Te la farò pagare. Le classi sociali nell’esperienza trans e autonomia dei corpi

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Quando ho fatto coming out ai miei genitori, rivelando il rapporto un tantinello apocalitticamente e insanabilmente conflittuale tra la mia identità di genere e il mio corpo sessuato, la risposta non è stata delle migliori. La cosa curiosa è che la prima frase che è uscita dalla loro bocca non è stata quella che mi aspettavo: «come ce lo permettiamo?». Le fragilissime accuse di essere contronatura e voler sfuggire all’omosessualità sono arrivate dopo e sono crollate miseramente, perché fin dal principio erano soltanto puntelli per distogliere l’attenzione dal problema principale: la mancanza di soldi. Non a caso una volta stati dalla psicologa, hanno capito benissimo che non intendevo (o intendo, visto che questo per me è ancora un presente) fuggire proprio da nulla se non da una sofferenza che con le persone che amo e/o faccio sesso non ha nulla a che vedere. Accusare tuo figlio di voler fare il finto etero è abbastanza ridicolo, se tuo figlio è la stessa persona che spiattella in giro la sua bisessualità come se non ci fosse un domani; e soprattutto, è un’argomentazione potenzialmente valida solo per una persona trans attratta esclusivamente da generi diversi da quello a cui sente di appartenere (e al quale, pertanto, appartiene). Categoria della quale indubbiamente non faccio parte.

Il denaro è parte integrante della vita in questa società: basta pensare al conto in banca, all’avere un lavoro, acquistare prodotti e via dicendo; il proprio contributo alla società è misurato esclusivamente in termini economici, e questo stabilisce quanto si è degni di esistere. Quel mucchio di gente che si trova ad essere forza-lavoro, in questo mondo ha dignità d’esistenza solo perché produce il plusvalore che capi/padroni estraggono e di cui campano, come parassiti. E ci riescono perfettamente: il miglior parassita è quello che non si palesa, continuando a parassitare l’organismo in cui si trova; e infatti le colpe della società classista finiscono per essere patrimonio degli immigrati e di altri soggetti sfruttati e oppressi. Tra la contraddizione capitale/lavoro e l’esperienza transessuale e transgender c’è un legame fortissimo, anche se non troppo evidente ai più, proprio per la certosina opera di invisibilizzazione che si compie ai danni delle istanze che una volta messe sul tavolo pongono domande scomode e sfuggono al disegno assimilazionista, eterocisnormativo e normalizzatore dell’attuale politica gay e lesbica mainstream. È un legame che si palesa in tanti aspetti.

Una persona transessuale e transgender in una condizione economica privilegiata, può sopperire più facilmente ai costi notevoli della transizione e compierla nei tempi che desidera, possibilmente molto rapidi, sperimentando per molto meno tempo l’incongruenza tra i propri documenti e la propria presentazione di genere. Può permettersi di transizionare nonostante la privatizzazione della sanità e i limiti della stessa. Può permettersi di fare percorsi di studio che gli/le consentono di avere i requisiti necessari per rientrare nelle politiche di diversity management e quindi lavorare, potendo quindi fare affidamento, in futuro, sul reddito che percepirà. Può sfuggire più facilmente alla casta dei gatekeepers, coloro che impongono rigide norme riguardo chi può o non può transizionare: norme che si possono tenere a bada, avendo soldi per poter pagare specialisti privati, o viaggiare per raggiungerli. Norme che le persone trans appartenenti al proletariato e al sottoproletariato hanno dovuto sapientemente aggirare (e devono continuare a farlo, ove necessario) tramite l’adozione di tecniche quali le trans narratives, cioè le narrazioni standardizzate preconfezionate sulla propria storia, la propria infanzia e via dicendo su misura per psicologi e psichiatri, allo scopo di poter passare tra le maglie di un sistema eteronormativo e cisnormativo; e in minor misura in Italia (ma discretamente presente altrove), vi sono altre pratiche come l’autosomministrazione di ormoni, che sono parte di transiti aventi luogo al di fuori del percorso di transizione ufficiale.

Il bypassamento dei gatekeepers risulta essere un fenomeno interessante, in termini storici, di resistenza trans al dominio cissessista; ma a parte questo, il gatekeeping presenta somiglianze con quanto si verifica per contraccezione, protezione dalle malattie sessualmente trasmissibili e aborto. Si negano servizi di sanità pubblica non alle donne in genere, ma esplicitamente alle donne cis lavoratrici, precarie, migranti; non si tolgono diritti a tutte quante, ma si rendono i diritti riproduttivi esclusivamente a portata delle donne cis, bianche e borghesi, le quali avrebbero comunque modo di accedervi. Sono entrambe parte, infatti, di un disegno più ampio: quello neoliberista. Non è un caso che la regressione dei vari diritti ci sia proprio in fase di austerity: le politiche di austerità rappresentano la scusa per acuire con politiche economiche terribilmente antiproletarie la differenza tra ricchi e poveri e per asservire chiunque al capitale ancora più di prima. Quello che si fa è spostare l’asticella dell’autonomia del corpo trans dalla parte di chi pretende di regolamentarlo rigidamente (nello specifico, l’istituzione medica – in particolar modo nella sua variante psichiatrica – e quella statale) e dare legittimità al suo transitare soltanto se al termine della transizione, questo andrà a posizionarsi nel mondo esclusivamente come maschio maschile o come femmina femminile, entrambi votati al binarismo sessuale e di genere e all’eterosessualità senza via d’uscita. Se non vuoi essere obbligatoriamente madre/padre, sei contronatura. Sei vuoi esserlo nei termini che decidi tu, sei contronatura lo stesso, perché cos’è natura lo decide la cultura: quella dominante, quella borghese. Se nasci intersex, dimostri che il binarismo sessuale è pura idiozia, quindi devi essere sottoposto/a a chirurgie che non hanno nessuno scopo, se non quello di adeguarti agli standard di una norma socialmente costruita.

Donne e uomini transessuali, persone transgender e favolosità affini sperimentano la corporeità in maniera differente e sfuggono dai loro percorsi prestabiliti, o si situano in toto al di fuori di questi percorsi; tutte/i quante/i pretendono di modificare i propri genitali oppure mantenerli, ma in una configurazione sessuata nuova, rimappata; sono persone spesso sterili, oppure genitori, sì, ma poco utili, perché con la loro stessa esistenza rappresentano l’atto di privilegiare il proprio desiderio e il proprio benessere sulla normatività di un mondo cisgender e sulle necessità dell’economia, produttiva e riproduttiva. Sono bombe a grappolo sul terreno della biopolitica, perché svelano l’inganno: i nostri corpi non appartengono a noi, ma all’ordine sociale capitalista che pretende di avere l’esclusiva non solo sui mezzi di produzione, ma anche su quelli di riproduzione, poiché ne garantiscono la perpetuazione. Se la riflessione femminista ha messo a nudo tutto ciò, una riflessione transfemminista come può non rilevare dell’altro? una donna transessuale non è vista come donna non perché la sua identità non sia quella e lei non si viva come tale, ma perché agli occhi del capitalismo donna è esclusivamente quell’incubatrice che si fa carico di generare futuri lavoratori e lavoratrici: in altre parole, il corpo trans è denaturalizzato perché non risponde alle necessità della creazione di valore, e nell’incapacità del corpo trans alla riproduzione, non vedo quella che per molti è una mancanza, ma qualcosa che andrebbe valorizzata: la potenzialità sovversiva dello sciopero umano.  La lotta  contro gli ingranaggi dell’oppressione di e del genere nelle nostre vite, è una forma di sabotaggio della macchina del capitale: materializziamola, festeggiamola.

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