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Femminista e antispecista, un pò cagna e un pò porca; un cavallo mi ha insegnato il valore della libertà.

2 Responses

  1. […] [da Intersezioni] […]

  2. Maybe I'm Dead at |

    Paradossalmente (ma non troppo), qui è proprio la compassione a fare da leva per decidere della vita degli altri. Proteggere è comandare, secondo una tradizione politica che va almeno da Hobbes a Schmitt e che le nostre “democrazie” hanno ben incorporato dietro allo sbandieramento dei “diritti umani”. Che, certo, sono i diritti degli umani maschi, bianchi e occidentali. E il cui scopo è proteggere questo Uomo Proprio prodotto per mutilazioni progressive della totalità degli esistenti (dove la “e-” dell’esistenza designa l’esposizione reciproca di tutti a tutti). Uomo che si protegge comandando gli Altri (maiuscoli, quindi già spostati in uno spazio di estraneità categoriale). Ma che, appunto, comanda proteggendo. Così mentre il biocapitalismo devasta le vite “altre”, rapina risorse e la possibilità di esistere diversamente (c’è solo il modello occidentale), l’occidente stesso si precipita (da decenni) in “aiuti al terzo mondo”, in “guerre umanitarie”; e le ong occidentali “invadono” la devastazione stessa, incollando pezze s’una falla immensa, che servono per lo più (al di là delle buone intenzioni dei singoli che al lavoro delle ong partecipano) a riconfermare il modello occidentale e la dipendenza strutturale del resto del mondo dalla sua presunta superiorità. Senza dimenticare l’effetto di sollievo che produce sulle nostre coscienze morali (impedendo, circolarmente, che le questioni possano essere poste politicamente). E’ la riformulazione, non certo l’alternativa, del nostro sguardo coloniale sul mondo intero.
    Baudrillard a questo proposito parlava di “colonialismo sentimentale”, intendendo il “bisogno” degli occidentale di “compatire” i disastrati del resto del mondo, di fare beneficenza davanti a sciagure ambientali e catastrofi umanitarie – che non sono, in realtà, che conseguenze dell’aggressione capitalista – rovesciando così da capo a piedi la percezione delle dinamiche del dominio.
    Non è qui solo un’affare d’ipocrisia. Si tratta della risposta dei singoli all’ordine simbolico in cui sono invischiati, ordine simbolico a cui si risponde prima dei rispondere all’altro (minuscolo) in carne ed ossa, e che rispecchiando le strutture oppositivo-gerarchizzanti del dominio, riduce l’altro all'”Altro” categoriale (l’animale, la donna, lo straniero, ecc…). E’ a partire da qui che le emozioni vengono incanalate ed orientate a favore delle strutture stesse del dominio, ripetendone la cogenza. A cominciare appunto dalla compassione, che finisce per coincidere con l’indifferenza stessa verso gli altri concreti, se non con il disprezzo e l’odio (l'”aiutiamoli a casa loro” fascista e criprofascista).
    Davanti a questo partita (a somma zero: cioè una guerra) alle tre carte, una piccola alternativa ce la insegna il vituperato Heidegger: lasciare andare. Non nel senso, appunto, dell’indifferenza, ma del lasciar essere ciò che più ci sta a cuore. Liberare gli altri dalla soggettività sovrana e divorante dell’occidente. Fare spazio. In questo caso, aiutare senza proteggere. Ci mancherebbe che non si debba ora, a esito compiuto, andare a prendere i migranti con le nostre navi sulle spiagge libiche, e senza discriminare fra profughi e migranti (migranti che migrano per tante ragioni, fosse anche solo quella di un progetto di vita). Ma che poi vadano dove vogliono, senza gabbie di lottizzazione dell’accoglienza. Perché questo pianeta non è di nessuno: e non si tratta di uno slogan, ma del rifiuto della logica appropriativa e capitalizzante che contraddistingue da sempre l’occidente – per cui se questa terra, questa cosa, non è di nessuno, posso prenderla e farla mia: attraverso la sua messa a lavoro e a valore, ovviamente.
    Ma soprattutto smettere di “intervenire” nel mondo che fabbrichiamo e ci rappresentiamo come “Altro”. Smettere di intervenire per comandare con le armi, con la colonizzazione capitalista così come con “gli aiuti” che proteggendo, di nuovo, comandano. Il che però implica la dismissione della nostra stessa soggettività, la rinuncia a identificarci come “occidente”. E riconoscere questo mondo come con-mondo, come il mondo di altri in relazione ad altri, senza centro e senza “Altri”, che con la maiuscola altri non sono, ma identici inchiodati alla loro categorizzazione.

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