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Femminista e antispecista, un pò cagna e un pò porca; un cavallo mi ha insegnato il valore della libertà.

3 Responses

  1. P. at |

    Come al solito, non sono in grado di leggere testi di questo genere fino in fondo.
    Mi chiedo spesso perché nel momento in cui mi rendo conto che sta per iniziare il racconto di una violenza sessuale avverto un forte senso di disagio e devo bloccarmi.

    C’è un qualcosa sotto, un miscuglio informe nella mia testa che provoca un cortocircuito e mi impedisce di continuare. Dentro c’è lo sconforto dell’immedesimazione, di domande sulle quali non ho mai avuto il coraggio di indagare fino in fondo.
    Forse sento il peso di aver praticato in passato sesso per dovere, fino alla nausea per non sentirmi inadeguato e poco virile agli occhi di partner pressanti.
    Forse sento il peso di aver usato violenza, di essermi fatto sopraffare dalla voglia e aver preferito non accertarmi che l’atto fosse pienamente consensuale.
    Forse sento il peso di qualcos’altro di oscuro e ancestrale nel mio inconscio che la mia parte cosciente non accetta, e che forse non saprò mai perché non sono sufficientemente coraggioso per prendere la vanga e scavare.

  2. maybe I'm dead at |

    Interessanti, come sempre, gli articoli tradotti (o scritti) da feminoska.
    C’è però un punto, qui come altrove (in altri articoli), che non mi convince. Il ridurre l’amore (definito o no come “romantico”) a un inganno – una sorta di dispositivo disciplinante – patriarcale per mantenere le donne in stato di assoggettamento (economico, sociale, “psicologico”, e in definitiva esistenziale). Mi chiedo come quel “niente e nessuno mi impedirà, per il fatto di essere donna, di realizzarmi e realizzare i miei sogni!” che alla fine dell’articolo Montse Neira rivolge alle donne non meno che a se stessa, possa escludere l’amore (l’amare e l’essere amat* da qualcun* che non sia se stess*). Nessun dubbio che l’amore sia, ai nostri tempi e da tempo immemorabile, espresso attraverso il filtro e le manipolazioni del dominio nelle sue articolazioni . Che anche dove non implichi violenze, fisiche o emotive, possa essere (o sia spesso) uno strumento, un modo, dell’assoggettamento patriarcale che sottrae alle donne libertà e ne estorce l’esistenza stessa. Ma. Non per questo l’amore è falso, non per questo l’amore è un mero fantasma, non per questo l’amore non esiste e maschera soltanto la volontà di oppressione. E parlo proprio dell’amore come delizione, cioè di quel sentimento che sceglie qualcun* e non altr*, un* fra tutt*, come il chi “senza cosa” della nostra passione: senza cosa nel senso che noi amiamo sempre, senza (una) ragione, un chi, e non “qualcosa” di quel chi – certo, razionalizzando possiamo sempre dire che ci piace più qualcosa che qualcos’altro di quel chi, ma si tratta appunto di una razionalizzazione che cerca una ragione, ma che non toglie affatto che il nostro sentimento è rivolto verso una quell’esistente singolare e non un’altro, senza ragione, senza motivo. Come scriveva Nietzsche in uno dei suoi momenti di lucidità dalla misoginia: “amare tutti equivale a non amare nessuno”. Non si può negare che ci si possa innamorare di più di “un” chi alla volta: capita. Ma quel “più di un*” continua ad essere “non tutt*”. C’è sempre un po’ d’amore nel sesso, ma non c’innamoriamo di tutt* quell* con cui scopiamo. Non per tutt* desideriamo il ritornare di quell’esperienza, delle carezze, dell’amplesso, della compagnia. La dilezione gioca anche nell’amicizia: chiediamo giustizia per tutt* (cioè la non estorsione dell’esistenza), ma non tutti ci sono simpatici, non di tutt* desideriamo la vicinanza. Altrimenti non avremmo manco amici.
    E come può l’amore, questa delizione, non essere – almeno un po’ – “romantico”, non farci sognare e domandare la letizia, persino la felicità, persino il “per sempre” di un amore? Non siamo per forza nella dimensione dell’idealizzazione che impone, attraverso la manipolazione, l’adeguamento dell’altro all’ideale di un soggetto. Perché desiderare e chiedere non è imporre (includo nell’imporre il chiedere ricattando, per quanto a volte sia difficile definire i limiti del ricattare) e noi domandiamo, chiamiamo, ancora prima di chiedere questo o quello. Siamo nella dimensione del rischio, piuttosto, o della promessa (che non è un contatto con clausola risarcitoria). L’amore non è fusione, non è “investire un oggetto”, ma abbandonarsi l’un* all’altr* già da sempre abbandonando l’altro essendone abbandonato. E’ distinzione che permette il con-tatto, è con-tatto che permette la distinzione, cioè la singolarità stessa. Né mette in opera alcuna “comunità degli amanti”, perché il gioco della dilezione non è che lo stesso gioco di una comunità inoperosa (che non fa opera di sé) che corrisponde a quell’essere-insieme degli esistenti che non ne fa “un” insieme. Lo stesso gioco Solo spinto al limite della sua intensità.
    Credo che il sottrarsi alla possibilità d’amare, dell’amore come dilezione e abbandono, sia una strategia reattiva rispetto alle strutture gerarchiche del dominio. E’ una forma di resistenza frontale che ne sancisce l’egemonia. Il patriarcato non vince solo usando l’amore come disciplinamento e assoggettamento, ma anche laddove impedisce l’amore facendolo credere soltanto disciplinamento e assoggettamento. Se il patriarcato s’immunizza ponendo il resto degli esistenti come Altro maiuscolo opposto a sé, la controimmunizzazione non può che farlo vincere di nuovo, perché l’opposizione frontale è sempre favorevole ad esso: le opposizioni, nella nostra tradizione, sono sempre gerarchiche, e fanno vincere sempre il polo “positivo” che si definisce per negazione a ciò che pone come Altro maiuscolo.
    Insomma, negare le passioni non libera alcuna libertà.

  3. gian andrea franchi at |

    Trovo interessante la narrazione di questa esperienza, che dimostra la complessità e la profondità delle dinamiche relazionali uomo/donna, la difficoltà di contrastarle e anche di portarle a consapevolezza

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