La maternità nella società capitalistica è lo schiavismo del 21° secolo

snowwhiteIl titolo del post è uscito un po’ allarmista, ma mi spiegherò meglio e mi capirete alla perfezione. Ho appena visto un video realizzato da un’azienda che produce biglietti d’auguri. Nel filmato un uomo d’affari offre un lavoro. I colloqui con le/i potenziali candidat@ si svolgono via skype. L’uomo comincia a descrivere il lavoro: bisogna essere reperibili 365 giorni l’anno, notti incluse. Disponibilità assoluta e altre amenità. La situazione si mette male quando spiega che non è prevista alcuna paga, la gente protesta e pensa si tratti di uno scherzo.

Allora il nostro amico ci comunica che il posto è già occupato da migliaia di persone in tutto il mondo: si tratta delle madri.

http://www.youtube.com/watch?v=ZD8yfyaeaxM

Mi sono messa a piangere quando alla fine il gruppo di persone ringrazia la propria mamma e vengono presentati alcuni di questi biglietti di auguri del tipo “per la migliore mamma del mondo.” Problema risolto ragazzi, eh? Tua madre ha lavorato come una schiava per anni senza ricevere nessuno stipendio, e la soluzione del problema è acquistare un merdoso biglietto per la festa della mamma.

Nelle società matriarcali come i Moso in Cina, o matrifocali, come i Minangkabau in Indonesia, le madri hanno una serie di privilegi che almeno non le lasciano completamente indifese, come avviene nel sistema patriarcale capitalista nel quale viviamo. Ad esempio, tra i Minangkabau le donne sono quelle che posseggono la terra, le madri e le/i figli@ sono quelli che hanno case e terreni fertili, di modo che una donna non si troverà mai sola, senza casa e senza un soldo con due bambin@ a carico come avviene qui, nel nostro popolo in-civile, giorno dopo giorno. Che ad ascoltare i telegiornali viene voglia di urlare.

I Moso semplicemente non hanno un’istituzione matrimoniale e si risparmiano i relativi sacrifici. I rapporti sessuali sono liberi e le/i figli@ fanno parte della famiglia della madre. Gli uomini assumono il ruolo di padri delle/i bambin@ delle sorelle. Se vi interessa l’argomento, potete visitare il mio archivio, dove ho pubblicato alcuni testi al riguardo e vi sono state più di due discussioni sulla questione. L’ultima di queste a Vienna, tra l’altro, in un discorso sul matriarcato queer che evidentemente non ho saputo affrontare, visto che mi sono saltat@ alla giugulare. La prossima settimana torno in Austria per un workshop e spero di risolvere il pasticcio.

La mia amata Alicia Murillo dice che la gente nelle proprie discussioni non ha problemi ad esigere un salario per i lavori domestici, ma far pagare le prestazioni sessuali è più complicato. Penso che il problema risieda nell’enorme tabù che la società ha con la prostituzione, e la questione ha a che fare con tutto quello di cui stiamo parlando. Mi spiego:

La ‘signora’ si sveglia alle 7 del mattino (al più tardi) dopo una notte intensa, i bambini si sono svegliati 5 volte, tanto che, tra biberon e latte, questa persona ha a malapena chiuso occhio. Fa un pompino al suo ‘signor’ marito, perché vada al lavoro contento, poi prepara la colazione per tutta la famiglia e le attività che seguono già le sappiamo: pulizie, spesa, medico, figli@, cucinare, lavare. Siamo tutt@ d’accordo che questa ‘signora’ lavora come una schiava e non è giusto che l’unico a lavorare “legalmente” qui sia l’uomo, che lavora otto ore scarse e poi corre a casa sul divano.

Va ancora peggio quando lei lavora anche fuori casa, perché allora fa un doppio lavoro e la situazione è già disperata. Questa è la realtà di milioni di donne da queste parti, in questa rabbiosa e frustrante attualità.

E siamo ancora lontan@, o forse non così tanto, dalla possibilità che questa persona ottenga uno stipendio per il lavoro che fa, e che si prenda in considerazione che tutto questo lavoro fisico eccessivo possa ottenere una compensazione economica in un mondo capitalistico. Questo o cambiamo mondo. E quel pompino o aprire le gambe senza desiderio alla fine di una giornata interminabile, anche questo è lavoro. Sono cure, così come sono cure le attenzioni dedicate ai bambini, cucinare, fare lavatrici, pulire la casa, alzarsi alle due, alle tre e alle cinque del mattino per rispondere al pianto di un bambino malato.

Basta perdio! Con tutto quello che si è detto del crowdfunding su Verkami del libro Maternidades Subversivas, l’attenzione si è concentrata sui parti e sugli allattamenti orgasmici, credo perché sono temi vistosi e mediatici. Ecco, una puttana che gode a partorire, se non è vero che il vizio non conosce limiti… Le donne in questa società non si comportano così, partoriscono, puliscono e crescono le/i figli@ col dolore e il sudore della fronte. Ovviamente, senza stipendio. Si chiama schiavitù. Spero che il libro venga pubblicato e che si dicano un paio di cose ben dette, con l’aiuto di un sacco di persone potenti e di tutti voi.

PS: Vi regalo il link a un bell’articolo sull’origine della festa della mamma e le parole sagge in merito a questo articolo di Rosario Hernández Catalán:
“Il figlicidio e il matricidio informano, purtroppo, la storia. Sicché la femminista Julia Ward convocò un’alleanza di madri contro la guerra, perché la guerra è il più grande figlicidio (uccisione delle/i giovani, delle/i figli@) e il più grande matricidio (sterminio dell’opera materna). La guerra è progettata dal Patrix, la gerontocrazia (il governo dei vecchi) patriarcale. E pensate a come è significativo che la fanteria,il corpo ammortizzatore di un esercito, si chiami così, dal termine infanti (giovani, ragazzi). La grande Victoria Sau nel suo Dizionario Ideologico Femminista, alla voce “guerra” vi illuminerà su questo tema.”

Articolo originale qui, traduzione di feminoska, revisione di Serbilla Serpente e Elena Zucchini (grazie!)

La leggenda è reale: sono una puttana (e il motivo per cui non lo dirò mai alla mia famiglia)

4La mia famiglia sospetta da tempo che io sia una puttana.

Tutto è cominciato con il mio ex. Da abusante manipolatore quale è, ha divulgato questa informazione ad amici comuni (che l’hanno usata poi contro di me quando ci siamo lasciati), alla mia famiglia e, probabilmente, alla sua. Mia madre mi ha preso da parte, più volte, chiedendomi: “E’ vero? Sai che puoi dirmelo, puoi dirmi tutto e io ti vorrò sempre bene”.

La verità è che mi piacerebbe parlarne con la mia famiglia. Attualmente mi sto dedicando alla scrittura utilizzando uno pseudonimo, perché non voglio che la mia famiglia scopra il mio lavoro… Il che è un vero peccato, perché sono davvero molto orgogliosa di quello che ho realizzato finora e spero di avere un certo successo attraverso il self-publishing. Allora perché non ho ancora fatto outing? Perché non lo facciamo tutte?

In una parola: puttanofobia.

La puttanofobia è la forma specifica di discriminazione che i/le sex worker sperimentano. E’ fortemente intrisa di misoginia e disprezzo (slut shaming), spesso mischiata a transmisoginia, razzismo, classismo e altre forme di emarginazione. Quella del/la sex worker è in sé un’identità marginalizzata e, come nella maggior parte dei casi, modulabile lungo uno spettro. Nel nostro settore la chiamiamo la ‘gerarchia’, però di solito questa parola si riferisce alle idee interiorizzate su quale sia possibile considerare un comportamento legittimo, e dunque lavoro, e ciò che non lo è. Tuttavia, definire una persona ‘ballerina di burlesque’ (se lo si considera lavoro sessuale, alcun* non lo fanno, ed esiste una grande varietà di tipi di burlesque artistico) è molto diverso rispetto a confidare che sei una prostituta di strada. La maggior parte delle forme di lavoro sessuale portano con sé uno stigma fortissimo, che ha un impatto duraturo sulle nostre eventuali altre carriere professionali non sessuali e sulle relazioni interpersonali, e il lavoro sessuale completo (cioè avere rapporti sessuali con i clienti) è il punto più basso ed estremo dello spettro. Questo è il tipo di lavoro sessuale al quale mi sono dedicata.

Distante dagli standard normativi, non avrei avuto molte altre opzioni; mentre le prostitute esistono in ogni forma e dimensione, le spogliarelliste sono – in generale – più rispondenti a determinati standard di bellezza. Questo in parte spiega, a mio avviso, la ragione per la quale la prostituzione in strada è considerata il gradino più basso; è vista da alcun* come l”ultima risorsa’, dentro e fuori l’industria del sesso. Anche se tutti i tipi di lavoro sessuale sono considerati indissolubilmente legati al consumo di droga e ad altri problemi sociali, sul lavoro sessuale completo anche questa volta ricade il fardello più pesante. Esiste un preconcetto, sia nelle persone in generale che nei professionisti medico-sanitari, psicologi, assistenti sociali, forze dell’ordine e protezione dell’infanzia che la prostituzione sia inevitabilmente legata al disagio. Preconcetto opinabile.

In procinto di lasciare il mio ex-partner abusante, confidai alla mia assistente sociale (dopo averle chiesto a lungo rassicurazioni in merito alla propria politica di riservatezza, che lei mi assicurava essere totale) che avevo precedentemente lavorato come sex worker in un bordello. Accettò di lasciare questa informazione fuori dal mio dossier, ma mi informò che, se fossi stata ancora in attività in quel momento, avrebbe allertato i servizi di protezione dei minori. Quando le chiesi perché, dal momento che praticavo la mia attività lontano da casa e i miei figli erano seguiti dalla mia famiglia mentre ero al lavoro, rispose che “la prostituzione è di solito indicativa di altre problematiche”. Più tardi, un’amica e collega con la quale ne parlai al bordello, mi raccontava di come suo figlio fosse stato allontanato da lei, perché il suo ex compagno, nel corso di un’udienza per la custodia, aveva menzionato la cosa agli assistenti sociali. Non c’era stato bisogno di sollevare ‘altri problemi’; la presunzione di ‘altri problemi’ e l’ignoranza in merito alla realtà del sex work, erano bastate per perdere la custodia del proprio figlio.

Un’altra mia amica, dello stesso bordello, venne minacciata (da quello che sarebbe presto diventato il suo ex-marito) di essere denunciata – in quanto sex worker – se avesse richiesto supporto legale nel corso della separazione. Piuttosto che correre il rischio di perdere i propri figli e la propria famiglia, ha preferito perdere la casa, la stabilità finanziaria, tutti i risparmi e tutto quello per cui aveva lavorato fino a quel giorno. L’ex-marito si è preso tutto.

Il preconcetto secondo il quale il lavoro sessuale si accompagna al disagio fa acqua da tutte le parti, ma è anche risultato di un’inversione di causa ed effetto; è proprio l’esperienza di essere parte di un gruppo che viene abitualmente discriminato che allontana dal resto della società, negandoti servizi quali assistenza medica, assistenza abitativa, assistenza all’infanzia, ecc. e contribuendo a esacerbare questioni gravi quali le molestie della polizia e la patologizzazione. Questi sono gli aspetti che portano a quegli “altri problemi” come la violenza domestica (o, più precisamente, la mancanza di opzioni per sfuggirvi), la povertà, i problemi di salute mentale, l’uso di droghe e l’abuso/indifferenza per i figli. Questo schema si verifica nella maggior parte dei gruppi più emarginati. Il rovescio della medaglia però, è che il sex work offre anche una via d’uscita da queste situazioni, quando sono causate da altri fattori; il lavoro sessuale è relativamente ben pagato in Occidente, e non richiede istruzione formale o formazione, rendendolo accessibile a persone in difficoltà. Non c’è però un legame intrinseco tra sex work volontario e disagio. La correlazione non implica causalità, e il rapporto esistente è in gran parte circostanziale. Se non fosse per la puttanofobia e la relativa marginalizzazione, questa discriminazione non esisterebbe e l’aumento dei casi di problemi familiari e sociali tra i/le sex worker potrebbe anche diminuire. Purtroppo, l’esistenza di questi problemi viene usata come prova per giustificare l’atteggiamento bigotto nei nostri confronti. Si tratta, in sostanza, di colpevolizzazione delle vittime.

Sono stata trattata come merda dal personale medico nel richiedere il mio esame di routine per le malattie sessualmente trasmissibili, e poi messa in imbarazzo per il fatto di aver riscontrato dei batteri – naturalmente presenti – nella mia vagina, cosa che si verifica in circa l’80% degli adulti sessualmente attivi e la cui presenza di solito non è nemmeno testata perché innocua. Ho visto medici scuotere la testa e chiedermi perché mi dedicavo ad un’attività così pericolosa in giovane età, quando in realtà il bordello era il mio rifugio sicuro dal mio partner violento.
Ad oggi, il mio ex mi manda minacce poco velate e si riferisce a me con nonchalance come ‘una di quelle’ nella migliore delle ipotesi, o ‘stupida puttana’ se si sente particolarmente crudele. Sono anche certa che la disumanizzazione delle/i sex worker è stato uno dei motivi per cui un conoscente si è sentito libero di violentarmi, dopo tutto le puttane sono di proprietà pubblica e siamo felici di scopare chiunque in qualsiasi momento, no?

Avevo confidato ad un altro partner importante che ero una sex worker e mi ero sentita profondamente toccata dalla sua comprensione. In un primo momento, il fatto che si trattasse del passato significava che per lui non era più importante, ma poi, quando ho ripreso a lavorare, capì che la sua gelosia era fuori luogo dato che lo facevo solo perché avevamo bisogno di soldi. “E’ solo un lavoro, no?”, diceva. Scoprii poi una serie di messaggi che aveva inviato dal mio telefono ad un’amica – anche lei sex worker, una spogliarellista – in cui si riferiva a me come una ‘prostituta tossica’ per rivaleggiare con i racconti estremi della propria amica riguardo al suo lavoro.

Mi chiedo, ogni giorno, se parlare del sex work sia davvero una buona idea, perché sono dolorosamente consapevole che mi potrebbe costare la custodia dei miei figli.

Quando con la mia famiglia si parla della mia mancanza di lavoro, e io affermo di aver recentemente avuto un lavoro (la mia copertura è il tipico cliché della receptionist, in quanto questo spiega i miei strani orari e rende più semplice coprire le tracce) la risposta è in genere “veramente abbiamo sentito tutt’altro”. L’implicazione qui è che il lavoro del sesso non è realmente lavoro. Il mio tempo, la mia fatica e abilità non contano nulla, perché il mio lavoro è visto come illegittimo, pur essendo praticamente legale nella mia situazione particolare e nonostante il fatto che, grazie ad esso, provvedo finanziariamente ad un certo numero di persone, tra cui la mia famiglia allargata in diverse occasioni. Non posso sapere quello che i miei genitori immaginano in merito al lavoro sessuale, anche se nel discutere del mio lavoro di ‘receptionist’, mia madre diceva “non posso credere che le donne possano vendere i loro corpi così” e dichiarazioni simili che abbiamo tutt* sentito migliaia di volte. Non mi sono messa a discutere, però avrei voluto dire “una massaggiatrice offre relax fisico con il proprio corpo, sta vendendo il proprio corpo o sta vendendo un servizio?”

Vorrei poterle raccontare dei miei clienti, in generale uomini gradevoli, normali, come quelli che incontriamo ogni giorno. Vorrei poterle dire che nessun cliente mi ha mai fatto del male fisicamente o che ho subito un solo abuso verbale da parte di un cliente, mentre ho subito qualche forma di abuso fisico o sessuale da quasi tutti gli uomini incontrati nella mia vita personale, il che dimostra chiaramente come il problema non sia il lavoro sessuale. Vorrei raccontarle la sorellanza che ho sentito e sento con altre sex worker, che hanno rappresentato alcuni dei rapporti più significativi della mia vita. Vorrei dirle di come abbiamo discusso regolarmente delle nostre famiglie, di come ci siamo mostrate a vicenda le foto dei nostri figli, fornito consigli e sostegno emotivo, trucchi e profumi e, in generale, di come ci siamo reciprocamente prese cura l’una dell’altra. Vorrei che sapesse come, in quanto madre e femminista, non deve demonizzare il sex work, perché non solo i clienti si sono dimostrati più rispettosi degli uomini che pensano di avere gratuitamente diritto al tuo tempo, ma la Sorellanza è viva e vegeta nel bordello locale. E siamo tutte diverse, come accade in ogni gruppo eterogeneo unito da un’esperienza condivisa, e ci prendiamo cura l’una dell’altra.

Se dovessi raccontare adesso alla mia famiglia del mio lavoro, lo considererebbero senza dubbio un terribile tradimento della loro fiducia, non solo perché ho ​​mentito quando me lo hanno esplicitamente chiesto, ma perché non sono stata schietta dall’inizio. Ma in realtà, come avrei potuto esserlo? Per quanto mi riguarda, fare coming out in quanto sex worker offriva molto poco in confronto a quello che avrei potuto perdere, come il rispetto della mia famiglia, la custodia dei miei figli, per non parlare del pubblico disprezzo e delle possibili conseguenze legali. Ho intenzione di parlargliene un giorno, ma immagino non prima di molti anni.

Traduzione di questo post da parte di feminoska.

Perché le femministe dovrebbero ascoltare le/i sex worker

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“I/Le sex worker si trovano spesso di fronte a preconcetti radicati, per via dei quali se non divulghiamo le nostre storie tragiche e le esperienze umilianti che abbiamo affrontato, corriamo il rischio di non essere credut* da molte persone appartenenti al movimento femminista. E’ ora di finirla, perché non vogliamo mettere in scena il nostro ‘porno tragico’ a vostro beneficio”, scrive Elena Jeffreys.

Discorso tenuto da Elena Jeffreys, Presidente Nazionale di Scarlet Alliance, alla conferenza Feminist Future organizzata a Melbourne, Australia, il 28-29 maggio 2011, nell’ambito della discussione “L’importanza del femminismo”.

Scarlet Alliance è un’associazione di rilevanza nazionale formata da sex worker e organizzazioni di sex worker australian*, aperta alla partecipazione di tutt* i/le sex worker, passat* e presenti. Scarlet Alliance incarna oltre due decenni di storia di organizzazione formale tra pari in Australia, ed è formata da diversi collettivi di sex worker in tutto il paese.

Questi collettivi sono attivi nel campo della sensibilizzazione, sviluppo di comunità, promozione della salute, prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili e HIV, sostegno alle persone colpite dalle politiche anti-traffico , sostegno per quanto riguarda rapporti di lavoro, giustizia economica e finanziaria, diritto alla casa, assistenza sociale, rinvii giudiziari e di polizia, salute e politica dei diritti umani – oltre 20.000 occasioni di erogazione di servizi diretti a sex worker in Australia ogni anno – e sono parte dell’associazione al fine di garantire che tutte queste informazioni si trasformino in potenti messaggi di rappresentanza a livello nazionale. In occasioni come questa.

Prendiamo molto seriamente la nostra attività di informazione, organizzazione, attivismo e politica da/per sex worker. Non è per noi uno scherzo. Non è indulgenza accademica. L’attivismo delle/i sex worker non è un percorso volto alla carriera. E’ volontariato: nessuno ci paga per essere qui. Non siamo qui per promuovere le nostre carriere e non stiamo cercando di riabilitare lo stigma che sopportiamo nella nostra vita di sex worker o di professionalizzare il nostro curriculum facendo attivismo.

L’attivismo non è una scusa per evadere dalla discriminazione che affrontiamo giorno dopo giorno in quanto sex worker. Il nostro attivismo per i/le sex worker potrebbe anche essere chiamato organizzazione del lavoro, perché senza di esso non avremmo alcun diritto. Tutto quanto le/i sex worker hanno ottenuto in termini di condizioni di lavoro, dignità, salute e accesso ai servizi, lo abbiamo ottenuto perché abbiamo lottato per noi stess*.

Credete a ciò che dico?

Ho la responsabilità, in quanto Presidente Nazionale della Australian Sex Workers Association, di comunicarvi il messaggio politico delle/dei sex worker.

Alcune persone, all’interno del movimento femminista, hanno etichettato quell* di noi che sono coinvolt* nel movimento per i diritti delle/i sex worker come “privilegiat*” e “prostitut* allegr*”, incapaci di comprendere i disagi che le/gli altr* sex worker affrontano.

Non date per scontato nulla delle/i sex worker che incontrerete alla conferenza di Scarlet Alliance questo fine settimana. Non date per scontato nulla sulle/i sex worker incontrat* su Facebook , nei media, e che si dedicano all’attivismo. Non date per scontato che non siamo stat* vittime di violenza, discriminazione, allontanamento dalla famiglia, abuso, violenza, pessime condizioni di lavoro, violenza domestica, povertà, corruzione della polizia o criminalità. Siamo persone, come voi, che hanno affrontato tutto ciò che nel corso di una vita affronta qualsiasi individuo. Ma, in quanto sex worker, affrontiamo anche preconcetti radicati, il che significa che se non condividiamo con voi le storie tragiche e le esperienze umilianti che abbiamo affrontato, corriamo il rischio di non essere credut*.

Questo è ciò che noi chiamiamo il “porno tragico”: un desiderio, nel movimento femminista, di ascoltare storie tragiche di disagio delle/i sex worker, e quando non lo accontentiamo, ci troviamo ad affrontare l’accusa di nascondere la “verità” sul sex work. Ad esempio, quando parliamo dell’assenza di incidenti relativi alla questione del traffico nell’industria del sesso, siamo accusat* di non riconoscere le condizioni di vita delle/i sex worker migranti. O quando presentiamo statistiche reali sul consumo di droga nell’industria del sesso, ci viene detto che stiamo ignorando o mentendo sul consumo di droga nel lavoro sessuale. Ci si aspetta che ‘mettiamo in scena’ una pornotragedia stereotipata per il pubblico delle femministe, e quando non ci stiamo, non veniamo prese sul serio.

Beh, sto per dirvi qualcosa che potreste non aver preso in considerazione. Non vogliamo recitare per voi.
Non dovremmo usare occasioni come questa come forma pubblica di counselling, o momento di sfogo per le difficoltà della nostra vita, allo scopo di convincervi quando diciamo che esigiamo i nostri diritti umani.

E non vogliamo che la comunità femminista si aspetti, ricompensi, o applauda una persona quando si lascia andare a descrivere tutte le esperienze negative che ha sopportato nella propria vita. Le persone che hanno realmente bisogno di counselling e sostegno per elaborare i propri traumi esistenziali non sono tenute a mostrarveli al fine di accedere ai diritti umani di base, assistenza o giustizia.

Se non credete a ciò che vi diciamo solo perché non vi mostriamo le nostre tragedie, allora siete parte di un circo malato, nel quale le/i sex worker rappresentano una forma di intrattenimento non consensuale.

Le/i sex worker non sono qui per questo. Siamo qui per sostenere la nostra battaglia, e chi non riesce a capirlo si è spostato qui accanto, perché non vogliono vederci vivere la nostra vita traboccanti di forza. [NB: la conferenza Feminist Futures si era divisa sull’argomento: Sheila Jeffreys e altre femministe radicali avevano affittato uno spazio per proseguire con quella che chiamavano la “vera” conferenza femminista, in segno di protesta contro le/gli attivist* pro sex work /pro trans invitat* all’ultimo momento].

Dunque, perché un gruppo di femministe si sente minacciato a tal punto dalle/i sex worker che affrontano energicamente le proprie vite? Beh, la risposta più semplice è che i/le ‘salvator*’ aumentano il proprio prestigio rendendo noi vittime e loro stess* salvator*. Non è una novità, è un fenomeno noto a partire dalla metà del XIX secolo, ai tempi rappresentò la via attraverso la quale molte donne di classe media sfuggirono dalla casa per entrare a far parte della vita pubblica nelle democrazie occidentali, tra cui anche l’Australia. Senza le Puttane Maledette non vi era alcuna necessità della Polizia Divina – le femministe che affermavano di essere la salvezza delle/i sex worker trovarono la fama, vennero celebrate, influenzarono le politiche ed ebbero voce in capitolo in Australia nel corso degli ultimi due secoli. A nostre spese.

Quell* tra voi impegnat* nelle organizzazioni della ‘salvezza’ , devono ammettere che a ‘salvare’ si ottiene privilegio. Posizionandosi nel ruolo di chi aiuta le/gli altr* si ottiene un ruolo nella società, che senza ‘vittime’ semplicemente non esisterebbe.

Questo è il motivo per il quale Scarlet Alliance sostiene una forma di educazione tra pari nel campo del sex work. Un approccio critico che vede le/ i sex worker sostenersi reciprocamente e autonomamente. Questo è il motivo per il quale sosteniamo le organizzazioni delle/i sex worker. Organizzandoci in maniera critica per noi stess*.

Questo è il motivo per cui non reciteremo la ‘nostra tragedia’ per voi. Perché per vivere la nostra vita con forza, è necessario che ci accettiate al nostro meglio. Vogliamo che il movimento femminista la smetta di punirci per la nostra forza, gratificarci per il nostro dolore, guadagnare privilegio alle spalle delle nostre esigenze, e vogliamo che ci ascolti quando parliamo. Noi continueremo ad alzare la voce per i nostri diritti e voi dovrete ascoltarci.

Perché chi nega la nostra esperienza , nega la nostra esistenza. Combattiamo già pessime leggi, non abbiamo anche bisogno di combattere metà della comunità femminista australiana.

Elena Jeffreys è Presidente di Scarlet Alliance. Articolo originale qui.

La malafede della zoofobia – IV (e ultima) parte

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§ Ritmo, Grazia e Afflizione
Esistono validi motivi per supporre che la crisi globale della nostra creazione non richieda un inasprirsi della dominazione tecnoscientifica e zoofobica, ma un ritorno ai nostri sensi, ovvero, ad una vita animale più libera. Infatti, in Dialettica Negativa Adorno scrive che “l’individuo rimane con niente più che… provare a vivere in maniera tale da poter pensare di essere stato un buon animale.” (51) Essere un buon animale (umano), commenta Christoph Menke, significa agire mossi da un sentimento di solidarietà. Il soggetto animale è tale che “non separa sé stesso dalle proprie “spinte” o “impulsi” per seguire la legge e per liberarsene, ma la cui libertà, anzi, la cui propria forza, consiste nel permettere alle sue pulsioni e impulsi di esprimersi. Solo così, in “armonia”, persino in “riconciliazione” con sé stesso, l’uomo può essere buono verso gli altri.”(52)
Gli homo sapiens possono essere se stessi, e specificatamente esseri umani, solo se sono buoni animali, e quindi solo quando “non agiscono, e tantomeno si presentano, come persone,” (53) vale a dire, come ego che sopprimono i propri impulsi interiori. In Body Transformations, Alphonso Lingis attinge a Nietzsche dicendo che “le forze lussuriose di un individuo possono allontanarsi dall’immagine ideale di sé proiettata dagli adulti della propria famiglia, classe, etnia, nazione e razza per puntare su quegli istinti antichi che risorgono in lui, affermandoli e conferendo loro potere. “(54) Ma i tratti che costituiscono un buon animale non possono essere fabbricati; “la nobiltà non si rivela dalla gestione del carattere;”(55) l’unica vera virtù è spontanea, senza pretese, ed emerge con l’emancipazione dell’impulso, libera di assumere spontaneamente una molteplicità di significati.(56) Ma far sì che gli impulsi libidinosi trovino piena espressione oggi, pone l’individuo a rischio; la civilizzazione stessa è stata progettata precisamente per addomesticarli e sottometterli ad un’autorità “superiore”. Qualsiasi essi siano, gli istinti “renderanno quell’individuo disadattato nel proprio tempo e possono renderlo eccentrico o folle.”(57) Finché la civilizzazione non sarà rimodellata per fargli spazio, rimarrà “un selvaggio nato troppo tardi.”(58) “L’uomo ‘civilizzato’ – nota Fromm – ha sempre vissuto nello ‘Zoo’ – cioè in diversi gradi di cattività e non-libertà – e questo è tuttora vero”(59) Per la verità, forse ancor di più nelle società tecnologicamente più avanzate, che da qualsiasi altra parte.
Nella maggior parte dei casi, la nostra tendenza all’essere guidati da processi pre-riflessivi e a noi connaturati, oscilla tra riluttanza ed odio.(60) Per questo motivo introduciamo nelle nostre vite lo sforzo di un eccessivo autocontrollo. Watts ha associato questo processo all’afferrare una mano con l’altra, per timore che sbagli in qualsiasi cosa stia facendo. La conclusione è che, in quest’ottica, non ci si può fidare di nessuna delle due mani. “Chi sorveglierà le guardie stesse?”(61) è una domanda che dovrebbe essere posta ma generalmente non lo è. Nel frattempo, si è persa una delle due mani, e cioè metà della propria abilità, in una ricerca sostanzialmente impossibile di controllo di se stessi e degli altri. A causa di questa lotta e di questo soffocamento auto-inflitto, il mondo diventa una gabbia. Sicuramente, dice Watts, “ci saranno errori, ma se non ti fidi affatto finirai per strangolarti. Finirai per circondarti di regole e leggi e prescrizioni e polizia e guardie – e guardie per fare la guardia alle guardie. Quindi, per vivere dobbiamo avere fiducia. Dobbiamo confidare in ciò che è completamente ignoto e in una natura che non ha padroni.” (62) Riformulando il punto di vista di Alfred North Whitehead sulla questione, Hamrick e Van der Veken scrivono di un evidente cambio di atteggiamento nella filosofia moderna nei confronti della percezione sensoriale, prodotto da una variazione dell’antica domanda, ovvero da “Cosa sentiamo?” a “Cosa possiamo sentire.” Un mutamento così compiuto ha dato i natali ad un “atteggiamento di ‘attenzione forzata’ per percepire dati che oscura la base dell’esperienza da cui i dati stessi originano,” con la percezione sensoriale che diventa il prodotto di una “attenzione cosciente che esclude più di quanto includa…. Per Whithead – dicono – la filosofia deve criticare queste astrazioni e, superando la ‘fallacia di una concretezza malriposta,’ ristabilire la nostra connessione con la natura e con la nostra esperienza morale, emotiva, e sostanziale. “(63)
Alcune parti di Il pensiero selvaggio di Levi-Strauss potrebbero essere utili per indirizzarci verso tale modello alternativo di vita. Il pensiero selvaggio è “pensiero nel proprio stato non addomesticato, così distinto dal  pensiero educato o addomesticato allo scopo di ottenere qualcosa. La caratteristica peculiare del pensiero selvaggio è la sua eternità…Una moltitudine di immagini prende forma simultaneamente, nessuna esattamente uguale all’altra, cosicché nessuna fornisce più di una conoscenza parziale.” (64) Per ridefinire lo strutturalismo dell’autore in una narrativa di vita sensuale, il “pensiero selvaggio” è, in senso stretto, non tanto mente o pensiero, (65) ma una certa presenza viscerale dell’organismo nel proprio mondo. E’ un corpo che si orienta nelle immediate vicinanze, cercando soluzioni ai problemi in ciò che è a portata di mano, approfittando dell’immediata possibilità, esistendo – presente nella situazione e trascendendola attraverso questa stessa presenza. C’è la gioia del coinvolgimento in tale “incarnazione [che] riguarda il corpo che tracima il proprio senso di costrizione, nel permettere la creazione di ritmi condivisi.” (66) Da questo punto di vista, la vita sulla terra ha un aspetto ritmico che è organico e, in un senso davvero primitivo, musicale. I corpi umani sono fondamentalmente legati ai ritmi della terra, posto che non inibiscano il proprio schiudersi entro sé stessi. Saul Williams sostiene che “siamo l’equivalente manifesto di tre secchi d’acqua e una manciata di minerali, realizzando così che quegli stessi secchi girati sottosopra forniscono l’elemento percussivo dell’eternità. Se devi contare per tenere il ritmo – aggiunge in alcune interpretazioni dal vivo – allora conta.” (67) Ma sostenere questo testimonia già una realtà di separazione; più civilizzati, e cioè orientati alla cultura, diventiamo, più diventiamo incapaci di comprendere questo concetto, anche mentre continuiamo ad esserne soggetti. Le nostre vite allora perdono sincronia con il battito diversificato delle ecologie circostanti e dei loro abitanti senzienti. Siamo così privati di ciò che potrebbe chiamarsi grazia animale – non solo quella che caratterizza la facilità con cui un gatto salta giù da un albero, ma anche quella che – sottolineata dalla sofferenza – opera in mezzo al dolore, alla perdita e all’infelicità. Secondo Mazis, “le radici della parola afflitto indicano ‘essere oppresso.’ Il mondo, se preso sul serio, davvero ci opprime. Essere afflitti significa sentire il peso dell’esistenza, un peso che ci riporta ad un livello condiviso con tutte le altre creature viventi. E’ una via verso casa.”(68) Una casa non perfetta, almeno non secondo le nozioni riduzioniste di perfezione lineare; troppo imprecisa, vaga e “inafferrabile” per ospitare esemplari perfetti. Non si sposa con la geometria Euclidea; una montagna non è più rozza, ma molto più complessa di un triangolo. Inoltre, per il disappunto sia di quelli che vorrebbero costruire un concetto di umanità come negazione dell’animalità, sia di quelli determinati a sviscerare l’inconfutabile nocciolo dell’animalità, nella ricchezza della molteplicità animata non risulta esserci una riconoscibile singola qualità che renda un animale tale. E quindi, semmai, l’animalità è non-essenzialista ed estremamente eterogenea. (69) Ralph R. Acampora sostiene giustamente che “non ci sono animali generici che vagano per la terra, e la pura/perfetta ‘animalità’ in quanto tale può essere evocata nel paradiso di Platone solo in via ipotetica.” (70) Questa, tuttavia, non è l’antica Grecia (71) e non serve a nulla aggrapparsi a standard di perfezione demoralizzanti e incorporei capaci di inibire l’apprezzamento della carne fallibile del mondo. “Di tutte le emozioni – dice Mazis – il dolore ha il grande potere di rallentarci, se lo lasciamo fare. Come la sensazione al centro dei nostri corpi di essere influenzati da tutti questi altri esseri, il dolore ci chiama ad essere partecipi di una rete intrecciata e complessa fatta dei fili sottili dell’interconnessione.” (72) Anche se non è una lezione piacevole, ci permette di realizzare che essere completamente permeabili al mondo – con il sangue, il sudore, e le lacrime che ne derivano – ha la sua propria perfezione. Perciò, sicuramente, invece di premere qualche interruttore immaginario sulla modalità “apprezzamento dell’animalità”, tornare a casa significa prima di tutto sentire il peso del mondo, provare dolore per i miliardi di nostri simili che muoiono, vedere quanta sofferenza deriva dalle nostre azioni. E si tratta di agire in base al dolore. La domanda è: saremo in grado di farne qualcosa, considerate le barriere alla compassione innalzate tutto intorno a noi, che ci separano dal mondo e si sostituiscono ad esso? Nessun sentimento si sviluppa nel vuoto, nella res cogitans di un pensatore Cartesiano opposta alla res extensa del mondo. Siccome, piuttosto, una persona percepisce dentro e attraverso la densità delle cose, sostengo che il vero essere-con (Mitstein) rimuoverà questi ostacoli materiali e percettivi, dovrà coraggiosamente rimpiazzare le immagini con la realtà, il ferro e il vetro con la terra e gli alberi, l’aria condizionata con il vento, la benzina con l’acqua, l’astratto con il concreto, un movimento necessario a restituire incanto al disincantato. Non è una vaga idea buttata a caso. Sia i prerequisiti sia le implicazioni di un recupero di una piena e diretta presenza nel mondo e l’uno  verso l’altro sono sbalorditivi, e fondamentalmente richiedono niente meno che un capovolgimento della reificazione, irreggimentazione e mercificazione della vita senziente. Un tale capovolgimento è, sempre più evidentemente,  tanto necessario quanto inevitabile.
NOTE

51 Adorno, Dialettica Negativa, 299.
52 Ch. Menke, Genealogy and Critique [in:] “Cambridge Companion to Adorno,” ed. Tom Huhn. Cambridge and New York: Cambridge UP 2004, 320.
53 Adorno, Dialettica negativa, 277.
54 A. Lingis, Body Transformations: Evolutions and Atavisms in Culture. New York: Routledge 2005, 16.
55 ibid.
56 Nel seguire le tracce di John Dewey, Shannon Sullivan insiste nell’usare “impulsi” invece di “istinti” per indicare che la “corporeità di un organismo generalmente segue un disegno, piuttosto che a caso.” Mentre “‘istinti’ implica che le energie di un organismo si presentino già confezionate in organizzazioni necessarie e definite di dati significati… gli impulsi… ottengono il proprio scopo solo da consuetudini che li organizzano… la corporeità è organizzata da consuetudini, che sono gli stili di attività acquisiti da un organismo che gestiscono l’energia dei suoi impulsi.” L’abitudine, a sua volta, è molto più che la ripetizione della routine. E’ “non tanto la ricorrenza di azioni particolari, quanto uno stile o una maniera di comportarsi che si riflette attraverso l’essere di ognuno.” Gli automatismi comportamentali sono riflesso non della realtà, ma di faziosità positivista. Vedi S. Sullivan, Living Across and Through Skins. Transactional Bodies, Pragmatism, and Feminism. Bloomington, Indianapolis: Indiana UP 2001, 30-1.
57 Lingis, Body Transformations … , 16
58 ibid.
59 Fromm, Anatomy … , 103.
60 In questo rimaniamo ignari del fatto che questo stesso atteggiamento è un’espressione della vita corporea, insieme al pensiero cosciente come tale, esso stesso non così indispensabile come a tutti piacerebbe forse pensare. Michael Steinberg sostiene che “il pensiero cosciente è completamente intrecciato con il sub-personale … bisognerebbe ricordare costantemente che i pensieri di cui siamo coscienti sono solamente aspetti parziali e a volte anche casuali di un più grande complesso di processi … Il nostro pensiero è solo un aspetto della vita del corpo, esso stesso aperto a tutte le cose.” Vedi M. Steinberg, The Fiction of a Thinkable World. Body, Meaning, and the Culture of Capitalism. New York: Monthly Review Press 2005, 24-5.
61 “Quis custodiet ipsos custodes?” è un proverbio latino attribuito al poeta romano Giovenale, spesso richiamato da Watts nelle sue letture e nei suoi libri relativamente alla futilità ultima dell’auto-controllo e alla necessità di fidarsi della propria natura. Vedi per esempio il suo The Tao of Philosophy (Boston: Tuttle Publishing 2002, 33-4).
62 ibid.
63 W. Hamrick, J. van der Veken, Nature and Logos. A Whiteheadian Key to Merleau-Ponty’s Fundamental Thought. Albany, NY: State University of New York Press 2011, 53.
64 C. Levi-Strauss, The savage mind (il Pensiero Selvaggio), trad. George Weidenfeld and Nicholson Ltd. London: Weidenfeld and Nicholson 1966, 219, 263.
65 Il titolo francese originale de The Savage Mind è “La Pensée Sauvage” dove la pensée è più naturalmente tradotto come “pensiero” piuttosto che “mente”. Mente in francese solitamente si traduce con l’esprit.
66 G. A. Mazis, The Trickster, Magician and Grieving Man: Reconnecting Men with Earth. Santa Fe, New Mexico: Bear & Company Publishing 1993, 207.
67 S. Williams, Coded Language [su:] Amethyst Rock Star, American Recordings 2001.
68 Mazis, The Trickster…, 269, enfasi nell’originale.
69 La nozione essenzialista dell’animalità “tende a uniformare la varietà esistenziale degli esseri animali (in divenire) in un’astrazione concettuale – assegnandoli e relegandoli, così, ad una generica categoria di ‘animalità.’” Vedi Acampora, Corporal Compassion … , 9.
70 ibid.
71 Secondo Steinberg, nelle antiche arti e miti Greci, “gli dei e gli uomini erano legati in una sorta di gioco a somma zero. Gli dei sonotutto ciò che noi non siamo e noi siamo d’altra parte ciò che loro non sono: possiamo cambiare, invecchiare, ammalarci e morire, ma gli dei sono senza età e non cambiano mai.” Uno degli intenti ed effetti dell’arte greca che non è apprezzata dai critici contemporanei era una condanna ad una imperfezione terrena, corporea. “Il credente greco, malato o affamato o semplicemente fuori forma come la maggior parte delle persone, non si faceva ingannare, come noi, dalla forma umana di Zeus o Apollo. ” Vedeva, nell’abisso che separava la propria carne dalla loro, “con crudele precisione le inadeguatezze e le miserie della vita umana.” La nozione greca della perfezione somatica degli dei quindi “mostra la nostra carne fiacca, deforme, cadente come una parodia grottesca della nostra forma ideale.” Così, mentre il corpo umano arriva ad odiare se stesso, il dio inventato – un substrato della nostra paura zoofobica – pesa tremendamente sull’animale che siamo. Vedi Steinberg, The Fiction…, 78-9.
72 Mazis, The Trickster…, 18.

Tutte le fonti online erano accessibili al 6 Dic. 2012.

La malafede della zoofobia – parte III

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Continua da qui. Paura, senso di colpa e odio sono tutti interconnessi in questo gioco di verità e bugia. Nel desiderare una libertà dalla carne tanto astratta quanto impossibile, siamo annichiliti dal terrore di fronte alla libertà della carne di seguire i propri ritmi. Per questo abbiamo usato una violenza incredibile per sopprimerla, poi, sentiti i riverberi della miseria animale e il senso di colpa strisciante, abbiamo provato a sopprimere anche gli animali, con la rinnovata, contorta aggressività libidinosa propria di un animale che odia se stesso.
In quanto oppressori attivi e spesso morbosamente appassionati di altri animali, abbiamo bisogno di capri espiatori (notare l’origine del termine), proprio come l’antisemita ha bisogno dell’Ebreo. Non c’è altro modo di rafforzare una falsa identità se non attraverso un inganno continuo; ed è necessario un grande sforzo per sostenere un tale inganno nel tempo. Per innalzarci dalla nostra condizione animale abbiamo bisogno di opprimere, sottomettere e sopraffare la carne. Abbiamo bisogno di sfogare, ovvero, di punire la carne sulla quale ammiccano le nostre parole di auto-conforto. Allo stesso tempo, nell’attuale oppressione di altri animali, dobbiamo lottare per dimostrare quanto diversi siamo da loro, in modo da non cadere dalla parte degli oppressi. Schiavizzare si è rivelato in generale difficile per noi, se non attraverso una narrativa sufficientemente valida a illustrarne i vantaggi. Intessute nel corso dei secoli, le narrative volte alla giustificazione sono state, per la nostra specie, l’esito di pratiche crudeli, atte allo scopo di mistificare la realtà con le parole.

§ La carne insultata
La zoofobia è corredata da un ricco compendio di invettive mirate alle vittime di queste forme di sfruttamento inter-specie (i.e. gli animali non umani). Nella maggior parte dei casi i loro stessi nomi sono associati all’inferiorità, rivelando la loro reale condizione in mani umane e le reazioni, spesso incomprese, a questo stato di fatto. In pratica, tutte le forme verbali del disprezzo si sono evolute come sfondo della proiezione di paura e violenza precedenti. Perciò, la maggior parte del mondo animale non umano consiste di “bestie” che sono “stupide”, “sudicie”, “viziose”, ecc. L’aggettivo “stupido” è, tra gli altri, riferito a pecore, asini, mucche.
Le pecore, scrive Richard Gray, “sono animali apparentemente così poco brillanti da essere diventati sinonimo di stupidità e del seguire la massa senza pensare.”(41) In maniera istintiva, da individualisti auto-professi, potremmo sentirci insultati da forti istinti di branco – ovvero istinti sociali – ma la presenza di tali istinti non deve essere scambiata per stupidità. Di fatto “scienziati dell’Università di Cambridge hanno scoperto che queste creature hanno un’intelligenza pari a quella di roditori, scimmie e, in alcuni test, persino di esseri umani.” (42) “Stupido” è riferito anche a esseri così alienati dal proprio habitat naturale ed estraniati dalla loro stessa natura attraverso l’allevamento selettivo, al punto da trovare incomprensibile questa realtà costruita, prodotta dall’artificio umano. Il termine è stato inoltre utilizzato nei confronti di creature rese troppo docili perché possano difendersi da sole, rese tali attraverso l’esperienza ripetuta del come possa essere più sicuro “aspettare che passi”. “Sudicio” è stato un insulto rivolto ad animali che si rotolano nel fango, quali maiali, facoceri, bisonti, ippopotami, rinoceronti, elefanti etc.
Piuttosto che testimoniare scarsa igiene, in realtà i bagni nel fango si rivelano essenziali per abbassare la temperatura corporea, eliminare i parassiti, proteggere la pelle dal sole, o marcare il territorio. Perché, allora, i maiali sono considerati l’animale sporco per eccellenza? Forse perché sono così oppressi e facilmente disponibili ad ogni ridicolizzazione, già serviti a pezzetti su un piatto, simbolo del fallimento della carne in quanto sudicia, un sostituto per quello ciò che siamo decisi a sradicare da noi stessi – ossessionati come siamo da una sterilità a livello ospedaliero, da un’attenta cura dell’aspetto e dal distanziarci dal sudiciume del mondo che ci circonda. A sua volta “malvagio” è stato riservato a quegli animali che non hanno paura di mordere, in primis ai lupi.
La loro reputazione di animali aggressivi è stata largamente esagerata, e di contro la loro socialità ridimensionata. Eppure mai un lupo è stato osservato mordere i testicoli della sua preda per trattenerla come sventurato schiavo. Di fatto, scrive Glen A. Mazis,

I forti legami di affetto, fedeltà, cura, attenzione, giocosità, cooperatività, comunicatività e fiducia che permangono tra i lupi del branco sono le caratteristiche che più colpiscono del comportamento di gruppo dei lupi, come notato dagli etologi che hanno trascorso tempo in loro vicinanza. Prova di questi tratti è il loro condividere la cura dei piccoli, il corteggiamento lungo un anno e il far coppia a vita, costellato da dimostrazioni d’affetto continue, il nutrire i membri feriti del branco, il lutto della durata di mesi qualora perdano un membro del gruppo, e il bisogno di appartenenza al branco.(43)

Questo per dire che le rappresentazioni culturali dei lupi sono servite in modo univoco a supportare la pratica sterminatrice perpetuata nei loro confronti dagli esseri umani, sia in Nord America sia in Europa. “Non solo i lupi sono stati uccisi fino all’orlo dell’estinzione – scrive Mazis – ma sono stati anche massacrati con una veemenza che è sconcertante”(44), certamente il riflesso di una minaccia prima immaginata e proiettata. Ovviamente si possono individuare numerosi esempi di aggressioni intra-specie o inter-specie anche in altri animali. Gli scimpanzé, per esempio, sono stati visti intrufolarsi nei territori di altri gruppi di scimpanzé vicini e dilaniare a morte maschi presi alla sprovvista. In apparenza sistematici nel fare ciò, scelgono pazientemente la concorrenza, “finché sia il territorio che le femmine non diventino loro”(45). Gli scimpanzé sono inoltre stati avvistati coinvolti in combattimenti e “sanguinose battaglie all’interno del gruppo per determinare il maschio alfa.”(46) Infine, in case eccezionali, le femmine sono state viste uccidere e persino mangiare i neonati di altri femmine(47). È significativo, tuttavia, che questi comportamenti siano stati osservati in aree caratterizzate da una pesante invasione umana e serie pressioni ambientali che indicano uno stato di emergenza, non di normalità. Animali di innumerevoli specie provano ansia patologica mentre il mondo gli si stringe addosso(48). A dire il vero, nel suo Anatomia della Distruttività Umana, Erich Fromm non esita ad affermare che “se la specie umana avesse lo stesso livello di aggressività ‘innata’ degli scimpanzé che vivono nel loro habitat naturale, allora vivremmo in un mondo piuttosto pacifico” (49).
Mentre solitamente l’oppressione è resa accettabile attraverso narrative di denigrazione, lo stesso risultato può essere ottenuto tramite un discorso nobilitante. In quanto simbolo di coraggio e forza, il leone appare nell’immaginazione come il re della “giungla”. Data la prevalenza di questa percezione, diventa poi eternamente attraente l’idea di detronizzarlo e sottometterlo; cosa che in parte spiega la diffusa presenza dei leoni negli zoo e nei circhi. Nel primo caso, i leoni sono in gabbia ed esibiti in quanto sconfitti, nel secondo invece sono ridotti a buffoni di corte, che si esibiscono al capriccio della frusta dell’addestratore, per la soddisfazione del pubblico. Persino quando apparentemente esaltata, la carne serve come oggetto di dominio e di sopraffazione definitiva. Esiste, tuttavia, anche un altro modo implicito per giustificare la pratica oppressiva, la cui aberrazione è resa più facile da perpetuare in nome della sua stessa pervasività.
Rimozione, sottomissione e sterminio sono resi naturali semplicemente in virtù del fatto che stanno già avendo luogo. Indipendentemente da quello che gli sfruttatori raccontano a se stessi, indipendentemente da quello che provano a far credere a se stessi coloro che volontariamente prosperano sulla sofferenza degli animali, non esiste alcuna narrativa e alcuna prova della superiorità, se non la pratica del dominio stessa. Se mai, è questa distruttività irrazionalmente razionale, logica, civilizzata e senza precedenti per dimensioni, ciò che pone gli esseri umani su un piano separato dal resto degli animali. Sulla base di prove paleontologiche, antropologiche e storiche, Fromm ha concluso che “il grado di distruttività cresce col crescere dello sviluppo della civilizzazione, piuttosto che il contrario”.(50) Ma che succederebbe se noi – gli animali civilizzati che siamo – volessimo rovesciare la situazione?

Note:
41 R. Gray, Sheep are Smarter than Previously Thought [in:] The Telegraph, http://www.telegraph.co.uk/science/science-news/8335465/Sheep-are-far-smarter-than-previously-thought.html.
42 ibid. Stabilire dei criteri in merito all’intelligenza è già un esercizio di potere. Dato che sono sempre gli umani che preparano i test, esiste (come minimo) la seria possibilità di distorsione intrinseca. E prendendo uno dei tanti esempi possibili, la maggior parte degli umani si chiamano l’un l’altro attraverso l’uso di nomi, ci si aspetta che li memorizzino e si identifichino con essi, e che rispondano quando sentono il proprio nome pronunciato. Gli altri animali non si chiamano l’uno con l’altro “Ivan,” “Janet,” o “Giuseppe.” Nei test, noi proviamo a chiamarli a modo nostro e, se si rifiutano di assecondare la nostra piccola idiosincrasia, sono loro che “devono essere stupidi.” Sullo stesso tema, merita di essere menzionata la motivazione strumentale dietro ai test a Cambridge . La Professoressa Jenny Morton, una neuroscienziata, “stava studiando l’intelligenza delle pecore nella speranza che potessero essere utili come modelli animali per il Morbo di Huntington, un disturbo neurodegenerativo che porta alla demenza e colpisce il controllo dei muscoli.” L’articolo conclude che, di sicuro, le pecore “offrono un grande potenziale per studiare le funzioni cognitive e anche per essere modelli di Morbo di Huntington.” Il senso critico suggerisce che potrebbero non sopravvivere al loro essere modelli scientifici; con gli umani al comando, è pericoloso essere giudicati stupidi, ed è male essere considerati intelligenti.
43 G. A. Mazis, Human Ethics as Violence Towards Animals: The Demonized Wolf. Non pubblicato, letto su http://www.spaziofilosofico.it/wp-content/uploads/2011/10/Mazis.pdf, 9.
44 Mazis, Human Ethics…, 8.
45 A. Weisman, The World Without Us. New York: Thomas Dunne Books 2007, 50.
46 ibid. Questo deve essere confrontato con le osservazioni alternative fatte da A. Kortland del 1962 e riportate da Erich Fromm. Kortland aveva assistito ad un esempio di “un vecchio scimpanzé canuto che è rimasto il capo del gruppo nonostante fosse fisicamente decisamente inferiore rispetto agli esemplari più giovani.” Fromm sostiene che “evidentemente la vita in libertà, con tutti i suoi stimoli gli aveva permesso di sviluppare una certa saggezza che lo qualificava come capobranco.” Ora, se la dominazione fisica fosse un priorità automaticamente presunta tra gli scimpanzé, una situazione simile non potrebbe verificarsi. Invece, osserviamo quanto le loro vite possano essere versatili, a seconda delle variazioni nelle condizioni di vita, popolazione ecc. Vedi E. Fromm, The Anatomy of Human Destructiveness. New York/Chicago/London: Holt, Reinhard and Winston 1973, 106.
47 Ch. Q. Choi, Female Chimps Kill Infants. LiveScience, May 14 2007. Http://www.livescience.com/1518-female-chimps-kill-infants.html.
48 Fromm discute della ricerca di C. H. Southwick sull’influenza dell’affollamento sull’aumento nell’aggressività animale. Afferma che “la diminuzione dello spazio priva l’animale di importanti funzioni vitali quali movimento, gioco, ed esercizio delle proprie facoltà…” Un altro aspetto del sovraffollamento, che probabilmente favorisce ancor di più un atteggiamento aggressivo, è la distruzione della struttura sociale di un gruppo animale. “Ogni specie animale [sociale conosciuta-KF] vive all’interno di una struttura sociale caratteristica per la specie. Gerarchica o no, la struttura sociale specifica della specie è il quadro di riferimento a cui l’atteggiamento dell’animale si adatta. Un equilibrio sociale sopportabile costituisce una condizione necessaria alla sua esistenza.La sua distruzione attraverso l’affollamento costituisce un’enorme minaccia all’esistenza animale, e l’aggressione è il risultato che chiunque si aspetterebbe, specialmente dato il ruolo difensivo dell’aggressione, specialmente quando la fuga è impossibile.” Nonostante le strutture sociali possano cambiare per una singola specie e non siano così fortemente predefinite come Fromm può aver pensato, la sua conclusione generale sembra corretta: sotto pressione per l’affollamento, la comunità animale tipicamente diventa “una folla malevola.” Vedi Fromm, Anatomy… 105-6.
49 ibid., 103.
50 Fromm, Anatomy…, 4.

La malafede della zoofobia – parte II

humananimal2Continua da qui
“La nostra esperienza primordiale, preconcettuale… è intrinsecamente sinestesica”(12), scrive David Abram. Cita Merleau-Ponty nell’affermare che esiste uno “strato primario dell’esperienza che precede la sua divisione in sensi(13) separati”, e che la ragione per cui non siamo consapevoli del primato della sinestesia nella percezione è “perché la conoscenza scientifica sposta il centro di gravità di esperienza, in modo tale che abbiamo disimparato a vedere, sentire e, in generale, percepire, al fine di dedurre dalla nostra organizzazione corporea e del mondo per come il fisico lo concepisce, che cosa dobbiamo vedere, ascoltare e sentire(14).” Lo scienziato contrasta la percezione selvatica o bestiale esplorando le pareti della grotta buia del mondo con una piccola torcia elettrica, poco a poco, la totalità solo successivamente assemblata nel pensiero(15). La divisione sociale del lavoro e la lotta che ne consegue sono correlate alla frattura all’interno del corpo umano individuale e fenomenico.
La società capitalista divisa in classi ha, sopra ogni cosa, lo scopo di disciplinare la carne per imporre il lavoro di accumulazione del capitale come prevalente su tutti gli altri aspetti della vita quotidiana. Degli innumerevoli esempi possibili, prendiamo in considerazione l’azienda cinese Foxcomm, la più grande produttrice mondiale di elettronica che assembla, tra gli altri, i computer Apple. Nel solo 2010, diciotto dei suoi operai hanno tentato di suicidarsi lanciandosi dal tetto degli edifici aziendali. Quattordici sono morti. Durante le recenti proteste, circa 150 lavoratori hanno minacciato di gettarsi. Quale soluzione è stata messa a punto dalla dirigenza? Hanno affrontato le cause di disagio dei lavoratori? Non hanno assolutamente fatto nulla di ciò. Invece, hanno messo a punto una “non-soluzione” che è tanto ovvia quanto scandalosa: dopo la prima ondata di suicidi, hanno installato enormi reti di sicurezza per evitare ulteriori salti(16). Cerchiamo di immaginare lo scenario non così improbabile che potrebbe svilupparsi, quello in cui i lavoratori e i loro responsabili si spingano sempre più in là, cercando di superarsi in astuzia l’un l’altro, realizzando un vero e proprio spettacolo di tecno-efficienza e disperazione. Ora, quanti di noi utilizzeranno computer Apple per scoprirlo?
In India, i suicidi degli agricoltori legati alla “crisi agraria” sono diventati normali. Si stima che circa 17.000 agricoltori si siano suicidati nel solo 2009. Quando i prezzi sul mercato azionario scendono, a migliaia perdono il proprio sostentamento. L’Indian National Crime Records Bureau dichiara che circa 216.500 sono morti per questo motivo nel periodo 1997-2009(17). Nella produzione del cotone, ad esempio, si fanno soldi in tutto il mondo in stretta relazione con le fluttuazioni dei prezzi che hanno causato queste morti. Come il mercato azionario dell’attore aziendale e le sue massicce sovvenzioni statali, il suicidio di massa è una questione di calcolo statistico nel solito giro di affari, e nulla di più.
Non dovrebbe essere difficile spiegare come il sentimento di orrore di fronte a “sistemi, sistemi razionali, razionali tra virgolette, strumentalmente razionali” sia di per sé logico(18). Date per scontate, le decisioni individuali dettate dal senso comune e volte alla soddisfazione di interessi immediati risultano, tutte insieme, in esiti irrazionali. Per esempio, migliaia di persone salgono sulle proprie auto, desiderando di tornare a casa il più presto possibile dopo una dura giornata di lavoro, per poi ritrovarsi bloccate nel traffico nel bel mezzo della strada, soffocando nello smog e lì bloccate per ore e ore. E questo scenario si ripete ogni giorno mentre si parla di “rivoluzione verde,” un assurdo kafkiano trasformato in un universale normalizzato.
L’alienazione delle relazioni sociali, altrimenti naturali, è resa comprensibile solo in maniera mediata – attraverso la scrittura, la musica, l’arte. Incorporata saldamente nel cuore di abitudini non liberamente sviluppate, ma generate in maniera coercitiva dalle strutture materiali e ideologiche della produzione, l’alienazione è qualcosa che si conosce, ma che non si può riconoscere profondamente se non attraverso un qualche tipo di mezzo attraverso il quale il corpo possa riconnettersi con se stesso in maniera sicura, ampiamente e preventivamente programmata. In una buona società (ossia, non alienata) queste mediazioni sarebbero inutili; la loro sopravvivenza segnala, soprattutto, le carenze della vita umana. Adorno apre la sua Dialettica negativa scrivendo che “la filosofia, che un tempo sembrava superata, continua a vivere perché mancò il momento di realizzarla.”(19)
Nel frattempo, la nostra esperienza è in declino, ridotta in gesti riprodotti meccanicamente, ritualizzati, sempre più standardizzati. Come spesso accade con ciò che viene dato per scontato e con ciò che si vuole dimenticare, i fondamenti della vita corporea, la nostra vitalità sensuale e la nostra partecipazione sensoriale, sono stati spinti sullo sfondo dallo spirito della rinuncia. Pertanto, mentre la carne soggiogata sommessamente costituisce e ricostituisce tutta la vita senziente, per la maggior parte rimane invisibile. Ma le cose cambiano. In un primo momento a poco a poco, poi convulsamente, il tessuto della normalità è rotto, e una nuova intuizione si riversa forzatamente nei nostri occhi mentre assistiamo a un ritorno del rimosso.
La vita sensuale riemerge in bella vista in sintomi morbosi: ossessione dilagante e compulsione, depressione e apatia, ansia, irritabilità e aggressività, obesità, dipendenza dal lavoro, ipertensione, solitudine, intorpidimento, noia, stanchezza cronica nel bel mezzo di un sovraccarico sensoriale, suicidio, dipendenza da internet, malattie cardiache, la violenza assoluta dell’omicidio seriale e della guerra organizzata – la nostra natura selvaggia sta diventando perversa, implodendo su se stessa o esplodendo nel mondo. Tutto questo viene compensato con rimedi rapidi – un volo nell’artificialità intensificata della desublimazione repressiva (20), la farmacologia, l’ingegneria genetica e l’incarcerazione.
Il ventre molle dell’esistenza reificata risiede nella pervasività del tecno-produttivismo: ogni problema è una questione di tecnica e richiede una soluzione tecnica, e le soluzioni tecniche comportano la manipolazione sistematica dei simboli e delle cose. Soffocando efficacemente la sensibilità del corpo, le procedure amministrative e le catene di comando sono rapidamente ristabilite mentre pseudosoluzioni lasciano intatte le cause dei problemi, che verranno affrontate da ulteriori azioni alienate. Interessata principalmente a svincolarsi da situazioni vissute, e non solo questa o quella volta, ma a risolvere questo o quel problema una volta per tutte, la mente scientifica eccelle nel regno dell’astrazione. Non c’è nulla nell’atteggiamento scientifico che si frapponga al nostro svegliarci un giorno a darci pacche l’un l’altro su spalle cyborg appena acquistate con le nostre nano-armi, o con i nostri nuovi io disincarnati caricati su dischi rigidi. E questa attitudine si sta diffondendo a macchia d’olio. Per parafrasare Alan Watts, staremmo tutti indossando camici bianchi, se potessimo farlo. Siamo tutti tecnici oramai(21).
Atrofizzandosi, l’anima umana carnale si trova a fronteggiare un mondo alieno attraverso la lente di un sistema che vanta diversità, ma si fonda sulla quantificabilità universale della merce(22), un sistema che promette profondità, ma si ritira, a poco a poco, nella piattezza dell’immagine(23). Per quanto tempo può durare? Per quanto tempo al corpo vivente, risucchiato dal gorgo del capitalismo industriale, sarà chiesto di negare se stesso, sacrificato sull’altare della produzione? E quanto peggio stanno i miliardi di altri corpi che condividono il mondo con noi. Manipolati nella schiavitù, una legione di altri animali occupa i vasti spazi recintati, ingabbiati e reclusi di un’economia schiavista globalizzata.

§ … e tutti gli Altri
Con le incessanti trasformazioni della natura, la morte diviene un dato di fatto e riempie il cuore umano con un terrore che s’irradia in ondate di violenza crescente e sistematica. L’emergere di un programma distinto volto all’auto-stabilità umana di fronte all’inevitabile è stato reso possibile dalla precedente degradazione degli altri animali a portata di mano dell’uomo. Ora, il quesito scottante resta di determinare chi sia compreso nella categoria homo sapiens, e chi ne sia escluso. Nella lotta per l’emancipazione degli Afro-Americani negli Stati Uniti, Malcom X poté affrontare la questione con le seguenti, ben note, parole,
Diritti umani! Rispetto in quanto esseri umani! È questo che le masse di neri americani vogliono. È questo il vero problema. Le masse di neri non vogliono essere degradate come se fossero appestate. Non vogliono essere murate vive nelle baraccopoli, nei ghetti, come animali. Vogliono vivere in una società aperta e libera, dove possano camminare a testa alta, in quanto uomini e donne(24).
In altre parole, l’obiettivo per i neri è di essere liberi come esseri umani, invece che non liberi come animali. Indipendentemente da quale sia la nostra razza o etnia, abbiamo costruito il senso di un’identità umana immutabile sulle schiene spezzate di altri animali, per elevarci – nella nostra pratica economica, nel nostro senso comune, nella nostra sensibilità religiosa e nelle nostre scienze – verso quella che Merleau-Ponty ha chiamato “contemplazione dall’alto”(25). È dai corpi non umani – cacciati, controllati, stuprati e allevati, tenuti in cattività e macellati, sfruttati e utilizzati come cavie – che abbiamo imparato la maggior parte di ciò che sappiamo riguardo a come nuocere, mutilare, torturare e uccidere.
Le vittime spaziano da quelle definite in modo mirato (come il cosiddetto topo marchiato OncoMouse, sezionato nei laboratori in nome della ricerca sui trattamenti per il cancro) ai danni collaterali (come gli abitanti della foresta amazzonica, sterminati dal disboscamento della loro casa perpetuato per permettere il pascolo di mucche in schiavitù). L’olocausto animale globale è così pervasivo che è difficile stabilire il confine tra intento assassino e morte accidentale. Il solo numero di animali terrestri uccisi per fini alimentari è di 56-60 miliardi l’anno(26). Oltre ciò, e agli animali marini non contabilizzati, l’attuale ondata di estinzione di specie animali – soprannominata dai principali ricercatori come “La Sesta Grande Estinzione” – è la più vasta degli ultimi 65 milioni di anni, quando scomparvero i dinosauri(27). Juliette Jowit, del The Guardian, afferma che
L’IUCN (International Union for the Conservation of Nature−KF) nel 2004 dette origine a ondate di reazioni con la sua importante valutazione sulla biodiversità mondiale, secondo la quale il tasso di estinzione aveva raggiunto una cifra 100-1.000 volte maggiore di quella suggerita dalla datazione dei fossili nel periodo antecedente la comparsa degli esseri umani(28).
Aggiunge che mentre
Da allora non sono stati pubblicati calcoli ufficiali… i conservazionisti concordano che il tasso dell’estinzione è aumentato da allora, e … è possibile che siano corrette le drammatiche proiezioni fatte da esperti come il rinomato biologo di Harvard E.O.Wilson, che prevedono, in un ventennio, un tasso di estinzione fino a 10.000 volte quello di base(29).
La pressione ecologica esercitata sugli habitat di altri terrestri e sui loro stessi corpi da parte di industrie umane essenzialmente parassite è incredibile e senza precedenti.
Le vittime animali del passato e del presente, che segnano il percorso insanguinato dello sviluppo capitalistico-civilizzatore, chiedono un riscatto nelle urla quotidiane di milioni e miliardi di gole tagliate. Un riscatto non è possibile – come potrebbe esserlo; e, in ogni caso, le urla restano inascoltate. La crisi della sensibilità (capacità di percepire con i sensi) ha serie ripercussioni sul modo in cui la violenza è perpetrata: l’orrore dei macelli e dei laboratori di vivisezione è in genere nascosto alla vista e, con l’aumentare della distanza tra corpi sensibili, pervade i mondi abitati delle vittime(30). Anche gli zoo si preoccupano affinché la profondità della sofferenza degli animali rimanga invisibile, nascondendola in modo scrupoloso con un’esposizione palese ed esagerata: vedendo troppo, perdiamo di vista il reale(31). Al massimo la violenza viene raccontata, e ciò non è abbastanza.
Patiamo la mancanza di un contatto diretto, sentito e sensoriale con il mondo, nonostante esso sostenga ogni nostro passo. La mediazione – il filtro tra il mondo e il nostro corpo che conosce il mondo – è lo strumento del distacco, e il distacco è il prerequisito dell’oppressione. La materia resiste alla fredda analisi. Niente sembra essere completamente accidentale, né profondamente compreso.
L’orrore eterno subito da esseri fragili è sia al di là di ogni comprensione, sia reso incredibilmente normale. In maniera acuta, Karen Davis scrive che
[p]er quanto riguarda i miliardi di polli, di tacchini, di anatre, di bovini, di maiali e degli altri animali che, come i loro corrispettivi selvatici, si sono evoluti a condurre vite sociali complesse nei loro habitat naturali e hanno dimostrato di essere in grado di ritornare a vivere in modo indipendente dagli uomini – ovvero – di ridiventare selvatici – il destino genocidario non è quello di essere estinti fisicamente, ma quello di proliferare con trasformazioni virtualmente infinite e strazianti dei loro corpi; trasformazioni al fine di renderli adatti a quei letti di Procuste che sono l’industria agricola e la ricerca(32).
Le pratiche industriali sono tutte pianificate, programmate, chiaramente definite, riproducibili, sistematiche e ambiscono alla prevedibilità e non-ambiguità. In quanto parte di un’intensificazione ed esternalizzazione di quella fuga, antica come l’uomo, dalla nostra condizione animale, la moderna oppressione degli animali fa parte di una serie di olocausti che, per la loro portata, ci invitano a mettere in prospettiva Auschwitz, Treblinka, Chełmno, e gli altri campi di sterminio(33).
Nell’intreccio di passato e presente, persino da uno sguardo superficiale emergono chiaramente due verità collegate: 1) siamo impegnati in un sistema di dominazione quasi totale e 2) sembra esserci una traiettoria storica riconoscibile, dai toni distintamente cupi: una spirale discendente messa in moto gradualmente da un errore concettuale di base che tuttavia non è facile da tracciare e che di certo non sarà esaminato qui. In tutto ciò deve aver avuto un ruolo importante la zoofobia, intesa come forza ideologica, psicologica e legittimante, “l’altra medaglia” della produzione fin dagli esordi della transizione epocale dalla società di cacciatori a quella civilizzata e agricola. Rendere gli animali schiavi non è stata certo una passeggiata – schiacciargli il collo sotto al piede per sottometterli la prima volta probabilmente non è stato facile. Cacciare è una cosa, ma dominare dev’essere stato diverso.
In contrasto con immagini romanticizzate della prima addomesticazione animale, Charles Patterson ci ricorda che
Nell’uccidere gli animali per la loro carne e sfruttarli per il loro latte, per le loro pelli, o per il loro lavoro, i pastori impararono come controllare i movimenti, la dieta, la crescita e la vita riproduttiva attraverso l’uso della castrazione, limitazioni al libero movimento, marchiature, tagli d’orecchie e di certi strumenti, come grembiuli di cuoio, fruste, sproni e infine catene e collari(34).
Ovunque sia avvenuta, l’addomesticazione a un certo punto ha implicato necessariamente brutalità.
L’obiettivo era “produrre i tipi di animali più utili” per i bisogni dei pastori che “uccisero o castrarono la maggior parte dei maschi per assicurarsi che quello ‘selezionato’ per la riproduzione ingravidasse le femmine”(35). Le pratiche contemporanee di pastorizia ci offrono degli indizi su come la sottomissione degli animali ha proceduto quando è iniziata circa 11.000 anni fa(36). La castrazione è ancora d’importanza capitale con bovini, cavalli, cammelli e maiali ed è attuata di solito squarciando lo scroto e tagliando via i testicoli, a volte con un coltello di metallo o bambù, altre volte con la lama di una lancia. Talvolta i pastori si limitano a legare lo scroto strettamente con una corda, finché i testicoli non si atrofizzano. Realizzando un sadismo particolarmente vivido, i lapponi bloccano la renna, avvolgono lo scroto in un telo e lo masticano con i denti finché i testicoli non sono spappolati. Con una crudeltà altrettanto sconcertante, ci si è ingegnati in modi per sfruttare le femmine per il loro latte e impedire ai cuccioli di averne.
Per esempio, gli uomini delle tribù Rwala uccidono i piccoli di cammello per cibarsene, poi imbrattano un altro cucciolo col sangue di quello morto e lo portano dalla madre. A loro volta i lapponi sporcano con escrementi le mammelle della renna, cosicché i cuccioli non vogliano succhiarle. Per concludere con un esempio di come il movimento degli animali in cattività può essere controllato, Patterson riporta delle genti alle sorgenti dello Sepik, che rimuovono gli occhi dei maiali perforandoli con bastoni, in modo che il liquido fuoriesca dalla cavità oculare, e poi rimettono il bulbo oculare in posizione. In questo modo i maiali non vagheranno troppo lontano. Più avanti poi, saranno uccisi e mangiati(37).
Non appena gli umani iniziarono a sistematizzare il controllo sugli altri animali e a imporre loro con la violenza atteggiamenti sottomessi, divennero padroni della loro vita o della loro morte. Il processo di domesticazione degli animali non è stato poi tanto diverso da quello che rende drogati: la vittima doveva essere “agganciata”, privata della sua indipendenza, e resa dipendente dall’agente oppressore. Il servilismo e l’acquiescenza che apportano alla vittima benefici di breve durata e attimi di sollievo dalla violenza esplicita hanno un grande prezzo. L’animale è stato strappato dal suo mondo e spinto in una realtà aliena, dove vive una vita di seconda mano. Da allora, ha in genere tollerato il suo oppressore e, incapace di fare altrimenti, ha obbedito. E, nel caso avesse mancato di eseguire gli ordini, sarebbe presto diventato evidente chi era il padrone e chi lo schiavo(38).
Chiaramente, come ribadiscono Carl Sagan e Ann Druyan, “una netta distinzione tra umani e ‘animali’ è essenziale quando si vogliano piegare questi ultimi al nostro volere, costringerli a lavorare per noi, indossarli, e mangiarli – senza inquietanti sfumature di senso di colpa o rimorso”(39). Alla cultura che opprime bisogna che sia fornita una narrativa che ponga una netta separazione del contatto diretto e della vicinanza corporea tra oppressore e oppresso, tale che sia attivato un “cambiamento gestaltico”, un inganno giocato alla percezione in cui non vediamo più la realtà per come è, in cui la realtà è occultata da una nebbia concettuale e ideologica. Tuttavia, poiché la narrativa della dicotomia uomo-animale era fin dall’inizio chiaramente falsa, i rimorsi della coscienza non solo non si sono mai acquietati, ma si sono trasformati in odio – un odio talvolta represso e talvolta esplosivo contro ogni apparenza di falsa compostezza.
Un’altra analogia con l’oppressione razzista potrebbe aiutare a illuminare meglio la questione. Nei primi tempi del suo ministero musulmano, Malcom X predicò ai suoi fratelli neri, “Sapete perché l’uomo bianco vi odia? È perché ogni volta che vede il vostro volto, vede il riflesso del suo crimine, e la sua coscienza colpevole non riesce ad affrontarne la vista”(40). Nemmeno una narrativa costruita attentamente di generazione in generazione è sufficiente per cancellare l’impatto causato da un incontro immediato. Una narrativa zoofobica, proprio come una razzista, corre sempre il rischio di essere smascherata, poiché nasconde una realtà che pretende di essere riconosciuta: nel profondo dei nostri cuori, siamo animali auto-repressi che tengono in ostaggio il mondo.

Note:
12 D. Abram, Spell of the Sensuous. Perception and Language in a More-Than-Human World. New York: Vintage Book 1996, 60.
13 M. Merleau-Ponty, Phenomenology of Perception. Trad. C. Smith. London: Routledge & Kegan Paul 1962, 227.
14 ibid., 229.
15 Alan Watts afferma che lo scienziato deve ancora “necessariamente usare la propria intuizione nel comprendere la totalità della natura, anche se non si fida di essa. Deve sempre fermarsi e controllare la propria comprensione intuitiva con l’esile raggio luminoso del pensiero analitico.” Noi facciamo affidamento su ciò che Watts chiama intuizione, e su ciò a cui io mi riferirei come l’attività percettiva spontanea della vita pre-cosciente, pre-riflessiva, sub-personale, ad un livello straordinario, per ogni nostro movimento, incluso quello del pensiero analitico. Vedi A. Watts, Nature, Man, and Woman. New York: Vintage Books 1970, 62-3.
16 M. Moore, ‘Mass suicide’ protest at Apple manufacturer Foxcomm factory [in:] The Telegraph, 11 Genn 2012. http://www.telegraph.co.uk/news/worldnews/asia/china/9006988/Mass-suicide-protest-at-Apple-manufacturer-Foxconn-factory.html.
17 India: 2009 records highest number of farmer suicides [in:] One World South India, Dec 28 2010, http://southasia.oneworld.net/news/india-2009-records-highest-number-of-farm-suicides.
18 Vedi la discussione di Rick Roderick sulla posizione di Marcuse riguardo alla razionalità strumentale, Rick Roderick on Marcuse−One-dimensional Man, http://www.youtube.com/watch?v=WNAKr1TQ0xc.
19 T. W. Adorno, Negative Dialectics, trad. E. B. Ashton. London and New York: Routledge & Kegan Paul Ltd 1973, 3.
20 La desublimazione repressiva è un meccanismo per il quale sono garantite espressioni artificiali controllate e limitate ai desideri e alle pulsioni represse, espressioni legittimate dall’apparato produttivo e infine ritornanti in esso. Così, per esempio, il business della pornografia è una forma di manifestazione inversa della povertà della vita erotica, una compensazione per la precedente soppressione della sessualità, che permette un certo grado di sfogo sessuale in assenza di intimità. Per un’analisi dettagliata vedi H. Marcuse, Eros and Civilization. A Philosophical Inquiry into Freud. Boston: Beacon Press 1966.
21 Per suggerire un modo in cui questo funzioni anche in situazioni abbastanza banali, lasciate che proponga un aneddoto. Una mia amica, una donna, mi ha detto recentemente di essere un’assidua frequentatrice di palestra. Quando le ho chiesto perché ci andasse, lei mi ha risposto: “Per le endorfine che rilascia.” Così uno rimane a chiedersi quanto tempo ci vorrà prima che non ci venga più chiesto se noi stiamo bene, ma se sta bene l’equilibro biochimico dei nostri cervelli.

Impercettibili temi di microanalisi potrebbero rivelare potenti tendenze sociali. Il linguaggio tecnico-scientifico è ormai usato da non-specialisti in aree nelle quali non hanno alcuna competenza specifica. Nondimeno, essendo una sorta di nuova teoria e fede popolare, ha un’influenza profonda e crescente sul modo in cui essi vedono se stessi, gli altri, e il mondo. Per divagare un altro po’, mi sovviene un altro aneddoto, questo dall’autobiografia di Malcolm X.

X scrive del modo artificiale con cui i bianchi approcciano il ballo, come qualcosa che impedisce l’espressione spontanea. Chiarisce che la spontaneità richiede una rinnovata connessione con qualcosa di corporeo e antico, e un liberarsi  dalla tecnica. Dice, “ero tra la folla sgomitante – e all’improvviso, inaspettatamente, ho capito. I miei istinti Africani soppressi a lungo esplosero e si liberarono. Avendo passato così tanto tempo in … un ambiente bianco, avevo sempre creduto e temuto che danzare implicasse un certo ordine o schema di passi specifici – così il ballare è concepito dai bianchi. Ma qui, tra la mia gente meno inibita, ho scoperto che si trattava semplicemente di lasciare che i tuoi piedi, le tue mani e il tuo corpo agissero spontaneamente sulla base di qualsiasi impulso venisse stimolato dalla musica.” Vedi Malcolm X, The Autobiography of Malcolm X: As Told to Alex Haley. New York: Ballantine Books 1973, 60, enfasi nell’originale.
22 Federic Jameson sottolinea come “al minimo accenno di qualche variazione del libero mercato … la più standardizzata e uniforme realtà sociale nella storia” ci può essere rivenduta “come la ricca lucentezza della macchia di petrolio di diversità assoluta, e le più inimmaginabili e inclassificabili forme di libertà umana.” Vedi, F. Jameson, The Seeds of Time. Wellek Library Lectures. New York: Columbia UP 1994, 32.
23 Da confrontare con Debord, Society of the Spectacle, trad. D. Nicholson-Smith. New York: Zone Books 1995. A pagina 26 Debord parla della “dominazione della società da parte di cose le cui qualità sono ‘allo stesso tempo percettibili e impercettibili dai sensi.’ Questo principio è assolutamente realizzato nello spettacolo, dove “il mondo percettibile è rimpiazzato da una serie di immagini che gli sono superiori, ma allo stesso tempo di impongono come eminentemente percettibili;” enfasi mia.
24 Malcolm X, The Autobiography…, 278, la prima enfasi nell’originale, la seconda è mia.
25 Merleau-Ponty, The Visible and the Invisible, 27. Mentre la fisica, ad esempio, ha visto qualche cambiamento nella relazione percepita tra il soggetto e l’oggetto, il paradigma Newtoniano per cui i due sono indipendenti e completamente separabili regna ancora, e non solo per motivi pratici, ma come espressione del moderno senso comune. La “visione dall’alto” sopravvive anche in pieno postmodernismo al punto che il linguaggio è considerato un fenomeno esclusivamente umano e onnicomprensivo. Queste due condizioni danno le basi ideologiche alla dominazione antropocentrica; la prima attraverso l’affermazione dell’eccezionalità umana, la seconda attraverso l’estensione del suo fulcro a tutta la realtà concepibile.
26 Vedi GLiPHA (Global Livestock Production and Health Atlas), http://kids.fao.org/glipha per i dati del 2007 forniti da FAOSTAT. Il numero totale di morti cresce stabilmente. Non classificati come bestiame gli animali marini sono solitamente ammassati tutti insieme e pesati, non contati. Il numero delle loro morti annuali è difficile da determinare.
27 Vedi N. MacFarquhar, Trying to Lace Together a Consensus on Biodiversity Across a Global Landscape [in:] NY Times, 29 Sett 2010 (http://www.nytimes.com/2010/09/30/world/30nations.html?pagewanted=all).
28 Juliette Jowit, Warning sounded on decline of species ([in:] The Guardian, Mar 7 2010 (http://www.guardian.co.uk/environment/2010/mar/07/extinction-species-evolve).
29 ibid.
30 MacFarquhar, Trying to Lace Together a Consensus L’autore scrive che la perdita di specie ha la caratteristica di essere “lontano dagli occhi, lontano dal cuore.” In parte ciò è dovuto alla piccola dimensione degli organismi e analogamente i fattori dati, ma per la maggior parte può essere collegato alla cattiva consuetudine della civilizzazione di agire in modo superficiale a distanza, inclusa la distanza psicologica, dall’oggetto. In questo modo è stato riconosciuto che si aumenta il disprezzo per le conseguenze e si sopprime la compassione per l’altro. Quindi, lo sviluppo economico moderno ha molto a che vedere con le moderne azioni militari nel senso che entrambi includono uccisioni di massa e indiscriminate.
31 Questa è l’argomentazione di Acampora in varie pubblicazioni, per esempio in Extinction by Exhibition: Looking at and Inside the Zoo [in:] Human Ecology Review, vol.5, no. 1, 1998, 1-4.
32 K. Davis, Procrustean Solutions to Animal Identity and Welfare Problems
[in:] Critical Theory and Animal Liberation. Ed. J. Sanbonmatsu. Plymouth: Rowman & Littlefield Pubishers, Inc. 2011, 41, enfasi mia.
33 Ch. Patterson, Eternal Treblinka. Our Treatment of Animals and the Holocaust. New York: Lantern Books 2002. Tristemente, persino uno scrittore e pensatore capace come Patterson qua e là separa l’umanità dal regno animale. Di sicuro, sembra farlo proprio nel titolo del suo altrimenti prezioso libro. A suo credito, tuttavia, va detto che affronta la materia estremamente controversa di stabilire un paragone tra olocausti, muovendosi all’interno del delicato terreno nel quale la sofferenza degli Ebrei, Rom, Polacchi etc. tende ad essere sacralizzata, estetizzata e depoliticizzata.
34 ibid., 7.
35 ibid.
36 Zerzan suggerisce che l’addomesticamento di altri animali, o piante peraltro, non fu incontestato. Dice che di fatto “le testimonianze archeologiche in tutto il mondo dimostrano che molto gruppi umani provarono l’agricoltura e/o la pastorizia e poi li abbandonarono, ritornando alle più affidabili strategie della ricerca del cibo e della caccia. Altri rifiutarono per generazioni di adottare le pratiche di addomesticamento dei confinanti.” Vedi J. Zerzan, Twilight of the Machines, Port Townsend, Washington: Feral House 2008, 107-8.
37 Patterson, Eternal Treblinka … , 8-10.
38 La discussione di Barbara Noske sull’addomesticamento animale lo rappresenta come un fenomeno complesso, che coinvolge reversibilità e gradualismo. Scrive, ad esempio, che “Soltanto in numero relativamente basso le domesticazioni sono sopravvissute fino ai tempi moderni. Ciononostante, vi è la tendenza a considerare la relazione di domesticazione come una sorta di culmine evoluzionistico: come se, una volta che una specie sia stata addomesticata, resti in tale stato per sempre. Questo punto di vista corrisponde molto poco alla realtà storica.” Vedi B. Noske, Beyond Boundaries. Humans and Animals. Montréal /NY/London: Black Rose Books 1997, 5-6. Eppure, io concorderei con Patterson che le narrazioni dell’addomesticamento troppo spesso evitano ogni cenno alla coercizione implicita o esplicita, elementi che, anche se in gradi differenti, devono essere stati presenti nella maggior parte, se non in tutti, i casi di addomesticamento.
39 Citato in Patterson, Eternal Treblinka … , 25.
40 Malcolm X, The Autobiography … , 208.

La malafede della zoofobia – parte I

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Traduzione de The bad faith of zoophobia, di K. Forkasiewicz.
La pubblicazione, data la lunghezza dell’articolo, sarà divisa in parti.
Grazie a Martina e Alice per aver condiviso con me l’impegnativo compito della traduzione!

Jean Paul Sartre, nella sua incisiva analisi dell’antisemitismo, solleva alcuni argomenti preziosi in riferimento alla costruzione dell’identità razzista come espressione di vita non autentica. Sia la persona che il concetto di ‘Ebreo’ servono all’antisemita come mezzi, al fine di sviluppare un meccanismo di difesa esistenziale radicato, per eccellenza, nella malafede. Quest’ultimo sceglie “la permanenza e impenetrabilità della pietra, la totale irresponsabilità di un guerriero che obbedisce ai propri capi – e non ha comandanti”(1).

L’antisemita è intrappolato in una condizione paradossale inconfessata. In effetti, ha disperatamente bisogno di ciò che più detesta, al punto che, se l’Ebreo non fosse esistito, “l’antisemita avrebbe dovuto inventarlo”(2). Un prodotto distorto dell’ideologia e del sentimento antisemita, l’Ebreo non è percepito nella sua realtà, per come è; è utilizzato in quanto pretesto, nulla di più. A quale fine, bisogna domandarsi? Continue reading “La malafede della zoofobia – parte I”