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Femminista e antispecista, un pò cagna e un pò porca; un cavallo mi ha insegnato il valore della libertà.

7 Responses

  1. lapantafika at |

    Ciao feminoska,
    ho voluto fare quella precisazione perché, leggendo il post, mi è sorto l’atroce dubbio di come fosse stata interpretata la segnalazione di quella traduzione, visto che l’articolo della Fraser ha scatenato diverse polemiche più centrate sul “ho ragione io/hai torto tu” che sull’analisi politica. Da questa dicotomia, come da qualsiasi altra, mi tiro fuori, ho letto sputiamo su hegel tanti anni fa e da lì ho capito che “io vinco/tu (o Fraser) perdi” è uno schema che voglio superare e non riprodurre. Oltretutto, rileggendo, mi appare ancora più chiaro che questo ultimo post è tutto costruito su un’altra dicotomia, cioè pensiero delle donne di cultura/pensiero delle donne comuni ed è la seconda volta in pochi giorni che leggo di questa opposizione che, torno a ribadirlo, rifiuto totalmente e lo scriverò anche su fb. La rifiuto innanzitutto perchè è un’opposizione binaria che, in quanto tale, mi guardo bene dal riconfermare chiedendo più accortezza e responsabilità alle cosiddette intellettuali, tra le quali tra l’altro mi situo anch’io, dal basso della mia classe sociale; perché ha una origine borghese (tutta sta solfa sulla cultura accreditata è una creazione aristocratica, ereditata dalla borghesia) e infine perché, come ho già detto, siamo in una fase in cui il pensiero accademico è fortemente in crisi e perde legittimità e consenso, grazie alla presa di parola dal basso resa possibile dalla tecnologia. Vedi la risposta di comunicazione di genere ai deliri moralizzatori della de gregorio, che accademica non è, ma il caso in sè è un esempio di ciò che intendo. Ed è sicuro, per me, che l’importante è che si parli delle connivenze tra CERTO femminismo e biocapitale, con tutti i limiti delle analisi e gli apporti e i correttivi che ciascun@ può fare, ampliando l’analisi. Cos’è, meglio tacere finchè non sbuca fuori quella che ha tutte le carte in regola per parlarne?

  2. derridiilgambo at |

    non ce l’ho*

    scusate il linguaggio da sottoproletario

  3. derridiilgambo at |

    No, scusa, ma la trappola se c’era non ce lo messa io. Rispondo personalmente, perché riporti parte di una mia domanda non innocente (non capisco che significherebbe), ma neppure interessata, se non alla questione di come si legittimano gli intellettuali, il loro parlare per gli altri (parte o tutti), di cosa si può, nel metodo e nel contenuto considerare legittimo, di chi e in base a che cosa si possa legittimare a parlare.
    Non c’è né trappola né reazione difensiva. Reazione difensiva a che cosa, poi? Spero non alla Verità, neanche in forma fattuale (leggi completezza, dato che nella mia domanda ho nominato per caso pensatrici bianche, ben poco “liberiste” per altro).
    E in difesa di che, poi?
    Di qualche mio privilegio, che non sono né accademico né ricco (neppure “occupato”), né filocapitalista? Asinus Novus, che attacchi in maniera così spregiudicata, contiene molti miei articoli: non credo che ci troverai mai traccia di simpatia per il capitale, il mercato, il libero scambio, ma al contrario genealogie delle gerarchizzazioni binarie costituite in seno al biocapitalismo dal tono ben poco pacificante…
    Oppure la mia (o quella di Asinus) sarebbe una trappola che surrettiziamente, attraverso la questione del neoliberismo, vorrebbe screditare il pensiero (e l’esperienza) femminista, femminile in generale?
    Questa accusa sarebbe molto grave, perciò andrebbe esplicitata ed argomentata in molto più che poche righe – almeno se il compito, come accadrebbe, non si trasformasse nel solito conflitto fra blogger…

    A me la “reazione difensiva” è parsa arrivare da tutt’altra parte, parte che non ha minimamente preso in considerazione di riflettere sul tema posto dalla Fraser, magari continuando la critica a quelle pensatrici e quelle parte del movimento che per il neoliberismo hanno mostrato più di una semplice simpatia. Invece qui si è usata una strategia logica del tipo “nessun vero scozzese”, che finisce per dimostrare né mostrare nulla. E l’argomento della “trappola” non riesce a non farmi pensare a quel racconto di Kafka intitolato La tana.

    Ma forse il punto è un altro. E cioè che scindere il pensiero in “mainstream” e “Altro” (a parte che, ripeto: Haraway e Butler sarebbero più “mainstream” di Angela Davis? Mah…) è una pessima abitudine dei movimenti, che in questa (ulteriore) separazione binaria (amico-nemico) finiscono a trincerarsi in un identitarismo al quadrato,
    secondo cui “nel” movimento, fra tutte le voci, “quella pura” è la nostra.
    Strategia perfetta per crearsi una nicchia dalla quale gridare forte e chiaro il lamento per le proprie, infinite e inevitabili, sconfitte.

  4. lapantafika at |

    Dal momento che l’articolo di Brenna Bhandar e Denise Ferreira da Silva ve l’ho segnalato io, colgo l’occasione per precisare che tradurlo, per me, non è stato un modo per legittimare il mio pensiero sempre e solo attraverso chi ha maggiore credito in virtù di ‘stellette accademiche’ o di visibilità. L’ho tradotto perchè fosse accessibile anche a chi non parla inglese la risposta di due femministe che si situano dentro quel black feminism oscurato e saccheggiato dalle bianche. Quindi, caso mai, ho tradotto l’articolo per dare maggiore visibilità alle loro parole, senza appropriarmene o coprirle e questa è un’operazione che, come ben sapete, faccio abitualmente, anche in relazione ad altre tematiche e ad altre autrici. Del resto, ci tengo a precisare che pur avendo rifiutato e snobbato più di una volta occasioni per entrare in accademia e pur avendo letteralmente le pezze al culo, mi rivendico comunque di essere un’intellettuale, perché del mio intelletto faccio ampiamente uso per campare, oltre che nella militanza. Intellettuale e accademico non sono sinonimi, attenzione.

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