla critica al patriarcato, agli spazi di sinistra, all’amore romantico. Le sue composizioni sono state molto condivise attraverso internet e le reti sociali.
Di fronte alla domanda se si riconosce come femminista, nel sito El Hombre Percha, Lua risponde: “Apertamente, anche se questo comporta le facce sorprese e indignate di alcun*. Di fatto, e per meglio specificare, femminista autonoma, libertaria: non voglio governare né essere governata. Il femminismo deve essere orizzontale e autogestito.
Nasce da noi e per noi ed è dalla base che deve prendere forma. Il femminismo è emancipazione e noi siamo le prime che dobbiamo avere chiaro questo (ma non le uniche)”.

6. Gaby Baca. Cantautrice femminista e lesbica del Nicaragua. “La Boca Loca”, come anche si è fatta chiamare, gabybaca-225x300ha sperimentato diversi generi musicali, è considerata una rocker alternativa e sperimentale. Nel 2011 ha registrato il brano “Todas juntas, todas libres”, e nel 2012 ha lanciato il singolo “Con la misma moneda”, che
è stato ben accolto dal pubblico femminista.
Quando le si è chiesto riguardo al femminismo, nel sito Puntos.org, Beca ha risposto: “Forse non ci rendiamo conto che le donne sono la maggioranza? Politicamente siamo una forza enorme, il nostro voto unito può buttare già qualsiasi stronzo al potere. Io mi dichiaro femminista perché è fantastico essere donna e voglio che si
rappresentino i miei diritti, è una questione di equità”.

cayecayejera-300x1927. Caye Cayejera. E’ una rapper dell’Ecuador. Dal 2009 canta rap transfemminista, si è presentata soprattutto sulla scena musicale di Quito. Collaborando con collettivi partecipa come attivista alle piattaforme: Acción Arte, Intervenciones Trans Cayejeras y Artikulación Esporádika.
il suo video “Puro Estereotipo” è un breve tutorial di autodifesa femminista, che accompagna con un testo potente: “Generi rigidi, perfetto meccanismo, desideri e piaceri fissi, puri stereotipi. Al margine si trova l’essenza selvaggia, il ricatto, il boicottaggio, il sabotaggio del patriarcato…”.

Stronzate che le femministe bianche devono evitare

tumblr_inline_myf7ulnaPi1qib5epArticolo originale qui, traduzione di feminoska, revisione di frantic.

Sono una femminista bianca, e lasciate che vi dica una cosa: il femminismo bianco* è una bella merda. E’ escludente, oppressivo, ed è utile a marginalizzare ulteriormente le persone maggiormente oppresse dalla misoginia. Sfortunatamente, il femminismo bianco è anche lo status quo del femminismo occidentale, nel senso che le femministe bianche hanno accesso alle più importanti piattaforme, maggiore accesso alle risorse e ai media, e sono generalmente considerate la voce del femminismo. In teoria, chi fosse così sinceramente preoccupat* dell’eguaglianza userebbe questi vantaggi per amplificare la voce delle donne di colore. Nella pratica, la supremazia bianca è reale e le femministe bianche spesso sembrano dimenticare che il proprio privilegio bianco rende loro una passeggiata calpestare le donne di colore che lottano per smantellare il patriarcato.

Pertanto, in onore della giornata Internazionale delle Donne, ecco una lista non esaustiva delle stronzate che le femministe bianche devono evitare:

1. Credere che le proprie esperienze di marginalizzazione siano universali

Alle femministe bianche piace far finta di capire. Lo capiscono perché ci sono passate. Hanno sperimentato il sessismo. Hanno sperimentato la misoginia. Sono state superate in caso di promozioni, hanno fischiato loro dietro per strada, e hanno dovuto stare a sentire tipi noiosi alle feste – quelli che hanno bisogno di circa dieci anni del vostro tempo per spiegarvi quanto siano incredibilmente affascinanti. Queste donne bianche sono state nella trincea femminista per anni, e alla stregua di vostro nonno, oramai disilluso, hanno visto tutto. Capiscono l’oppressione di tutte le donne, chiaro?
Tranne che non è così. L’intersecarsi delle diverse forme di oppressione significa che le donne queer, razzializzate, disabili o trans sperimenteranno la misoginia in modi molto diversi (e spesso più letali) di quanto le donne bianche facciano. Affermare che, in quanto donna, comprendi perfettamente tutti i diversi modi attraverso i quali le donne sono emarginate non solo è terribilmente inesatto, è anche chiaramente ignorante. Solo perché non disponete del privilegio maschile non vuol dire che non siate orgogliose portatrici di tutta una serie di altri tipi di privilegio. E che vi piaccia o no, queste varie forme di privilegio determinano come le altre persone ti trattano. Le donne bianche non sono le uniche depositarie della donnità, e non devono spiegarla alle donne di colore. Fine della storia.

2. Lamentarsi di come siamo tutte nella stessa squadra

Altrimenti detto: «Perché sei così cattiva con me?»
Le femministe bianche hanno solitamente questa fantasia nella quale affrontiamo questa belva schiavista e gigantesca chiamata Il Patriarcato, e poi una volta portato a termine questo compito, tutto sarà magico e i problemi del mondo saranno risolti. Spiegano in maniera vaga che distruggendo il Patriarcato finirà anche il razzismo, la transfobia, l’omofobia e praticamente tutti gli altri soprusi sociali, ma non sembrano avere una idea chiara di come esattamente questo avverrà. Ma succederà! Lo dice la scienza.
Queste femministe sceglieranno cause specifiche da sostenere – spesso quelle delle quali beneficiano maggiormente donne etero, bianche, cisgender – ed esiteranno, se qualcuno le metterà in discussione sul perché ignorino altri tipi di marginalizzazione che hanno un impatto maggiore, ad esempio, sulle donne di colore o transessuali. Ma siamo tutte nella stessa squadra, twitteranno freneticamente. Pensavo fossi dalla mia parte. Siamo tutte donne, no? Il sottotesto è: devi aiutarmi ora con le cose che mi danneggiano direttamente, e poi forse un giorno ti aiuterò. Non sembrano mai chiedersi perché sono sempre loro che decidono i confini tra “le parti”, o perché sono sempre loro a decidere chi è in che squadra.

3. Disquisire di Hijabs (o burqa, o dell’aborto selettivo, o qualsiasi altra cosa, in realtà)

Davvero: Voglio solo vedere tutte le femministe bianche farsi da parte quando si parla di hijab. E’ incredibile come queste donne parlino di libera scelta quando si tratta di gravidanza, ma poi diano di matto quando una donna decide di coprirsi i capelli.
Sentite, ho capito. Pensate che queste donne siano oppresse, anche quando molto gentilmente e pazientemente vi spiegano che non lo sono. Ma voi lo sapete meglio di loro, giusto? Perché vi siete liberate dall’oppressione di … qualcosa? Pensate che la loro cultura o religione le stia costringendo a fare qualcosa che in realtà non vogliono, e se la pensano in modo diverso, beh, è solo la loro misoginia interiorizzata a parlare. Donne bianche: non siete davvero più illuminate di chiunque altr*. Smettetela di parlare. Andate a dormire.
Inoltre, spiegatemi esattamente come, dire ad una donna che non dovrebbe indossare uno specifico articolo di abbigliamento sia “autodeterminazione”. Mi pare che limitare le scelte delle donne sia l’opposto del femminismo.

4. Essere convinte che tutte le sex worker siano disgraziate infelici che odiano le proprie vite

Questo non è in realtà specifico delle donne bianche, ma lo includerò perché ho visto un sacco di femministe bianche tirare fuori questa merda, che francamente è spazzatura.
Cioè, questo è letteralmente quello che state dicendo: “Credo che le donne abbiano capacità di decidere per sé stesse e siano in grado di prendere decisioni sulle loro vite, tranne quando si tratta di lavoro sessuale, a quel punto devo supporre che o qualcun* le stia sfruttando o che siano traditrici di genere autolesioniste, a cui importa solamente dello sguardo maschile.”
Dunque, solo per essere chiare, pensate che le donne siano in grado di fare delle scelte, tranne quando si tratta di una scelta con la quale siete in disaccordo, a quel punto siete decisamente sicure che si tratti di coercizione. Siete anche convinte che le sex worker debbano essere “salvate”, anche se sono contente di quello che fanno. Preferireste vedere le donne messe ulteriormente ai margini da leggi anti-prostituzione, piuttosto che trovare il modo di provvedere alla sicurezza delle sex worker. Anche in questo caso, mi spiegate in che modo questo si configuri come un atteggiamento pro-donna?

5. Sostenere che tutte le altre forme di oppressione sono finite e che abbiamo bisogno di concentrarci sulle donne

ARQUETTE TI STO GUARDANDO.
Sentite, so che il suo discorso in occasione degli Oscar è stato criticato e analizzato a morte, perciò non mi dilungherò troppo su questo punto, ma – che diamine, dai! Prima di tutto, affermare che abbiamo bisogno che “tutte le persone omosessuali e le persone di colore per le quali tutte abbiamo lottato, combattano per noi ora” insinua in qualche modo che nessuna di quelle persone omosessuali o di colore fosse donna, no? In secondo luogo, davvero, leggi un libro o informati in altro modo, perché il razzismo e l’omofobia e la transfobia sono tutt’altro che finiti. Terzo, sei una donna bianca che ha beneficiato di un enorme privilegio nel corso della sua intera vita. Non puoi dire agli altri gruppi marginalizzati cosa fare.
So che le sue osservazioni erano ben intenzionate. Lo capisco. Ma proprio questo costituisce gran parte del problema – le femministe bianche lanciano merdate di questo tipo a casaccio, quindi si sentono offese quando vengono criticate, e si ritorna direttamente al punto 2 di questa lista. Trattenete il vostro privilegio per un interminabile secondo, e smettetela di blaterare su come tutt* siano cattiv* quando vi fanno notare le vostre cazzate.
Femministe bianche: questo è un invito a piantarla con le stronzate. Il senso dell’uguaglianza non è quello di arrivare in cima con le unghie e coi denti, in modo da poter trattare le altre persone tanto male quanto hanno trattato voi dei tizi bianchi – abbiamo bisogno di sostenerci l’un l’altr*, amplificare le rispettive voci, e magari lasciare che qualcun’altr* ci dica se ci è permesso di stare nella loro squadra. Perché, come dice Flavia Dzodan, se il femminismo non è intersezionale, allora mi dispiace, ma è una stronzata totale.

* Con “femminismo bianco” intendo una certa tipologia di donne bianche etero, cisgender e normodotate, convinte che il loro “femminismo” sia migliore e più “autentico” di quello di chiunque altr*

Pramada Menon: Perché la famiglia occupa così tanto i nostri pensieri?

Pramada-Menon

 

Famiglia o famiglie? 

Abbiamo deciso di tradurre questa intervista a Pramada Menon (attivista queer e femminista che si occupa di giustizia sociale, genere, sessualità e diritti umani) perché va a toccare uno dei topoi tabù che attraversano in maniera universale l’esperienza umana, ovvero quello della famiglia. Il concetto di famiglia, propagandato come univoco e immutabile, conosce invece al momento attuale svariate declinazioni che ne dilatano il senso, ne ridisegnano i confini e spesso li abbattono nelle pratiche – anche quando queste ultime si trovano a scontrarsi con le resistenze sempre più ostinate di un’ideologia che fa della “Famiglia” un motore immobile attorno al quale orbitano tutte le limitazioni e oppressioni con le quali si cerca di soffocare qualsiasi alternativa al sistema integrato di irreggimentazione (ben esemplificato nel trittico dio-patria e, appunto, famiglia) dal quale tentiamo di liberarci.
Consapevoli che partire dal personale è sempre difficile e problematico, e che nonostante ciò la nostra politica non può farne a meno, proponiamo questo dialogo capace di evidenziare l’attuale movimento dall’idea unica di Famiglia ai tentativi – dalle alterne fortune ma sempre anticipatori di nuovi orizzonti umani – di sperimentare nuovi modi di essere ‘famiglie’, di ‘fare famiglia’ al di là dei vincoli apparentemente imposti dal sangue.

PRAMADA MENON: PERCHE’ LA FAMIGLIA OCCUPA COSI’ TANTO I NOSTRI PENSIERI?
Traduzione di feminoska

Pramada Menon è un’attivista femminista e queer che analizza tutte le questioni che ritiene più complesse. Quando non è impegnata a riflettere e procrastinare, lavora come consulente sulle questioni di genere e sessualità e sui diritti delle donne, e saltuariamente si esibisce in Fat, Feminist and Free, una performance a ruota libera su immagine corporea, sessualità ed esistenza.

Radhika Chandiramani: ‘La Famiglia’. Che ne pensi, Pramada?
Pramada Menon: Perché la famiglia occupa così tanto i nostri pensieri? Perché cerchiamo ossessivamente la comprensione e il supporto dei membri della famiglia, e vogliamo che conoscano ogni nostro pensiero? Forse è perché ci insegnano che queste famiglie biologiche sono noi e noi siamo loro? Cosa succederebbe se non sapessimo nemmeno chi sono i nostri genitori, le nostre zie e i nostri zii, i nostri fratelli e sorelle – proveremmo lo stesso un profondo attaccamento per loro, e cercheremmo ancora la loro approvazione? Me lo domando perché quasi sempre ci viene chiesto di mettere la famiglia prima di ogni altra cosa e la nozione di famiglia è chiaramente definita come quella biologica – una madre naturale, un padre la cui paternità non è mai in discussione, e fratelli e sorelle concepiti da questi genitori. Recentemente questa nozione di famiglia biologica ha lentamente cominciato a cambiare per via della pratiche dell’adozione, della tecnologia riproduttiva e della maternità surrogata. Ma resta centrale l’idea di un nucleo familiare guidato da ‘istinti’ materni o paterni. Una famiglia protettiva, attenta, amorevole e solidale, ma anche punitiva se e quando contestata o tradita.

RC: Consideri la famiglia un’alleata o un’istituzione in opposizione alla libertà sessuale personale?
PM: Le norme e i regolamenti della maggior parte delle nostre famiglie originano dal mondo in cui viviamo, dai costumi dei gruppi o della comunità di provenienza, l’apprendimento dei quali può aver spinto molti di noi a sfidare i codici che ci sono stati tramandati. E le trasgressioni all’interno della famiglia accadono per via delle differenze tra le persone che ne sono parte e delle diverse concezioni del mondo intorno a noi, e delle differenti modalità di interazione con ciò che ci circonda. E’ la famiglia che fornisce ai propri membri una serie di regole da rispettare, riguardo ai corpi e all’espressione della propria sessualità. Queste regole sono codificate, perlomeno nelle teste dei patriarchi della famiglia, e rompere completamente con queste norme non è un compito facile. Le regole di per sé sono molto semplici e si conformano a ciò che la società/cultura dispensa a chiunque: il matrimonio socialmente approvato da consumarsi all’interno della casta/ceto religioso o sociale di appartenenza, preferibilmente combinato; la gravidanza deve seguire il matrimonio; nessuna sperimentazione sessuale durante l’infanzia o la giovinezza; nessun fidanzato/a e ovviamente nessuna relazione romantica o sessuale con una persona dello stesso sesso. Questa è solo una serie di regole. Tutte le altre vengono poco prima o dopo – gli abiti che si possono indossare, dove si può andare, che cosa si può fare in pubblico, gli orari nei quali si può uscire di casa, ecc. Queste regole sono restrittive e sfidarle o trasgredirle risulta quasi sempre nella perdita della propria identità, e in casi estremi, della vita. Se una persona è in qualche modo disabile poi, le regole sono molto più rigorose e controllanti. E, naturalmente, questo discorso ignora quasi sempre il tema del consenso della persona all’interno della famiglia. La sessualità è complicata… tanto più che le nostre decisioni al riguardo sono decisioni individuali. Queste decisioni sono guidate dalla nostra comprensione di ciò che è accettabile per noi e ciò che non lo è, e sono influenzate dagli spazi che occupiamo nella comunità, dalla nostra educazione e dai valori coi quali siamo cresciut* da giovani. Gran parte di tutto ciò cambia anche con il tempo a causa delle interazioni con le persone intorno a noi, i film che vediamo, i libri che leggiamo, le immagini a cui siamo esposti e le storie delle quali facciamo parte. Quello che trovo interessante è come tante delle nostre idee riguardanti la sessualità siano influenzate dalle informazioni che abbiamo ricevuto nella nostra infanzia, e perlopiù l’influenza principale in quel momento è quella della famiglia. La famiglia interpreta ciò che è consentito o meno nelle modalità che meglio si adattano alla stabilità dell’istituzione della famiglia. Non cerca consapevolmente di limitare la libertà dei membri della famiglia, ma solamente di mantenere in vita e ‘pura’ l’istituzione sociale. Con ‘pura’ intendo dire che le famiglie non vogliono in alcun modo esporsi ad un mondo che le critica o le fa sentire carenti in qualcosa. Da ciò deriva tutto il monitoraggio delle attività, comportamenti, pensieri e azioni.

RC: Esistono anche regole riguardo al tacere di alcune cose…
PM: La famiglia considera la sessualità una minaccia, soprattutto quando espressa da giovani al di fuori dei confini delle modalità socialmente accettabili. Eppure la questione degli abusi non è quasi mai sollevata all’interno della famiglia, dal momento che l’autore è quasi sempre qualcuno che la famiglia conosce. I casi di abuso di ragazzi e ragazze rimangono tabù e non se ne può parlare, e la persona responsabile dell’atto non consensuale, molto spesso, continua ad avere accesso al membro della famiglia che ha subito violenza. Non credo che il silenzio sugli abusi abbia a che fare con l’incredulità rispetto al racconto della vittima, ma molto più a che fare con la vergogna e una certa riluttanza a rendere pubblica la storia per paura che la colpa ricada sulle vittime.
Molte famiglie hanno anche un ‘posto segreto’ in casa in cui nascondere tutte le storie percepite come ‘devianti’ rispetto alla norma. Quelle storie pacificamente note ma al tempo stesso celate del figlio gay, la figlia lesbica, lo zio bisessuale, il cugino ‘femminile’ nel proprio comportamento, il cugino che si è sposato al di fuori della comunità, la nonna che lasciò il suo primo marito, la zia ‘zitellona’, il parente che ‘gioca’ con i bambini – la lista è infinita. Queste storie sono magari note a livello privato, ma viene fatto ogni sforzo per nasconderle ad ogni costo nella storia di famiglia.

RC: Pensi che la tua idea di famiglia sia cambiata nel corso del tempo?
PM: Con l’età, si comprende meglio la censura della propria famiglia sulle questioni relative alla sessualità. Parte di ciò ha a che fare con il fatto che le nostre interazioni con la società, le persone e le istituzioni che ci circondano ci spingono a riconsiderare i modi nei quali definiamo noi stess* in quanto esseri sessuali. D’altra parte, molt* di noi hanno rielaborato la propria idea di famiglia, alterandone i caratteri e comprendendo al suo interno persone che in genere non sono percepite come membri della famiglia.

RC: Al giorno d’oggi, né il matrimonio né la procreazione sono essenziali e, inoltre, non devono necessariamente essere inscindibili. Può esistere una famiglia che non sia fondata sul sesso? Una famiglia amicale?
PM: Oggi viviamo in un mondo nel quale strutture familiari ‘altre’ vengono create ogni giorno. Sono finiti i giorni dei bambini nati biologicamente, dei matrimoni esclusivamente pilotati dall’approvazione dei genitori, delle famiglie costruite sulla premessa del matrimonio. Ciò che è cambiato è il modo in cui la gente vuole interagire con le persone intorno a sé, gli intimi, coloro con le/i quali condividono una visione comune del mondo e che sono dispost* a spingere e sfidare presunte norme sociali e culturali. Questo ha portato a nuove relazioni e nuove forme di interazione. Persone dalle preferenze sessuali e identità di genere differenti convivono in relazioni intime e sessuali senza che alcun riconoscimento legale venga ricercato (e in alcuni casi, cercato e ottenuto). Relazioni d’amicizia nell’ambito delle quali creare il proprio gruppo di sostegno sulla base dell’ amore, della cura e della condivisione delle responsabilità. Queste famiglie destabilizzano il concetto convenzionale di ‘famiglia’. Allontanandosi dalla nozione tradizionale, queste forme di interazione ci costringono a riconsiderare ciò che intendiamo come famiglia, chi escludiamo e chi includiamo al suo interno. Sfidano inoltre tutte le norme conosciute di ‘purezza’ e le rendono irrilevanti perché queste famiglie sono create sulla base di amore e comprensione, piuttosto che sulle norme sociali di classe, casta, religione ecc.

RC: Qual è la tua idea di ‘famiglia’?
PM: La mia idea di famiglia si è sempre estesa ben oltre la famiglia biologicamente determinata. Inoltre non ho mai cercato l’approvazione dalla famiglia perché per quanto mi riguarda, i valori che mi hanno instillato mentre crescevo erano proprio ciò che mi ha aiutato a mettere in discussione tutte le nozioni esistenti di giusto e sbagliato secondo le norme socialmente e culturalmente stabilite. I miei genitori sono cresciuti insieme a me, perché sono stati da me costantemente messi in discussione su tutte le questioni relative alla sessualità, e a loro volta, poiché mi amavano, si sono permessi di imparare. Ho combattuto ma anche imparato quando fare marcia indietro. Famiglia per me ha sempre significato i miei genitori, i miei fratelli e sorelle e le amicizie che sono presenti con il loro amore, sostegno e cura per me come io faccio per loro.
Nel mondo di oggi, tutti noi abbiamo bisogno di riconsiderare quello che  intendiamo con il termine famiglia. Si tratta di una nuova era, un’era tecnologica. Si possono avere delle/i figli*, senza mai avere un rapporto. Si ha più bisogno di un laboratorio e di una capsula di Petri, piuttosto che del sesso! C’è stato un tempo in cui l’amore era per sempre e finché morte non ci separi, ora ci si separa per molti motivi e pochissimi hanno a che fare con la morte. Le nostre idee in merito all’intimità sono cambiate con l’uso di Internet, le nostre idee sull’amore sono cambiate, nel mondo di oggi sorelle/fratelli sono adottat* o sono le nostre amicizie, i genitori possono essere un uomo e una donna, un uomo e un uomo, una donna e una donna, due uomini e una donna, e così via – perché dunque facciamo difficoltà a riconsiderare le nostre idee sulla famiglia? Forse se ci lasciassimo la possibilità di immaginare, potremmo sognare diverse mutazioni e combinazioni per creare la nostra famiglia, e poi forse impareremmo a guardare con soddisfazione a quella biologica, e a cercare comunque il sostegno, la cura e la comprensione di quella non biologica. Questo per me rappresenterebbe una nuova era!

Smettetela di chiamarla vagina!

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Articolo originale qui, traduzione di feminoska, revisione di jinny dalloway… buona lettura!

L’altro giorno ero ad un corso universitario su Genere, Queer, eccetera eccetera, e il giovane professore ha detto: ” Il pene e i … [pausa di precauzione] genitali femminili “. Un mio compagno di classe ha subito replicato: “Hanno un nome”, ma non ha avuto il coraggio di dirlo. Più tardi, nel corso di una conversazione privata, il mio professore, che ha un dottorato di ricerca e tiene diversi insegnamenti su femminismo e sessualità, ha fatto ciò che fa la maggior parte della gente. Ha usato il termine improprio “vagina” invece di “vulva”. Ma una vagina non fa una vulva.

L’ apertura vaginale è solo una parte della vulva. La vulva costituisce tutto ciò che si vede all’esterno: la parte visibile della clitoride (che è solo la punta dell’iceberg clitoride, la parte più grande della clitoride si trova all’interno del corpo), le labbra (piccole e grandi), l’apertura uretrale (per la minzione o l’eiaculazione) e il punto di ingresso/uscita della vagina.
Il termine “vagina” viene usato così spesso in modo scorretto che non deve sorprendere che il mio coltissimo professore abbia usato il termine sbagliato. Anche testi e opere d’arte femministe, come I monologhi della vagina e Il grande muro della Vagina, cadono nella stessa trappola. Praticamente ogni volta che leggi/senti “vagina” nei media, viene usato in maniera errata al posto di vulva.

L’anatomia sessuale femminile, considerata un dato di fatto naturale, è in realtà socialmente costruita. Alcuni studi hanno dimostrato come la clitoride sia entrata e uscita dall’anatomia medica nel corso della storia occidentale. Le illustrazioni dell’anatomista danese Casper Bartholin degli “organi della lussuria” femminili nel 17° secolo mostravano il tessuto erettile della clitoride e delle crura in modo simile a come sono rappresentate oggi. Negli anni ’40 dell’Ottocento, l’anatomista tedesco Georg Ludwig Kobelt disegnò un ingrandimento della radice della clitoride simile a un pene, come la si conosce oggi. Nell’edizione del 1901 dell’Anatomia di Gray, la clitoride viene classificata e figura con una certa prominenza. Poi, nell’edizione del 1948: PUF! La clitoride scompare sia come organo classificato che nell’illustrazione. L’organo primario di eccitazione sessuale e orgasmo delle donne è stato eliminato dal testo principe dell’anatomia umana. Poiché la clitoride e l’orgasmo femminile non sono necessari per la riproduzione, sono stati ampiamente ignorati dalla scienza, in netto contrasto con quanto avvenuto col pene.

Quando diciamo ‘vagina’, stiamo ignorando collettivamente l’aspetto visibile dell’anatomia femminile, la clitoride e le labbra, attraverso il linguaggio. La vagina è il modo attraverso il quale i ragazzi che fanno sesso con le ragazze vengono. Dalla pubblicazione, nel 1953, di quella pietra miliare che è il libro di Kinsey dal titolo Il comportamento sessuale della femmina umana, sappiamo che la maggior parte delle donne ha bisogno della stimolazione diretta della clitoride (con la mano, la bocca o attraverso l’uso di altri oggetti) per avere un orgasmo. Eppure, quante volte vediamo ancora, nei film o alla televisione, la rappresentazione dell’orgasmo di una donna come risultato della sola penetrazione di un cazzo? Che noi chiamiamo i genitali femminili “vagina” la dice lunga sulle politiche del sesso. “Vagina” focalizza l’attenzione sul piacere maschile etero.

La dott.ssa Mithu Sanyal, autrice di ‘VULVA – una storia culturale della vulva’, è convinta che le idee sul corpo siano imposte attraverso le parole. “Il linguaggio è collegato alla nostra percezione del mondo. Non possiamo parlare di ciò che non possiamo nominare, e in ultima analisi, non possiamo pensarlo”, scrive. La psicologa clinica dott.ssa Harriet Lerner definisce questo fenomeno per cui si ignorano la clitoride e le labbra “mutilazione genitale psichica.” Secondo lei, “La lingua può essere potente e veloce come il bisturi del chirurgo. Ciò che non ha nome non esiste.”

Oggi, molte donne e persino ragazzine di 16 anni, si stanno spingendo ancora oltre in questa direzione, rendendo davvero invisibili i propri genitali. La labioplastica (che consiste nell’asportare parte delle piccole labbra per renderle più piccole) è uno degli interventi di chirurgia cosmetica in più rapida crescita nel Regno Unito e negli Stati Uniti. La mutilazione genitale femminile è l’atto rituale di rimuovere una parte o la totalità dei genitali femminili esterni. E’ eseguita in molti paesi africani e di solito non è considerata paragonabile alla chirurgia estetica genitale praticata in Occidente. È interessante notare che l’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce la MGF come “tutte le procedure che comportano la rimozione parziale o totale dei genitali femminili esterni o altre lesioni agli organi genitali femminili per ragioni non mediche.” Sia il ringiovanimento vaginale che la labioplastica rientrano nelle definizioni di mutilazione fornite dalle Nazioni Unite.

A Berlino, città famosa per i valori sessuali progressisti e una storia di campagne per i diritti omosessuali, alcune persone cercano di contrastare questa tendenza. La dott.ssa Laura Meritt, proprietaria di Sexclusivitäten, il più longevo sex shop femminista della capitale tedesca, sta attualmente raccogliendo “ritratti di fiche” per illustrare la diversità delle vulve e dimostrare che non vi è alcuna norma generale. Si può contribuire compilando il sondaggio online o di persona. “Qualsiasi università sarebbe invidiosa del risultato! Abbiamo avuto oltre 2.000 partecipanti e quello che abbiamo scoperto è incredibile”, ha detto Meritt.

I risultati saranno pubblicati nel mese di marzo come parte della Mösenmonat (“mese della fica”), una celebrazione annuale in cui la vulva è onorata in mostre d’arte, spettacoli, film e workshop a Sexclusivitäten. Il tema di quest’anno è “la verità clitoridea.” Meritt ha anche curato la versione tedesca del classico testo di anatomia femminista, Una nuova visione del corpo di donna. Le fotografie di questo libro rendono chiaro che le vulve variano notevolmente in forma, colore, consistenza e dimensioni.

Forse, tutto sommato, la parola “vulva” è troppo clinica per voi. Nessun problema. Che ne dite di “fica”, “yoni,” o una sfilza di altre parole? Personalmente, ho sempre scelto la via della della rivendicazione. Dico “fica” [cunt]. La parola cunt ha la stessa radice etimologica di queen, kin e country [regina, parente e paese]. Fica non dovrebbe essere la parola più offensiva in lingua inglese. Le fiche sono fantastiche! Dovrebbero essere celebrate, non denigrate. Non usate la parola “vagina”, a meno che non stiate parlando della vagina. Usare la parola “vagina” in maniera scorretta oscura erroneamente il piacere sessuale delle donne e perpetua il mito del mistero della sessualità femminile. Il misticismo non deve essere confuso con l’ignoranza o con la censura. Viva la vulva!

L’amante migliore

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Ph Ana Alvarez-Errecalde
L’amante migliore, traduzione di Elena Zucchini, revisione di lafra e feminoska.
Pubblichiamo la conversazione su maternità e sessualità intercorsa tra Helena Torres e María Llopis per l’antologia Relatos marranos (Racconti Marrani). Tra gli altri argomenti, si discute di piacere ed erotismo durante la gravidanza, il parto, l’allattamento e la relazione fisica con il bebé.

Traduzione di un dialogo skype tra María Llopis (1) e Helena Torres. María è un’artista multimediale che propone una visione alternativa dell’identità sessuale e del genere – a partire dalla decostruzione del soggetto del femminismo –  per avvicinarsi al femminismo pro sex o al transfemminismo. I suoi video, performance, interviste, workshop e libri spaziano tra i temi dell’orgasmo e la violenza, della sessualità degli anziani, del sesso virtuale e della performatività di genere. Attualmente porta avanti un progetto sulla maternità sovversiva e sul parto orgasmico. Le note alla fine dell’articolo sono commenti alla conversazione di Aida I. Prada, coeditora di Relatos Marranos.

Helena Torres: Raccontami del tuo progetto sulle maternità sovversive.

Maria Llopis : Sono lanciatissima sul tema della maternità e della sessualità (2). Ho appena tenuto un seminario sulle maternità sovversive ad Olba, vicino Castellón, e si sono presentate tutte le madri punk e hippie neo-rurali con le loro creature e la loro nascita orgasmica, l’allattamento orgasmico, le gravidanze orgasmiche… tutto orgasmico! Io volevo realizzare per gioco una sorta di guida alla nascita orgasmica (dico per gioco, perché è qualcosa di molto più complesso rispetto al seguire specifici passi per arrivare ad un obiettivo), e anche se lo abbiamo fatto, è stato molto diverso da ciò che avevo immaginato. Inoltre sto facendo interviste su parto e orgasmo e stanno venendo fuori molti allattamenti orgasmici. Anche io ora sto allattando al seno e lo sto apprezzando immensamente.

H. Quello che non mi torna del [parto] orgasmico è che si tratta di un’esperienza che non riguarda tutte, per mille motivi che non dipendono solo da noi. Il mio parto, per esempio, era stato preparato tutto nel dettaglio: stavo partorendo in casa e per questo so che è vera questa cosa dell’orgasmo, perché l’ho vissuta, ma sono finita in ospedale e di orgasmico non c’era più nulla. Mentre ero in casa le prime contrazioni mi hanno sorpresa, perché non ho mai sofferto di dolori mestruali e non capivo cosa stesse succedendo, da dove venissero, cosa fare. Ho iniziato a respirare come avevo imparato a fare facendo Kundalini e mi sono dissolta, ho iniziato a volare, improvvisamente mi trovavo da qualche altra parte e non c’erano più dolore, né rumore. Sapevo che c’erano persone e suoni, solo che io non ero lì. Suppongo che questa sensazione sia quella che rende possibile avere un orgasmo e che il dolore si trasformi in piacere. Per questo ciò che trovo più frustrante sentendo parlare di parto orgasmico è che venga vissuto quasi come un obbligo.

M. Sì, capisco, sembra quasi sia obbligatorio averlo, come se non fosse sufficientemente cool partorire senza venire. Se la vedi in questa maniera, è come se dovessi essere Wonder Woman: ogni volta che scopi devi venire e ogni volta che vieni devi eiaculare. Ne abbiamo parlato durante il workshop e una delle cose che abbiamo fatto è stata cambiare il nome in “parto estatico”, invece che “parto orgasmico”. Di fatto esistono molti parti in cui le donne non arrivano a sperimentare un orgasmo, ma durante i quali si trovano in uno stato di estasi, di piacere, che le mantiene sulla soglia del dolore (3). È come fare una scopata fantastica senza venire. È stata una brutta scopata? Assolutamente no! Per questo sto prendendo in considerazione l’idea di cambiare nome al libro. Il parto non deve portare all’orgasmo per essere un’esperienza sessualmente soddisfacente. Forse dovremmo toglierci questa pressione dell’orgasmo, non solo per quel che riguarda il parto, ma anche per quel che riguarda le relazioni”.

H: L’importante è sottolineare che nel parto, come nelle relazioni sessuali, esiste il piacere e che la percezione del dolore, se ci sono le condizioni perché sia un parto estatico, non ha niente a che vedere con la percezione del dolore in un altro stato. In questo momento hai un’altra sensibilità, un altro odore, vedi in maniera diversa, con un’altra intensità… Per questo per me è necessario definire il parto come atto sessuale (4), non solo come orgasmo.

M: Esatto. Capire che fa parte della tua sessualità. Quando ho partorito tutta la parte della dilatazione è stata meravigliosa, mi sono connessa con questa sensualità, con questa sessualità. Stavo a quattro zampe come un’orsa, con Dani sotto, sul letto e io sopra, mordendolo, succhiandolo, godendo e dilatando… Dopo però mi hanno raccontato che lui usciva per prendere aria e rinfrescarsi la faccia, perché mettevo il riscaldamento al massimo e lo tenevo immobilizzato al letto. Avevo letto che dilatare la mandibola fa bene, perché aiuta ad aprire la vagina, l’utero e il collo dell’utero, così io lì, giù di morsi! Insomma, io tutta questa parte me la sono goduta moltissimo, anche se non mi ricordo niente.
Però c’è stato un momento, il cosiddetto “Vaso di Pandora”, che è quando sei completamente dilatata ed entri nella fase dell’espulsione. A quanto pare questo è il momento in cui vengono fuori i leoni, le belve, le farfalle o qualsiasi cosa ti tieni dentro senza saperlo. In questo momento ho avuto la visione di un uomo, da lontano, che era l’Uomo cattivo. Ho iniziato a dire: “È arrivato l’Uomo cattivo” e Dani mi ha raccontato che le ostetriche, che fino a quel momento erano molto sicure di quello che stavano facendo, sono rimaste tipo: “Ahi! E adesso che facciamo? Questo non c’era sul manuale!”. Fortunatamente c’era anche una doula fricchetonissima e fantastica, che è venuta e mi ha detto: “Ok, adesso tiriamo fuori l’Uomo cattivo” e con l’Uomo cattivo è arrivato il dolore, un dolore estremo, allucinante… Quel dolore di: “Ci siamo, ecco la testa del bambino” e tu: “Ma cosa stai dicendo? Che bambino e bambino d’Egitto! Aiuto!”. Ma si trattava della spinta finale: non è durato molto, una o due ore a dire tanto ed ecco che Roc era nato.
Adesso sto intervistando molte donne che hanno avuto parti estatici, in cui hanno provato molto piacere, come sarebbe successo a me se non fosse venuto l’Uomo cattivo, che io interpreto come il Signor Patriarcato. Ci sono donne che sono arrivate a venire dal piacere, però non un venire qualsiasi, l’orgasmo del secolo! Questo ha cambiato la loro sessualità e la loro vita. Adesso c’è un prima e un dopo.

H: Adesso che lo dici penso che anche se non ho partorito è stato a partire dal non-parto (n.d.t.: Helena Torres è ricorsa ad un parto cesareo, per questo afferma di “non aver partorito”, pur avendo un figlio) che ho cambiato completamente il mio modo di vivere la sessualità. Non mi riferisco a con chi scopavo o no, non si tratta di una questione identitaria (quella è venuta dopo), ma al mio modo di sentire il mio corpo e di concepire l’orgasmo. È stato tre anni dopo il mio non-parto che ho iniziato a eiaculare come una fontana. All’inizio non sapevo neanche di cosa si trattasse, col tempo mi sono resa conto che mi succedeva anche quando ero adolescente ma che, per vergogna, lo avevo represso.
Allora è uscito quello che potremmo definire il mio lesbismo segreto, perché me la facevo con le ragazze, ma politicamente non mi sentivo lesbica, non mi sembrava una cosa mia, era fuori dalla mia giurisdizione. In realtà quello che stavo facendo era reprimere la mia sessualità, perché non la stavo vivendo come avrei voluto realmente. Solo che allora non lo sapevo.

M: È molto interessante quello che stai dicendo, perché è una delle cose che sono venute fuori durante il workshop e che mi sembra un tema chiave: il fatto che essere madre, aver fatto quest’esperienza (partorendo o meno) ti fa scopare in maniera diversa.

H: È che il rapporto che hai con il tuo corpo, o meglio, la maniera in cui lo senti, cambia completamente. In una settimana tutto il mio corpo aveva iniziato a cambiare. Non solo le tette, tutto… i fluidi, il modo in cui si muoveva il sangue… Non ho avuto un parto orgasmico, ma la mia gravidanza è stata un orgasmo permanente… scopavo tutti i giorni… e lo stesso con l’allattamento. Il primo anno di bebé non volevo scopare. Non potevo. All’inizio la cosa era frustrante, non la capivo, non mi era mai successa. Parlavo con altre madri e mi dicevano: “Benvenuta nel club!”. Allora mi sono resa conto che non volevo scopare, perché stavo già scopando… con il bebé! Ed era una relazione monogama! Nessun altro poteva toccarmi le tette. Ero completamente innamorata. Stavo ore a guardarlo estasiata. Adesso quando guardo le foto di quando era neonato non lo riconosco. Io vedevo un essere che comprendeva tutto nella sua bellezza e fragilità… È come quando stai con qualcuno con cui hai scopato: si tratta di un altro corpo, ma è anche il tuo corpo (5), è una sensazione che non si capisce molto bene.
Un’amica, un paio di mesi dopo aver partorito, quando ci siamo viste per la prima volta dopo il suo parto, dopo un forte e lungo abbraccio, ha cercato i miei occhi e tra le lacrime ha detto: “È devastante!”. Durante il primo anno questa compenetrazione, questi sguardi, questo capirsi, crea momenti in cui se anche c’è un padre, si tratta di un essere a parte, al di fuori di questa relazione… molti padri si sentono rimpiazzati, perché è come se tu passassi da loro al bebé e neanche il bebè ha realmente bisogno di loro, non come ha bisogno di te e del tuo corpo… insomma, io ero come nella mia bolla e ci sono rimasta per tre anni…

M: Chiaro, il periodo dell’allattamento.

H: Quando ho smesso di allattare ho iniziato a scoparmi anche le pietre… E allora ho capito che è questo che ci tengono nascosto: che quando partorisci hai una relazione sessuale con tuo figlio.

M: Una relazione sessuale soddisfacente. Una relazione sessuale con amore infinito (6)

H: Infinito, sì!

M: Sei innamoratissima, il piacere è massimo, l’altra persona è pazza di te: è la relazione perfetta! Mi ha fatto molto riflettere sulle relazioni romantiche che ho avuto nella mia vita e penso a quanto tempo ho perso con l’amore romantico e con queste relazioni! Era questo che cercavo, questa sensazione di completezza!

H: L’amore è questo! (pum! un colpo sulla tastiera)

M: Stiamo uscendo di testa, Helena, stiamo uscendo di testa! Ci chiameranno biomadri! Ci chiameranno con qualsiasi etichetta! (pum! pum! pum! adesso è un libro sulla scrivania)

H e M: Hahahahaha!!!

M: Tornando al tema dell’allattamento c’è una tradizione che si è persa e che è molto importante, che è la condivisione. Noi lo facciamo con il gruppo di madri con le quali ci siamo riunite, in paese. Io sono stata operata quando Roc aveva quattro mesi e non potevo avere contatti con lui, allora ho pensato: che sia qualcun’altra a dargli la tetta! Ma, come esiste la monogamia nelle relazioni sessuali, esiste la monogamia della tetta.

H: Un tempo c’erano le balie…

M: Ma era diverso. Le signore ricche che non volevano allattare pagavano le balie, sì. Era un servizio sessuale, erano mercenarie dell’amore e del latte. La signora che non voleva avere questa relazione con il suo bebé, perché era molto verginale e molto vittoriana, pagava una puttana che gli desse affetto, sesso, piacere e latte. È un tipo di servizio sessuale che è caduto in disuso. Adesso invece di pagare una balia gli dai un biberon pieno di latte Nestlé.

H: (Quello che segue non lo trascrivo perché più che marrano è politicamente scorretto (7). In breve, abbiamo discusso animatamente della negazione dell’allattamento materno come piacevole atto sessuale, come diritto e non dovere, come possibilità e scelta che non tutte possono o vogliono fare.)

H:Credo che questa relazione amorosa così intensa di cui abbiamo parlato è la base di ciò che verrà dopo, per poi poter iniziare a separarsi. Perché non starai tutta la vita così, questo sarebbe un danno per tutti. Se però questa connessione iniziale è stata molto forte, non scemerà, ma si trasformerà. Impari a lasciar andare. Da questo dovremmo imparare che si tratta di un amore autentico perché non hai più bisogno di stare con l’altra persona: sei già con lei. La possibilità di lasciarti e lasciar andare è in questa connessione. Sempre in questo sta la comprensione che esiste solo con le persone con cui hai avuto una relazione molto intensa e ti capisci molto oltre le parole. Se c’è stata una connessione così forte non è solo che tu, in quanto madre, la capisci, l’altra persona anche ti capisce, anche lei ti conosce.

M: A questo non avevo pensato…

H: È che io lo sto vivendo in questo momento… (snif da entrambe le parti).

M: Occhio a quello che dici, perché allora sembra che una donna che non vuole o non può diventare madre non può sapere cosa sia l’amore… Forse la riflessione da fare è che ognuno nella vita trova le cose in un modo o nell’altro e che la maternità può portare a questo, ma può anche non farlo. Si tratta di non negare nessuna realtà. È importante rispettare le decisioni delle persone, ma non è che per rispettarle neghiamo altre realtà.

H: Esatto. Lo stesso vale per il parto orgasmico: non stiamo impostando modelli o guide di comportamento, ma solo possibilità o esperienze… Non tutte le madri devono amare i loro figli o le loro figlie. Possono crescerli con affetto senza essere perdutamente innamorate. Può succedere, oppure no, non bisogna negare nessuna di queste possibilità. I modelli sono sempre frustranti, lasciano sempre qualcosa fuori. Che succede se provi un senso di rifiuto? Se non sopporti questa creatura berciante, se odi la tua pancia gigante, i passi pesanti e i culi da pulire? Ti fanno a pezzi come fanno a pezzi quella che allatta fino ai tre anni…

M: È che i modelli standard di svezzamento, almeno nella Spagna mediterranea, partono dalla negazione della possibilità di questo innamoramento. Secondo questi modelli di svezzamento al più tardi all’anno inizierà l’asilo nido e quanto prima inizierà la scolarizzazione, tanto meglio. Come se l’obiettivo fosse liberarsi del bambino il prima possibile (8). È un argomento molto delicato. Io credo che tutti i problemi dello svezzamento e della maternità abbiano come origine la relazione di coppia stabile e monogama che non funziona in maternità. Ci sono società in cui esistono altri tipi di relazione e che funzionano meglio in questo contesto.

H: È questo modello relazionale di coppia stabile monogama che ha bisogno di negare la sessualità durante la maternità, ma non solo in questo momento, dopo viene la negazione della sessualità durante l’infanzia. Se ci fai caso quanto ti chiedono quando hai avuto la tua prima esperienza sessuale ti stanno chiedendo del coito, della prima scopata con qualcuno, perché si suppone che prima di questo non esista nessuna sessualità. E poi c’è l’esplorazione dei corpi tra la madre e il bebè… toccarsi, coccolarsi, scoprirsi…

M: Questo fa molta paura… Ho una collega che è terapeuta, si occupa di medicina cinese, ha un figlio e mi raccontava di queste interazioni sessuali con lui, in cui lascia che esplori il suo corpo e le tocchi la fica, insomma… Lei dice che la gente non fa differenza tra chi soddisfa i propri desideri sessuali su un bambino indipendentemente dai suoi desideri, senza nessun riguardo, e chi permette che quest* bambin* esplori la sessualità, aiutandol*. Tra queste due posizioni c’è un mondo. C’è la stessa differenza che c’è tra una relazione sessuale consensuale, in cui tutte le parti si tengono in considerazione, e una soddisfazione del proprio desiderio sessuale calpestando tutte le volontà che non sono la mia. Questo è stupro.

H: È importante anche non perdere mai di vista il contesto. Intendo dire quando la situazione è complicata perché sia la madre sia il figlio vivono in una società in cui questo accompagnamento alla scoperta della sessualità è considerato un’aberrazione. Allora bisogna fermarsi o fare molta attenzione, perché questa persona che stai accompagnando è molto piccola e potrebbe andare in giro a dire che vuole scoparsi sua madre senza capire che il mondo penserà che si tratta di una perversione imperdonabile.

M: C’è un’autrice molto interessante, che parla di crescita e svezzamento, si chiama Aletha Solter, a me piace molto e tratta proprio questo tema. Lei dice che se stai con tuo figlio o con tua figlia e provi il desiderio di abusare di lui o di lei (e dico abusare, che non è la stessa cosa di cui stavamo parlando), non devi aver paura, ma chiedere aiuto, perché è molto probabile che tu abbia subito abusi da piccola. Si tratta di eliminare questo tabù, perché ne consegue la perpetrazione dell’occultare, mentire e tenere sotto silenzio. Quest’autrice afferma anche che, se in preda alla rabbia, ti viene voglia di alzare le mani, non devi flagellarti. Punto 1: non picchiare. Punto 2: chiedi aiuto. È probabile che tu sia stata picchiata da piccola. Pensa a come sarebbe diverso il mondo se potessi andare al bar e dire: “Oggi ho sentito l’impulso di picchiare il mio piccolo… devo affrontare questa cosa, lavorarci su”.
Io credo che l’abuso sessuale, la violenza sessuale in generale, siano molto diffusi durante l’infanzia e sarebbe molto diverso se invece di nasconderlo, se ne parlasse apertamente (9).

H: Per questo il tuo libro è così importante, perché si tratta di dare visibilità a queste esperienze…

M: Ah, che bella è stata questa specie di intervista o come la vogliamo chiamare… mi aspettava un giorno di quelli con dentista, caldo, tutto molto poco glamour… e adesso mi è cambiata la giornata…

H: Potremmo chiamarla così: “Come trasformare una giornata poco glamour parlando dell’ amante migliore.

M: Ahahah! Sì! L’ amante migliore! È questo il titolo!

H: Dici?

M: Senza alcun dubbio! Dai, vado ad allattare.

H: A presto, bellezza.

M: Ciao (10).

Note a piè di pagina di Aida I. de Prada
1 http://www.mariallopis.com/  http://mariallopisdesnuda.com/
2 Mentre scriviamo questo libro, un embrione, che ora si può già dire feto, sta crescendo nel mio utero. È una gravidanza desiderata, un punto di partenza molto importante, e per fortuna non sento nessuno dei malesseri temuti, fisici o psichici. In un primo momento attendevo con impazienza l’annunciata estasi ormonale, come quando si prova una droga per la prima volta e si attende con ansia che salga, ma lo sballo che immaginavo non arrivava mai, perché si tratta di qualcosa di diverso, qualcosa di molto diverso da quello che avevo vissuto finora. Non mi sento sballata, né euforica, ma come se mi trovassi in una capsula protettiva, come nei videogiochi. Mi sento mostruosa, guardo e tocco il mio corpo più che mai, perché diventare un mostro mi dà una sensazione piacevole ed estrema: ora ho due teste, due cuori, 40 unghie e magari anche un micropene.Ho anche due sistemi nervosi e non so se è per questo, ma tutto si amplifica. La percezione è diversa. Non voglio vivere il parto come se fosse un intervento chirurgico ad alto rischio e sto preparandomi per evitarlo, ma non voglio farmi troppe illusioni, come hanno già detto non dipende da come io lo vorrei, anche se si verifica a casa. E mi chiedo: e se non raggiungo il piacere e mi invade questo dolore sconosciuto? Può questo dolore essere comunque soddisfacente?
3 Da quello che dite sembra che questo dolore peculiare sarà sempre presente, estatico o meno. Tuttavia, ciò che cambia in entrambe le situazioni è la percezione del dolore. Se la percezione di quel dolore non ha nulla a che fare con la percezione del dolore nell’altro stato, immagino che la stessa cosa accada con il piacere… e mi chiedo potrebbe essere stato il cocktail di dolore e di ormoni che mi ha portato a uno stato di estasi, che ha reso il parto un’esperienza sessuale estrema? Ciò che mi colpisce è che rimango tranquilla mentre faccio un patto con il dolore. Se il mio utero viene represso da una società patriarcale che rende difficile venire nell’atto di espellere un corpo con la mia fica, adotterò anche io questa prospettiva… e se il piacere non arriva, riuscirò a trovare nel dolore un alleato e non una punizione divina? Per ora, ho cominciato a mangiare un sacco di mele.
4 Alle visite all’Asl mi trattano come se fossi in uno stato ad alto rischio, pericolo! Pericolo! Per fortuna, l’ostetrica che mi visita parallelamente, lo identifica come parte della mia sessualità e non come parte di una malattia, il che cambia completamente il quadro. Tenere a mente che ciò che il mio corpo produrrà durante il parto saranno le stessa cose che potrebbero risultare da una scopata piena di felicità (estrogeni) e amore (ossitocina) è molto diverso dal pensare che stanno per sequestrare il mio corpo e che l’unica salvezza saranno iniezioni di ormoni sintetici e l’anestesia spinale iniettata nel mio midollo.
5 A volte sento di avere “un passeggero”, come cantavano i Parálisis Permanente. D’altra parte, so che non si tratta di un altro corpo, è il mio. Per ora non voglio pensare a me stessa come a due, perché penso che questo approccio prima ancora di favorire la logica cosiddetta “pro-life” potrebbe anche contenere lo scollamento tra la maternità e la sessualità, perché se non si capisce che quel corpo è – o è stato – una parte del tuo, è facile intendere questa sessualità come qualcosa di negativo… Ma ecco un tema troppo grande per me, che dire di quelle maternità che non sono passate attraverso una gravidanza? Come la vivono le madri che non partoriscono, le madri che non si riproducono? Questi argomenti non servono… ci deve essere altro… giusto?
6 Questo per ora non mi tocca, ciò che è chiaro è che già durante la gravidanza, il legame tra maternità e sessualità è una lotta. Tutti mi toccano, e questo mi piace, ma di solito si concentrano sul ventre, ed è un po’ strano che ti parlino guardandoti l’ombelico. I sorrisi degli sconosciuti, anche se mi fanno sentire un po’ un’incubatrice, non mi dispiacciono. Ora, questo sì, tutte queste interazioni le sento totalmente desessualizzate. Io non sono un corpo desiderabile, la cosa buona è la paura degli idioti di turno, ma rende anche difficile collegare la maternità e la sessualità. La bellezza del mostruoso è caratterizzata dai cliché, lo sconosciuto che ti dà la precedenza nei posti a sedere, o il fatto che sia più facile trovare un reggiseno per l’allattamento in un negozio di articoli ortopedici che in un negozio di intimo. E poi, con mio grande rammarico, ho addosso il marchio nazionalcattolico. Esistono molti più riferimenti atti a pensare la maternità come altruismo, purezza e decenza, piuttosto che come sessualità e piacere.  Per fortuna i femminismi mi aiutano a smascherare pratiche e discorsi egemonici.
7 Ultimamente mi capita di restare rapita a guardare chi allatta. Ho notato che, spesso, i bambini cercano l’altro seno con la manina e, a volte, con il pollice e l’indice… strizzano il capezzolo!!! Questa immagine mi rimanda ad un’altra, e sì, mi fa andare in cortocircuito… perché, anche se il latte dalle mammelle può essere un feticcio sessuale, sento che le tette smettono di essere qualcosa di sensuale per diventare distributori di cibo, e che il contrario sarebbe perverso. Forse se non ci fosse questo tabù, se il legame tra sessualità e allattamento al seno fosse politicamente corretto, non sussulterei nel vedere un bambino pizzicare un capezzolo, e allo stesso modo i brividi che mi causa un bambino attaccato alla mia tetta. D’altra parte, penso che non mi piace sempre essere toccata sulle tette… e se mi sentissi lo stesso quando allatto al seno? So che l’ossitocina è coinvolta, ma questa cosa degli ormoni non la capisco…
8 Già prima della nascita, – perché una volta che si resta incinte sembra che il tuo corpo diventi pubblico e tutti hanno voce in capitolo e possono esprimere i propri giudizi – mi ha raggiunto questo avvertimento con frasi come: “hai intenzione di portarlo in uno zaino porta-bimbo? Lo rovinerai, è meglio abituarlo a non essere sempre con te ” ” L’allattamento al seno, senza orari programmati? Lo farai diventare un tiranno! ” ” Hai intenzione di dormire con lui? Oops! Che viziato!”. Leggere i vostri pensieri mi fa pensare che forse queste reazioni sono fotografie della forma egemonica di intendere l’amore come scontro e concorrenza, piuttosto che complicità e cooperazione.
9 Da lì in poi cambia tutto, e anche poterlo dare alla luce tranquillamente, senza aver timore di quello che ti è successo da piccola, perché non tutte le persone che abusano hanno subito abusi, e non tutti coloro che sono stati abusati, diventano abusanti.
10 E’ stato un piacere leggere la vostra conversazione, non tanto per la sua “eccezionalità”, ma piuttosto in quanto strumento per modificare e costruire nuovi sistemi con i quali fissare nuovi parametri.

Il femminismo è stato sequestrato dalle donne bianche borghesi

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Questa è la trascrizione del discorso tenuto da Myriam Francois-Cerrah in occasione di un dibattito tenuto alla Oxford Union il 12 febbraio, in cui ha sostenuto la mozione approvata “Questa Camera è persuasa che il femminismo sia stato sequestrato dalle donne bianche borghesi“.

Myriam Francois-Cerrah, ricercatrice alla Oxford University, studia i movimenti islamici in Marocco e si occupa di Medio Oriente e di attualità in Francia. E’ giornalista, anche televisiva e  radiofonica, ed oltre a collaborare con testate quali  The Guardian, New Statesman, The Independent, Middle East Eye e Al Jazeera English, anima dibattiti televisivi su Sky News, BBC Newsnight, Channel 4 news, etc.

L’originale del suo intervento qui. Traduzione collettiva con La Pantàfika e Jinny Dalloway.

Signore e signori, è un piacere essere qui con voi stasera.
Lo so, lo so – l’apparente ironia della mia condizione di donna bianca borghese che ritiene che il femminismo sia stato sequestrato dalle donne bianche borghesi non vi sfuggirà, ne sono certa. Ma è sotto molto punti di vista una rivendicazione della mia condizione. Dopotutto, rappresento una minoranza nella mia comunità di appartenenza – non rappresentativa delle donne musulmane, né qui, né nel sud del mondo, né dal punto di vista del mio profilo socio-economico o etnico – nonostante molto spesso io venga chiamata a parlare proprio a partire da tale soggettività.

Prima di presenziare oggi, ho riflettuto a lungo e duramente se fosse il caso di lasciare il mio posto ad una delle mie molte eroine, donne di colore le cui voci sono spesso zittite non solo dalla narrazione bianca, ma anche dal privilegio bianco che, per quanto sia mitigato, per certi aspetti, dal velo che porto sulla testa, cionondimeno incarno. Alla fine ho deciso di partecipare per un motivo fondamentale, e cioè per sottolineare che la critica al femminismo bianco – o, in senso più ampio, alla cultura bianca – non è una discussione in merito alla razza – ma ad una categoria politica, che implica uno squilibrio di potere tra la cultura bianca dominante e le identità subalterne.

L’espressione “le/i bianch@” non si riferisce al colore della pelle delle persone, quanto piuttosto all’identificazione di queste ultime con le relazioni di potere dominanti che continuano ad assoggettare le persone di colore in una condizione di seconda classe, e a relegare le donne di colore proprio al punto più basso della piramide sociale. Non posso e mi rifiuto di parlare per le donne musulmane – io parlo solamente in quanto donna, femminista e musulmana, la cui solidarietà va in primo luogo al sud del mondo. E parlo in quanto femminista intersezionale che crede che la razza, la classe e il genere siano cruciali per il dibattito femminista.

Arundhati Roy ha affermato in un’occasione: “Non esiste chi è ‘senza voce’, solo chi è deliberatamente zittit@ e preferibilmente inascoltat@.” Quando si tratta di concezioni alternative di femminismo, il movimento femminista oppone una resistenza ostinata all’inclusione di voci altre. E per inclusione non intendo il mero riconoscimento che ai margini esistano voci “altre”, un cenno di benevolenza a chi non si conforma pienamente alle “nostre modalità”. Non intendo nemmeno l’epidermica molteplicità di visi differenti – ma la sostanziale differenza nelle svariate concezioni della “realizzazione femminile”. Mi riferisco all’accettazione del fatto che la cornice concettuale bianca, laica e liberale, non è l’unica prospettiva dalla quale le donne possano esprimere le proprie battaglie.

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Al posto di avallare l’assunto predominante secondo il quale le voci femministe alternative stanno cercando di raggiungere il più “avanzato” femminismo occidentale, intendo far comprendere che femminismo non significa “salvare” le donne del sud del mondo, ma imparare da loro, in quanto pari in una battaglia condivisa. Sebbene questo riconoscimento stia lentamente facendosi strada, spesso è troppo simbolico e alle volte profondamente condiscendente.

Il mio dottorato di ricerca riguarda il Marocco, paese nel quale molte delle donne che ho intervistato si identificano come credenti religiose impegnate: nella loro società, rappresentano l’avanguardia nella battaglia per la reinterpretazione dei testi religiosi in una luce egualitaria e combattono l’idea di supremazia maschile o di somma autorità, ma allo stesso modo – in molti casi – rigettano il termine “femminismo” in quanto concetto occidentale che mal si adatta ai loro bisogni di donne marocchine musulmane, un’idea d’importazione che una donna ha descritto come “un’altra forma di imperialismo culturale, concepito per alienare le donne native dalla reale fonte del proprio potere”, cioè la propria cultura di appartenenza.

Mentre, in quanto femminista musulmana, sono ben consapevole delle battaglie per l’uguaglianza nell’ambito della mia fede, riconosco anche che il problema della disuguaglianza di genere non è responsabilità esclusiva della religione. Infatti, la povertà e l’autoritarismo – condizioni non esclusive del mondo islamico, e derivanti dalle interconnessioni globali che implicano anche l’occidente – sono spesso le più decisive.

Il femminismo di cui mi sento parte, il femminismo a cui mi ispiro, è il femminismo di donne che resistono all’imperialismo, allo sfruttamento, alla guerra e al patriarcato – è il femminismo delle donne indiane che lottano contro la cultura dello stupro, delle palestinesi che resistono all’occupazione israeliana, delle bengalesi che reclamano condizioni minime di sicurezza nelle fabbriche dove producono vestiti per le false femministe alla moda – le innumerevoli donne delle primavera araba e la loro resistenza ancora in corso!

Quando affermo che il femminismo è stato sequestrato dalle donne bianche, intendo dire che la cultura bianca continua a dominare la narrazione in tutti i campi e riduce i punti di vista alternativi a pittoreschi contributi, funzionali alla conferma dell’eterna verità della supremazia bianca. Mi riferisco alla strumentalizzazione delle Malala Yousafzais del mondo, eroine locali trasformate in pedine politiche usate per giustificare le guerre e le occupazioni in corso, che alla fine colpiscono le donne ancor più duramente. La questione dell’educazione delle donne viene rielaborata allo scopo di giustificare l’imperialismo occidentale.L’esempio di Malala è solamente utile a ratificare le priorità del femminismo bianco e la percezione delle donne ‘altre’ quali bisognose di aiuto, come grate destinatarie di interventi esterni.

Malgrado tutte le giustificazioni femministe del saccheggio dell’Afghanistan, il tasso di morte delle madri afgane oggi è fra i più alti del mondo. Un recente rapporto delle Nazioni Unite individua la causa nei decenni di conflitti laceranti che si sommano alle attitudini repressive verso le donne.

Lo stesso schema viene replicato altrove: quando in Nigeria 200 studentesse vengono rapite da Boko Haram, piuttosto che focalizzare l’attenzione sulla ricerca delle ragazze, la storia è usata per giustificare la ‘guerra globale al terrore’ in corso. Una guerra che, tra l’altro, non sembra sia ancora servita a far ritornare le ragazze. Esistono molte ricerche sull’impatto della guerra sulle donne, che sono annoverate tra le vittime principali, non solo in termini di vittime effettive di guerra, ma anche nella propria lotta per l’autonomia, perché ciò che in realtà avviene in caso di conflitto è la polarizzazione dei ruoli di genere: la mascolinità diventa più aggressiva e le donne vengono idealizzate quali “vestali di un’identità culturale” – e i corpi delle donne diventano campi di battaglia. Questo avviene sia nella Repubblica democratica del Congo che in Afghanistan.

Ed è qui che il femminismo bianco continua a non rispondere al richiamo di una reale solidarietà femminista, non facendosi carico delle critiche che gli arrivano dai margini. C’è, da sempre, troppo poca autocritica, troppa reticenza a mettere in discussione la supremazia bianca. Le bianche hanno partecipato attivamente al sistema schiavistico americano, di cui sono state proponenti e beneficiarie, così come degli imperi coloniali, e verosimilmente continuano a essere beneficiarie dell’imperialismo e dello sfruttamento.
I vestiti che compriamo a basso costo, il petrolio con cui riforniamo le nostre macchine, i diamanti che desideriamo, sono tutti legati alla lotta femminista perché, per parafrasare bell hooks, se il femminismo cerca di rendere le donne pari agli uomini, allora ciò è impossibile perché la società occidentale non considera gli uomini tutti uguali.

Non ci può essere parità fra uomini e donne fino a quando non ci sarà una compensazione della inequità globale che pone la bianchezza all’apice della gerarchia umana e conseguentemente fa delle donne bianche borghesi lo standard per l’emancipazione femminile.
Ed è per questo motivo che gruppi come Femen sono parte del problema – quando fanno affermazioni quali “come società, non siamo stat* in grado di sradicare la nostra mentalità araba nei confronti delle donne”, perché è idea comune che TUTTI gli Arabi odino le donne, vero?

In risposta alla campagna delle donne musulmane per denunciare le Femen come razziste e paternaliste, Inna Shevchenko – che ci onora della sua presenza stasera, ha risposto: “Scrivono nei loro manifesti che non hanno bisogno di essere liberate, ma nei loro occhi c’è scritto ‘aiutatemi’.” Qualcun@ soffre del complesso della salvatrice bianca?
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Questa specie di pseudofemminismo che perpetua l’idea delle donne di colore quali passive, senza voce e bisognose di essere salvate dai propri uomini, se non da loro stesse, non è un femminismo che riconosco. Le donne del sud del mondo combattono contro i problemi portati dal patriarcato?

Certo che sì! Oltre a tutti gli altri problemi alimentati da un sistema capitalista fondato sulla disuguaglianza, combattono anche contro le varianti locali del problema virtualmente universale del patriarcato. Coloro che si sforzano di proclamare una solidarietà femminile onnicomprensiva devono cominciare ad affrontare la complicità continua di molte donne bianche nelle più generali condizioni di assoggettamento – militare ed economico – che opprimono le loro cosiddette “sorelle” del sud del mondo.

Un’attivista sudafricana ha detto una volta: “Entra nel mio spazio, rispetta le persone che ci vivono (…) non venire a sovradeterminare”.
Se il mio privilegio bianco è necessario per amplificare questo messaggio, almeno sarà servito ad un fine positivo nella più ampia lotta per l’uguaglianza dell’umanità.